Padre Kino, ieri e oggi apostolo dei migrantes

di: Maria Teresa Pontara Pederiva
Kino

Padre Eusebio Chini

Correva l’anno 1965 quando nella National Hall of Statuary al Capitol di Washington – il luogo che conserva la memoria dei più insigni personaggi della Nazione americana – veniva collocata la statua di un gesuita di origine trentina del XVII secolo: padre Eusebio Chini (1645-1711). Sull’imponente basamento la scritta che sintetizza una vita dedicata alla missione: «esploratore, storico, allevatore, costruttore di missioni e apostolo degli indiani».

Un riconoscimento più che legittimo a una figura che ancora oggi è viva nella memoria storica degli abitanti di Arizona, South California e Messico, dove si racconta la vicenda di un padre buono, venuto da oltreoceano al seguito delle milizie spagnole, con il compito di evangelizzare gli indigeni, ma che innanzitutto li aveva aiutati nel loro sviluppo economico e sociale. Annoverato tra i Padri fondatori dello stato dell’Arizona e della Nazione stessa, tra i suoi meriti anche quello di aver dimostrato la struttura a penisola della California e non isola come pretendeva il britannico sir Francis Drake. Una storia che viene narrata anche ai ragazzi trentini perché padre Chini – ispanizzato in Kino – rappresenta uno di quei personaggi di cui andare fieri, a partire dalla Valle di Non, sua terra d’origine, un religioso di cui è in corso la causa di beatificazione affidata al postulatore generale dei gesuiti, Toni Witwer sj e al vicepostulatore, Domenico Calarco sj.

Tre racconti per un missionario

Molte in questi anni le pubblicazioni locali e vasta la documentazione (nel 2008 anche un gemellaggio tra il suo paese natale, Segno, e la cittadina Magdalena de Kino in Messico luogo di sepoltura), ma il libro che giunge in libreria questa settimana si discosta da tutti gli altri per contenuti, stile, scelta narrativa e, senza nulla togliere ai precedenti, forse anche per la passione quasi empatica che ha guidato la mano dell’autore, il giornalista e scrittore trentino Mauro Neri.

«Sotto la penna di Mauro il dato storico si riscalda, ridiventa umano, un pensiero trova carne, spesso ogni fatto diventa sentimento, il piccolo attimo o la povera giornata si rivelano storia universale» scrive nella presentazione padre Livio Passalacqua, un gesuita, oggi ultranovantenne, che ha lasciato un ricordo indelebile in Trentino dove la Compagnia di Gesù ha levato le tende solo la primavera scorsa nell’ambito di un ridimensionamento interno all’Ordine.

«Uomo della sintesi tra il divino e l’umano, tra il particolare e l’universale, tra scienza e fede, autorevolezza e servizio, legge e dolcezza, lotta e donazione, occidente Nuovo Mondo» scriverà del suo confratello Kino che rivive oggi grazie alla creatività di Neri che ha scelto il genere letterario del racconto.

«Una scelta voluta – rivela l’autore alla presentazione presso la Libreria Ancora di Trento, presente anche Alberto Chini, pronipote e presidente dell’Associazione Padre Chini – in quanto il metodo del racconto è quello che consente soprattutto ai giovani, ma non solo, di restare avvinti nella lettura» (e dei gusti di bambini e ragazzi Neri è uno che se ne intende avendo pubblicato oltre 200 libri, fiabe, racconti e romanzi, dedicati al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza).

Non un solo racconto, bensì 3 e ambientati in epoche storiche diverse – 1687, 1945 e 2011 – quasi torrenti di montagna, trasvolati di secoli, che ad un certo punto confluiscono insieme e trovano unità nella figura straordinaria e affascinante di padre Kino, il «Vestido de negro» o il «Padre a caballo» (anch’esso nero) o in lingua locale «Alid Kaviyu», il missionario noneso-tirolese che negli anni del noviziato sognava di andare in Cina (sulle orme di un altro confratello trentino, Martino Martini), per poi prendere invece, per obbedienza, la via del Nuovo Mondo.

