Foundation: robot e cloni tra tentazione e libertà

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Riflettendo sulle parole della liturgia del mercoledì delle Ceneri: «Memento, homo, quia pulvis es, et in pulverem reverteris», e ancora sulle tentazioni propinate a Gesù dal diavolo nel deserto, che ci fanno ben comprendere come la vita (fino alla morte) sia un combattimento dal quale non possiamo sottrarci e in cui la nostra libertà è chiamata a decidere sul rapporto con gli altri e con il divino, ci lasciamo trasportare da una narrazione, oserei dire penitenziale e ascetica, che ricaviamo da un estratto della prima stagione della serie Foundation in streaming su Apple TV+ tra settembre e novembre 2021, naturalmente ispirata dai capolavori di Asimov. Qui i tipici temi «quaresimali» che siamo abituati ad applicare ai soggetti umani, sembrano estendersi ai robot e ai cloni genetici.

Il sottofilone narrativo che si stacca dalla storia principale di Trantor (capitale dell’impero) e di Terminus (pianeta di esilio per Hari Seldon e i suoi seguaci della prima Fondazione), è ambientato su Maiden, una luna desertica del pianeta Dol, tra il sesto e l’ottavo episodio della serie. Questo mondo è dominato dalle miniere di sale che producono cristalli di leviatano, il simbolo del Luminismo.

Le Zefiro

Anche con Asimov si «subisce» il fascino della figura femminile usato nella religione e, come nell’antica mitologia romana, anche nel suo universo abbiamo corpi celesti adorati come divinità dalle popolazioni dell’impero galattico. Così Maiden, che significa fanciulla/vergine, non è solo il nome della luna, ma anche quello di una delle tre dee della religione luminista. Insieme alle venerate Mother (Madre) e Crone (la Vecchia), costituisce la triplice divinità che gli adepti luministi adorano attraverso il simbolismo della luce e della rinascita. Si tratta in effetti di una trinità «spezzata» visto che in origine i tre corpi celesti formavano un oggetto unico, di cui adesso la Fanciulla Vergine costituisce l’unico abitabile.

A guidare la religione c’è una casta sacerdotale femminile, l’Anello delle Zefiro, chiamato a custodire il Palazzo di Sale. Una tra le Zefiro è chiamata di volta in volta, secondo il consenso popolare, a detenere il titolo onorifico di Proxima, capo della religione luminista.

Altro punto saliente custodito dalle Zefiro è la Grande Spirale. Questo è un lungo cammino da intraprendersi nel deserto a mo’ di percorso iniziatico. I pellegrini che sopravvivono e superano la prova della sabbia e del caldo, possono alla fine essere beneficiati da un’esperienza estatica in quello che viene chiamato il «Grembo della Madre».

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L’evento che porta l’imperatore Cleon XIII ad avere a che fare direttamente con la religione luminista è la morte della Proxima regnante, Opal. Egli vuole assicurarsi l’elezione di una nuova Proxima a lui confacente visto che il luminismo, diffuso per tutto l’impero galattico, conta svariati trilioni di fedeli. La candidata che vorrebbe in auge è la Zefiro Gilat, una luminista che esprime posizioni religiose non avverse alla sua dinastia imperiale.

L’altra candidata, la Zefiro Halima, vuole invece ostacolare e distruggere la stessa istituzione dell’Impero in quanto abborrisce che la vita dell’imperatore Cleon I (la matrice da cui provengono tutti gli altri Cleon), si perpetui incessantemente da oltre 400 anni nella vita «predeterminata» di cloni senza madre e senza padre, semplicemente nominati secondo la successione Alba, Giorno e Tramonto.

Dinastia genetica

Essa è la triade/famiglia regnante a cui fa capo l’Impero Galattico, composta da cloni di Cleon I al fine di prevenire problemi di successione, stabilendo così una «permanenza imperitura» del regime originale.

I Tre cloni regnanti, «istanziati» con tre diverse età, sono Fratello Alba, un clone bambino/adolescente il cui ruolo è quello di guardare e imparare le vie dell’imperatore in preparazione per l’ascensione; poi Fratello Giorno, un clone di mezza età, che regna come primo tra pari spettando a lui la maggior parte delle decisioni sul governo; infine, Fratello Tramonto, un Cleon anziano il cui ruolo è quello di consigliare Fratello Giorno e fare da mentore a Fratello Alba. Al raggiungimento di un’età stabilità, ogni clone ascende alla posizione successiva, con il più anziano che ascende al titolo di Fratello Oscuro, cioè si avvia alla morte attraverso un’eutanasia programmata.

