Leonardo, un ponte, Genova e Istanbul

di: Luca Menichetti

copertina«Degli emisferi che sono infiniti e da infinite linie son divisi in modo che sempre ciascuno omo n’ha una d’esse linie l’un piede e l’altro. Parleransi e toccheransi e abbraceransi li omini, tanti dall’uno all’altro emisperio e ‘ntenderansi i loro linguaggi» (pp.86).

Questa la citazione di Leonardo da Vinci che conclude il breve libro di Gabriella Airaldi. E come spesso accade è proprio alla fine, al momento di tirare le somme, che meglio si coglie il significato, o almeno uno dei significati principali che caratterizzano lo spirito dell’opera.

Il ponte di Istambul è indubbiamente una ricerca storica puntuale, nonostante si parli di non più di novanta pagine, e che letta proprio in questi anni in cui la contrapposizione tra oriente e occidente viene riscoperta con un chiaro spirito di crociata, potrà forse ridimensionare qualche luogo comune.

Un ponte, quello raccontato nel libro, che non esiste, o almeno che non esiste ancora, ma che era tutto nella testa – e negli scritti – di Leonardo da Vinci: l’analisi di Gabriella Airaldi prende le mosse infatti da una lettera, datata 1502, dello scienziato ed artista italiano partita da Genova (e recuperata nell’autunno del 1951 dallo storico tedesco Franz Babinger), che probabilmente rappresenta la risposta ad una richiesta di progettare un ponte per il sultano Bayezid II e il centro di Galata (ovvero il nucleo storico di Beyoğlu, distretto di Istambul, prima genovese e poi turco).

Il disegno leonardesco raffigura appunto un “ponte da Pera a Gostantinpoli, largo 40 braccia, alto dall’acqua braccia 70, lungo braccia 600, cioè 400 sopra del mare e 200 posa in terra, faciendo di sé spalle a sé medesimo” (pp.81). Gli aspetti progettuali prospettati da Leonardo, al tempo avveniristici, potranno ancora interessare i nostri ingegneri e architetti (“opera una scelta progettuale in antitesi con la tradizione dei costruttori del duomo di Milano”, pp.84), ma, se vogliamo guardare a certi rapporti professionali e mercantili con l’occhio dello storico e dello scienziato sociale, non c’è dubbio che questo nostro genio “freelance”, nato a Vinci ma a tutti gli effetti uomo pervaso da spirito cosmopolita, appare integrato in un mondo in cui i confini, tanto più quelli tra oriente e occidente, non erano fatti solo di muri, ed anzi in molte circostanze non esistevano proprio. Così il Mediterraneo: “la sua curiosità [ndr: di Leonardo] non è diversa da quella di Ulisse. Anche per lui il Mediterraneo è una via di conoscenza di sé e del mondo” (pp.71).

Da questo punto di vista, nell’economia del libro, malgrado di primo acchito possa sembrare lontano l’argomento “ponte”, risulta del tutto coerente il grande spazio riservato alla città di Genova e alla sua cultura mercantile. Ecco uno dei passaggi fondamentali: «Il successo del modello genovese si fonda su tre elementi: il ruolo dominante svolto dai grandi clan familiari, e cioè la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico; la costante difesa di una libertà intesa come cardine di un’azione internazione senza confini; l’altrettanto costante fedeltà a un principio di neutralità politica che consenta di bilanciare la propria azione tra forze diverse e spesso opposte» (pp.44). Ed ancora: «questo comportamento, aperto ad alleanze che superano ogni frontiera fisica o ideologica e ragione prevalente dei loro successi e della loro amplissima presenza nel mondo, testimonia una sua modernità» (pp.47).

Tutto questo appare possibile – qui appunto uno degli aspetti che vengono dimenticati da coloro che leggono il passato soltanto con lo sguardo ad un presente condizionato dal pregiudizio e dalla cattiva informazione – perché, come scrive Gabriella Airaldi, «i periodici scontri non impediscono ai Genovesi di avere con l’Islam arabo e turco ottimi rapporti di affari» (pp.48).

In altri termini «le relazioni tra Genovesi e Turchi rappresentano un caso a sé nella storia», preso atto che «tutti hanno o cerca[va]no di avere buoni rapporti» con l’ingombrante vicino mussulmano e che la relazione di lunga durata tra questi mercanti cristiani e gli abitanti del dell’antica Costantinopoli è da esaminarsi «come un fenomeno culturale». Genova è perciò l’altra protagonista del libro, insieme a Istambul, e, coerentemente, viene ricordata con le parole di Fernand Braudel: “Questa straordinaria città divorante il mondo è la più grande avventura umana del XVI secolo” (pp.59).

Il libro racconta quindi di un progetto incompiuto, partendo da una lettera che ricorda molto quella ben più celebre indirizzata dallo stesso Leonardo a Lodovico il Moro nel 1482, che in qualche modo diventa pretesto per descrivere scenari forse fin troppo trascurati e che probabilmente in un tempo come il nostro potrebbero sembrare difficili da credere: un oriente e un occidente che non si sono sempre combattuti; ed anzi, senza troppo demonizzarsi, tollerandosi l’un l’altro, nei secoli hanno avuto frequenti rapporti culturali e mercantili di libero scambio.

Gabriella Airaldi, specialista di Storia mediterranea e di Storia delle relazioni internazionali, ha insegnato Storia medievale all’Università di Genova. Con Marietti 1820 ha pubblicato Storia della Liguria (2008-2012), Il duca della finanza. I Galliera di Genova: mecenatismo e solidarietà (con Franco Manzitti, 2013) e Gli orizzonti aperti del medioevo. Jacopo da Varagine tra santi e mercanti (2017).

Gabriella Airaldi, Il ponte di Istanbul. Un progetto incompiuto di Leonardo da Vinci, Marietti 1820, Bologna 2019, pp.96, 10,00 euro.

Lankenauta, 12 ottobre 2019.

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