Neri prende le mosse dal racconto in prima persona delle prime settimane che seguono all’arrivo del giovane gesuita nella terra che allora veniva denominata, la «Nuova Spagna», per essere precisi nel minuscolo villaggio di Cosari abitato dai Pima, il «popolo del Fiume». «Nient’altro che un centinaio di capanne di fango secco, basse, tonde e col tetto protetto da pelli e coperte multicolori, costruite su una spianata in vetta ad un colle ai piedi del quale s’intravede il letto semiarso e sinuoso di un fiume». E in quel villaggio sperduto padre Kino costruirà la sua prima chiesa, «Nuestra Señora de los Dolores» con lo scopo di far conoscere l’amore di quel Cristo che l’aveva condotto fin là facendosi prossimo della gente.

Ma il racconto continua e il lettore, quasi con un’ideale macchina del tempo, viene proiettato nel Novecento, al termine della Seconda Guerra Mondiale e accompagna il viaggio di due amici – uno eroe dei marines nel Pacifico – entrambi nativi americani, su un vecchio Dodge nei dintorni della contemporanea cittadina di Tucson, Arizona. E quindi si torna ai giorni nostri, nel 2011, per seguire la vicenda di Angel e Florina, giovani sposi originari di Puebla approdati negli Stati Uniti una delle rotte dei “migrantes” della disperazione, il deserto di Sonora.

Le vicende si rincorrono in una prosa fluida ed essenziale, capace però di sottolineare particolari ed emozioni: sono parole di grande umanità come la descrizione dell’incontro con il piccolo Occhi di Luna che non ha mai conosciuto suo padre ucciso dagli Apache o dello straziante addio della giovane coppia costretta ad abbandonare famiglia e terra natia per inseguire il sogno di una vita migliore («In Messico per noi non c’è futuro e l’unica via per uscirne è scappare al di là del confine»).

Un ricordo che attraversa i secoli

Il punto di incontro, la confluenza dei tre torrenti, ha i connotati di un uomo di Dio dotato di un’energia straordinaria e il cui ricordo ha scavalcato i secoli. E l’elemento che caratterizza il libro – l’originalità che lo distingue – è racchiuso proprio in quell’intreccio storico che lega intimamente il Passato dei conquistatori al Dopoguerra e al Presente, con un contrasto che non può essere casuale: l’umanità del religioso missionario (ieri col volto di Kino, oggi di Seb), o l’eroismo di Ira, e il cinismo di quanti alzano muri – meglio il Muro per eccellenza che dovrebbe fermare il flusso dei migrantes verso gli Stati Uniti – in «una terra dove non c’erano confini e tutti si sentivano figli di una stessa grande tribù, l’Akimel O’odham, il Popolo del Fiume».

«Un romanzo spirituale, perché Kino si adatta alla realtà locale entrando in quella cultura, ma anche storico e psicologico, perché diventa anche lui un pima, e infine politico e di attualità» sottolinea Neri.

E originale è pure l’Appendice curata da Silvia Vernaccini, moglie di Mauro, anch’essa scrittrice e giornalista – storica dell’arte e autrice di itinerari e guide – che ha scelto il genere dell’Alfabeto per completare e illustrare la vita, i luoghi e le persone che Kino ha incrociato sulla sua strada. Un lavoro minuzioso che associa il dato storico al presente, vuoi la scoperta della tomba del missionario nel 1966 o la Kino Border Initiative, l’opera congiunta delle suore missionarie salesiane e dei gesuiti che quotidianamente a Nogales, città attraversata dalla frontiera, offrono accoglienza ai tanti disperati spesso in balìa dei trafficanti. In nome di Dio e in memoria di padre Kino, l’apostolo dei nativi.

Kino

Mauro Neri, Kino. L’Apostolo senza tempo dei migrantes messicani vittime del MURO, Ancora, Milano 2017, pp. 264, € 17,00.

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