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Il protocollo standard che garantisce e preserva la dinastia genetica vuole che Fratello Giorno non lasci mai la capitale dell’impero Trantor e che tutte le questioni estere siano gestite da Fratello Tramonto. Vista l’importanza della questione sul sistema Maiden, Cleon XIII verrà meno a questa consuetudine, esponendo la sua stessa vita.

Comunque un’altra «precauzione» protocollare prevede, in ogni caso, scorte di cloni identici per ogni membro attivo della Dinastia Genetica, costantemente aggiornate con le impostazioni della vita delle loro controparti viventi. Nel malaugurato caso in cui uno degli Imperatori sia ucciso, o ferito in servizio, il suo clone di riserva viene risvegliato dai funzionari imperiali perché assuma il suo il ruolo nella triade e copra quanto prima la vacanza che si è venuta a creare.

Halima

Tornando al filone narrativo, comprendiamo come l’imperatore dovrà ingegnosamente opporsi alla popolarità della Zefiro Halima, una umana originaria di Mirrus Twelve, nata e cresciuta nella fede del Luminismo. Essa vorrebbe il ritorno all’Octavo Primario, una scrittura pre-imperiale che sostiene che l’anima di un esistente si lega ad un solo corpo alla volta, in un infinito ciclo di reincarnazione.

Questa interpretazione del credo religioso farebbe risultare eretica la clonazione imperiale, in cui la «stessa» anima si «ripeterebbe» più volte nello stesso corpo, nonostante la morte del possessore originale, anzi se ne avrebbero contemporaneamente tre repliche viventi di età diverse.

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Anche se indirette, e legate all’elogio funebre della defunta Proxima Opal, le parole di Halima condannano l’immobilismo gerarchico (che si contrappone al ciclo evolutivo di tutta la galassia), e coloro che a tutti i costi vogliono sfuggire la morte e la rinascita, dono sommo della Madre:

«Prendiamoci un momento per essere grati del dono della Madre, il dono della rinascita. C’è stato un tempo, millenni fa, in cui le nostre anime erano come candele di cera. Bruciavano una volta, e poi si spegnevano. Ma la Madre ci vide e capì che questo era insufficiente.

Una sola vita in un solo corpo, cresciuto in un solo mondo, un’anima così non poteva risalire dall’abisso dell’ignoranza per raggiungere la santità. E così la Madre prese la linea retta della vita e la trasformò in un cerchio, elargendo a noi il dono della rinascita.

Cosa significa questo dono? Alcuni credono che lo scopo della reincarnazione sia ascendere ai piani più alti della illuminazione. Ma noi lo sappiamo bene, vero? Perché non vi è fine a questo viaggio. Perché la nostra capacità di evolverci è infinita.

Non tutte le anime che erano sante 400 anni fa sono sante ancora oggi. Questo è l’insegnamento della Madre: come cambia la galassia, cambiamo anche noi. Dobbiamo accogliere il valore della trasformazione, dell’evoluzione, della differenza.

Il più grande fallimento dell’umanità, il più grande peccato contro la Madre, è l’immobilismo. Quindi ci rallegriamo che l’anima della Proxima Opal non sarà immobile e arrugginita nella corruzione. Ci rallegriamo che la sua anima non sia legata a un singolo e immutabile corpo. Ci rallegriamo che la sua anima viva in eterna trasformazione ed evoluzione.

La nostra vita in questi corpi sarà breve ma le nostre anime sono infinite. E mentre modelliamo le nostre anime nell’infinita ricerca della beatitudine, ricordiamo: questa non sarà la vostra vita per sempre. Ma è la vostra vita, ora. È la vostra decisione, ora. Il vostro cambiamento, ora. Fatevi valere! Alla Madre! Alla Madre!».

«Trinità spezzata»

È interessante vedere come si arrivi alla conclusione della preziosità della vita e dell’importanza del movimento in essa (addirittura nell’istante presente) dall’interpretazione filosofica della realtà come un eterno e universale cambiamento. L’uomo non sembra avere un’identità definita o definibile, in quanto parte del tutto che, come il resto, è «costretto» a mutare in continuazione.

L’unico punto di ristoro e di riferimento dati all’uomo sembrano trovarsi nel rapporto religioso speciale con le tre Dee che lo guidano. Anche se in fin dei conti pure le tre Dee non si possono sottratte al grande gioco dell’universo, in quanto pure esse anelano all’unità essendo soggette alla storicità e al mutamento, tanto che di fatto sono una «trinità spezzata».

