Giovani: il difficile vissuto emotivo

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L’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, Purity (Einaudi), ha un finale folgorante, nel quale – come solo i grandi autori sanno fare – evoca in poche parole un mondo intero legato ai giovani.

Una scena emblematica

La scena è questa: la protagonista, Purity Tyler, chiamata Pip, dopo molte peripezie ha ricongiunto la madre e il padre che si odiano, per poter disporre di un ingente patrimonio che le spetta di diritto, con cui intende saldare il debito degli studi e aiutare un amico a riprendersi la propria casa. Pip, vincendo le proprie resistenze e difficoltà, ha da poco accettato di stare con Jason, un ragazzo semplice e onesto che le vuole bene veramente; con lui sta aspettando in auto l’esito dell’incontro dei genitori. Qui l’autore scrive: «Pip richiuse la portiera per non fare entrare le parole, ma l’alterco si sentiva anche con lo sportello chiuso. Le persone che le avevano lasciato in eredità un mondo rovinato stavano litigando furiosamente. Jason sospirò e le prese la mano. Lei gliela strinse forte. Doveva essere possibile fare meglio dei suoi genitori, ma non era sicura di riuscirci. Solo quando il cielo riaprì le cateratte, quando la pioggia arrivata dall’immenso, buio oceano occidentale cominciò a battere sul tetto della macchina e il suono dell’amore coprì gli altri suoni, solo allora Pip pensò che forse ce l’avrebbe fatta».[1]

Un mondo consumato

Gli adulti litigano, quello che lasciano in eredità è un mondo consumato, pieno di rovine presenti o future. Esiste la possibilità di fare meglio? E come riuscirci con un fardello sulle spalle? Vengono in mente le severe parole di Gesù: «Guai a voi, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11,46).

L’asprezza e la nettezza di queste considerazioni raccontano la radicalità del conflitto tra le generazioni in cui i giovani, loro malgrado, sono coinvolti. Non si tratta più delle lotte per l’emancipazione o per le utopie di un mondo nuovo. La frattura di oggi non è attiva, dettata dal desiderio di cambiare le cose; questo aspetto, indubbiamente, è presente, ma è più una reazione di resistenza passiva, come chi sta per soffocare e cerca di respirare, o come uno che deve eseguire un lavoro con strumenti rotti.

Non è che il mondo di oggi sia peggiore di quello di ieri. I giovani di oggi (almeno nella contemporaneità occidentale che ci diamo come punto di osservazione) hanno più diritti, più libertà, più possibilità di quanto non sia mai stato prima, e godono di un rapporto con l’autorità (almeno le autorità “visibili”) più accessibile e dialogico. Tutto questo, però, si colloca in uno spappolamento emotivo senza precedenti – ereditato e che si continua ad aggravare – che è il fardello spesso non riconosciuto da nessuno (adulti o giovani che siano) che grava sulle spalle delle nuove generazioni. Non si intende solo l’ambito degli affetti, ma di tutti quei vissuti emotivi che intrecciano la fatica del vivere e la impastano con il nostro universo affettivo.

Tale sgretolamento emotivo logora anche le cose più semplici, fa apprezzare meno le possibilità che il nostro tempo dischiude e getta in una condizione di instabilità personale nella quale non si riesce ad attingere a nessuna sorgente interiore.

È difficile fare delle generalizzazioni: ci sono molti giovani che hanno migliorato drasticamente le condizioni culturali rispetto ai propri genitori, e indici di abbandono scolastico ancora altissimi; ci sono i giovani che si realizzano nel lavoro con brillanti risultati, e quelli che dipendono o sono bloccati dagli adulti che li hanno preceduti; il futuro che ha cambiato dal segno “promessa” al segno “minaccia” non è tale per tutti, e coglie solo un aspetto del problema.

Uno spappolamento emotivo

Il filosofo Alain Badiou, in un recente saggio dal titolo La vera vita (Ponte alle Grazie), propone una chiave di interpretazione di questa divergenza, affermando che la dialettica in cui vivono i giovani si muove tra due esiti: «la passione di bruciarsi la vita, la passione di costruirla […] il desiderio di una vita che si consuma nella sua stessa intensità e il desiderio di una vita che si edifica pietra su pietra per arrivare a possedere una casa solidamente piantata».[2]

Da una parte, lo slancio faustiano, il desiderio di vivere – in un’esistenza che si presenta senza alcun senso unificato – il maggior numero di istanti più o meno accettabili; dall’altra, lo sforzo architettato di trovare il proprio posto nell’ordine esistente, la somma degli stratagemmi utili al successo, la lotta per sottomettersi meglio di ogni altro al regime vigente. Un esito di ribellione, un esito di adattamento, che partono però da una condizione comune.

Anche quelli che apparentemente si adattano e stanno bene nella situazione presente sono accomunati agli altri dallo stesso spappolamento emotivo: affetti frantumati e parcellizzati, l’esperienza dell’amore completamente disillusa, relazioni costrette dentro la logica della competizione, dell’utilitarismo, del contrattualismo, il tempo del vivere che prosciuga ogni forma di gratuità, ferite che aprono voragini e non guariscono. Perfino la tendenza apparentemente contraria dei padri e delle madri a togliere tutti i pesi ai loro figli, ad appianare la strada caricandosi su di sé difficoltà che invece dovrebbero essere affrontate, risponde alla logica della medesima frantumazione.

I “genitori” di Purity, nel romanzo di Franzen, non sono solo mamma e papà. Sono il simbolo di un mondo precedente e la domanda implicita della protagonista può essere parafrasata: è possibile per un giovane fare meglio del mondo che è stato consegnato? È possibile farlo con un fardello sulle spalle che complica tutto? Nella strada dei giovani si profila una doppia fatica, con il rischio che, prima della meta, si risolva nella rinuncia e, dopo il traguardo, si estremizzi nella rivalsa. Per sostenere questa fatica, che nessuno può loro togliere, quella dei vissuti emotivi è una grammatica che tutti, attingendo alla sapienza creativa delle proprie tradizioni migliori, dovremmo sapere di nuovo imparare.

[1] J. Franzen, Purity, Einaudi, Torino 2016, 655.

[2] A. Badiou, La vera vita, Ponte alle Grazie, Milano 2016, 16-17.

Davide BaraldiDavide Baraldi è parroco a Bologna e docente di Teologia fondamentale alla Scuola di Formazione teologica della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna. È direttore spirituale della S.G. Fortitudo. Nell’ottobre 2015 è stato pubblicato da Edizioni Esordienti Ebook il suo romanzo Swatch (ebook e cartaceo)

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