Ben diversa e più profonda, potremmo argomentare, la preziosità della vita cristiana in quanto non solo risposta «religiosa» ad un Dio personale, ma antropologicamente unica occasione per tale risposta, perché definita nel tempo e nello spazio nella (seria) prospettiva/certezza di un unico tempo prima della morte. Con l’aggiunta essenziale della prospettiva di fede in una vita ulteriore oltre la morte, stabile e non mutevole, realizzata con l’incontro eterno del mediatore Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo per la salvezza dell’uomo, che vince la morte risorgendo da essa. E infine con l’uomo-Dio Gesù Cristo che rivela la Trinità Eterna, la cui paradossale comprensione data alla ragione umana è quella di un Atto sempre perfetto e compiuto, all’ “interno” del quale può sussistere e di fatto sussiste tutto il resto creato.

Fede e libertà

L’ultimo personaggio che è necessario approfondire per gustare tutto l’intreccio narrativo pensato dal genio russo già negli anni Cinquanta, è Eto Demerzel, l’enigmatico «robot intelligente» e fedele aiutante dell’Imperatore. Paziente e vigilante, Demerzel è l’ultima della sua specie e ha guidato, dietro le quinte, la dinastia dei Cleon per secoli.

Demerzel supervisiona la gestazione e le nascite dei cloni, e funge da guardiano e mentore dei Cleon allo stato di Fratello Alba. A lei compete anche assistere Fratello Tramonto con la sua ascensione alla morte (con eutanasia!) quando viene il momento prescritto dal protocollo.

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Particolare che rende la narrazione fantascientifica particolarmente esotica, con sporgenze religiose, è il fatto che seppur robot Demerzel è una credente luminista da tempo umanamente immemorabile, prima della fondazione dell’Impero.

Sebbene nella trama in corso Demerzel sostenga l’Imperatore nell’elezione di Zefiro Gilat, che avrebbe continuato ad invocare il Nuovo Octavo favorevole alla clonazione, un inchino di troppo davanti alla figura della Zefiro Halima (che è pur sempre una rappresentante della religione in cui lei crede) infastidisce l’imperatore.

Questi già da tempo si era accorto di qualche «anomalia» del robot che indugiava e rigirava fra le dita un piccolo cristallo di sale simbolo del credo religioso. Così Demerzel, interrogata sulla sua fedeltà all’impero, confessa la sua fede e spiega la dottrina a cui aderisce, affermando come non vi sia conflitto tra il suo dovere temporale verso l’impero e il suo desiderio religioso. Anzi come credente ha anche adempiuto il cammino della Spirale che l’ha condotta al grembo della Madre.

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Il dialogo/interrogatorio si trasforma in un’apologia dell’umanità e della sua trasposizione che nella versione robotica risulterebbe non pre-determinata nel suo scopo a differenza della dinastia genetica. Le questioni in gioco sono, dunque, quanto una programmazione (informatica o genetica, o altra) influisca, o meglio impedisca, la ricerca libera del significato della propria esistenza, e quanto invece una religione possa aiutare in merito.

Cleon XIII: Non gliel’ho mai chiesto, ma com’è possibile che lei sia credente?

Demerzel: Come? O perché?

Cleon XIII: La seconda.

Demerzel: Dal primo momento, voi e i vostri fratelli sapete qual è il vostro scopo. Ma noi altri invece, dobbiamo scoprirlo da soli.

Cleon XIII: Ma… lei ha il suo scopo. Servire me e i miei fratelli, e servire soprattutto l’Impero. È scritto nel suo codice.

Eto Demerzel: E sono molto appagata da questo mio servizio. Ma chi cerca un valore non sempre è interessato alla risposta. È il processo stesso della ricerca ad illuminarci. Le dee non hanno scelto di dividersi in tre. Desiderano essere di nuovo unite. Il terreno salato di [luna] Vergine si dice che lo sia per le loro lacrime. Ma è stato il loro sacrificio a donare a tutti noi la grazia dell’integrità. In ogni momento delle nostre vite, possiamo scegliere il nostro cammino. Le dee ci guidano a ogni passo verso il nostro scopo e verso la verità, come attirandoci al centro di una grande spirale.

Digiuno e pellegrinaggio

Arriviamo quindi al momento del digiuno e del pellegrinaggio anche per l’Imperatore. Per accattivarsi le simpatie delle altre Zefiro, vuole cimentarsi, e questo gli viene accordato, nel percorrere il tortuoso viaggio della Spirale, per arrivare alla sorgente d’acqua posta nella grotta più interna: il sacro «grembo della Madre». Qui, secondo le sue intenzioni e le indicazioni delle Zefiro, sarà la divinità stessa a pronunciarsi sull’ereticità o meno della sua condizione genetica.

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Durante il viaggio incontra un povero pellegrino che lo istruisce sui misteri della Spirale e su come affronti la vita nella fede avendo speso tutto quello che possedeva per quel sacro pellegrinaggio e per avere un incontro con le Dee nel sacro «grembo». Anche se mosso a compassione di fronte alla dedizione e alla morte prematura del compagno, che non regge agli sforzi del cammino e al clima proibitivo, l’imperatore non sembra addolcire la sua «rigidità» di fronte al mistero/scopo della propria esistenza o al credo verso enti superiori.

Anzitutto conferma che il suo servirsi della religione rimane per i suoi scopi «terreni». Sopravvissuto ai rigori del deserto, difronte al consiglio delle Zefiro affermerà, con inganno e astuzia, di aver ricevuto la visione di un fiore sacro dalla triplice dea del Luminismo, mentre si immergeva nelle sacre acque. Le Zefiro interpretano la visione raccontata come una dichiarazione di legittimità divina riguardo l’anima dell’imperatore. Così è bandita come sacrilega ogni ulteriore critica alla clonazione imperiale. E il passo successivo che ne consegue è l’elevazione di Zefiro Gilat a Proxima, avendo vinto la disputa con Halima.

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Ma la malvagità e il calcolo politico di Cleon XIII arrivano al loro apice solo quando ordina a Demerzel di assassinare di nascosto Halima, nonostante questo non sia strettamente necessario per ulteriori vantaggi dell’impero. Demerzel, da devota luminista che rispetta Halima in quanto Zefiro, seppur angosciata dal comando, è costretta dalla sua programmazione interna ad obbedire a Cleon.

Solitudine destinata alla morte

In un dialogo struggente (e paradossale) è Halima, che prima di morire, conforta Demerzel. In lei scorge sentimenti buoni che superano la mera costrizione impostale dalla natura robotica. Il tutto è accettato e vissuto dalla Zefiro nella pace, come un «volere della Madre», che le dà la forza, anche in punto di morte, di perdonare la propria assassina in lacrime.

Halima: Non lascerò viva questa stanza, ho ragione? È l’unico motivo per cui mi ha detto la verità [sulla mia uccisione].

Eto Demerzel: Come l’Imperatore, non possiedo una coscienza eletta. Anche io, perciò, non sono in possesso di un’anima. Se l’avessi, allora forse potrei disobbedire ai suoi ordini.

Halima: È sicura di non averla?

Eto Demerzel: Se ora la lasciassi fuggire, non potrei evitarlo. Continuerei a darle la caccia. La farei a pezzi.

Halima: Mi dispiace. Vedo vera compassione nel suo cuore. Sincero rimorso e non riesco a spiegarlo, ma so che lei possiede un’anima. Colui che la costringe a fare questo, però…colui che mette alla prova la sua fede e la sua lealtà con tanta crudeltà… è un uomo senz’anima. La perdono, Demerzel. Si ricordi il suo messaggio! La mia fine non arriva adesso. Io rinascerò. Lei è stata mandata qui non da Cleon, ma dalla Madre. Faccia quel che deve. Così come Lei vuole.

Eto Demerzel: Così come Lei vuole.

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Lascio senza commento il finale. Mentre l’astronave imperiale riprende il volo per il salto intergalattico verso Trantor, Cleon riflette sulla sua esperienza nella grotta, lasciando scoprire allo spettatore di non avere avuto alcuna visione. Demerzel consapevole dell’inganno che era stato perpetrato lo disapprova, e infine ammonisce come la peggiore delle condizioni quella di colui che, non avendo avuto la visione, rende noto a sé stesso la vacuità della sua solitudine senza fede (destinata alla morte), in cui nemmeno le tre Dee hanno trovano un’anima a cui mostrarsi!

Eto Demerzel: In ogni caso, non volevo indagare. So quanto sono personali queste visioni. Anche se sono passati molti secoli, la visione che ho avuto… ha cambiato il mio modo di vedere le cose.

Cleon XIII: Lei ha avuto una visione? Un robot?

Eto Demerzel: Esatto, e sono molto lieta che anche voi abbiate ricevuto questo dono. Non vedere nulla… non augurerei tanto vuoto a nessuno.

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