Romano Guardini e il senso della teologia

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Governare la vasta e variegata produzione bibliografica di Romano Guardini, da molti considerato come un padre della Chiesa dei nostri tempi, riuscendo a suggerire chiavi ermeneutiche e percorsi di sistematizzazione, è un’operazione complessa che richiede un lungo tempo di faticosa applicazione e illuminata comprensione. Massimo Naro, teologo sistematico presso la Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo, da anni si occupa di Romano Guardini e ha pubblicato sul teologo italo-tedesco preziosi articoli scientifici e un robusto volume per i tipi della Rubbettino dal titolo Archetipo e Immagine (2018). L’ulteriore studio, Scienza della realtà, si concentra sull’epistemologia teologica di Guardini ricercando ciò che conferisce unità all’opera e al pensiero del teologo.

Il volume, dopo una breve Introduzione (7-8), si sviluppa in due capitoli: Riprodurre la conoscenza propria di Dio: natura e compito della teologia (9-31) e Capovolgere l’analogia: un contributo all’epistemologia teologica (37-67). Seguono la Conclusione (71-74) e l’Indice dei nomi (75-76).

Secondo Massimo Naro ciò che dà unità all’opera e al pensiero di Guardini è «l’interesse verso il rapporto tra l’uomo e Dio» (10), illuminato dalla rivelazione e riletto e ricompreso in Cristo. «Il dirsi e il darsi di Dio – spiega Naro – avvengono in Cristo, anzi sono Cristo» (11), che è, insiste il teologo siciliano, sulla scorta di von Balthasar, «l’universale concretissimo […] che ci permette di conoscere Dio nel suo rapportarsi all’uomo» (11).

Teologia dell’aggettivo possessivo

Quale è quindi la natura della teologia? Quale il suo compito? Per Naro, la teologia è «cristocentrata» (13) e possiede una vocazione transdisciplinare. Tra i meriti di Guardini, secondo Naro, c’è «la pretesa di riportare la ragione dentro l’atto di fede […] concependo la dimensione naturale immersa nel soprannaturale» (16). Un’autentica conoscenza teologica, come mostrerà anche Lonergan, dipende infatti dall’atto di fede e anche Naro concorda sul fatto che essa risulta «veramente teologica nella misura in cui è teologale» (21).

Si tratta di un passaggio decisivo. Lo stesso Guardini nel saggio Sacra Scrittura e Scienza della fede, annotava che «la conoscenza teologica dipende dalla vita di fede, dalla preghiera, dalla condotta cristiana, dalla santità della vita». Non prescindendo da questo fondamento spirituale, Guardini «si proponeva di elaborare una teologia che fosse epistemologicamente ulteriore rispetto a tutti gli altri saperi» (24), una sorta di scienza della realtà o ancora della «reale relazione di Dio con l’uomo in Cristo Gesù» (25), «logos umanato» (26).

Insieme al teologo E. Ortigues, Naro definisce questa teologia guardiniana come la “teologia dell’aggettivo possessivo”, non del “Dio per sé” ma del “Dio mio”, aggiungendo che è proprio «il dirsi e il darsi di Dio che detta il compito alla teologia» (28). Ne viene fuori una teologia teologale nella quale la vigilanza della fede può operare il passaggio dall’apologetica medievale alla teologia fondamentale moderna. Guardini intuisce che nella fede si realizza una nuova comprensione dell’oggetto, come dirà Lonergan ne Il metodo in teologia: se l’oggetto indagato è autentico avviene una conversione del soggetto all’oggetto. Questo vuol dire che la conoscenza teologica può aprirsi alla dimensione contemplativa (cf. 30).

Approfondendo la teologia di san Bonaventura, Guardini scopre inoltre che occorre valorizzare la «portata esistentiva della teologia», la sua natura relazionale. Naro definisce questo metodo guardiniano come un «procedimento agapico»: «per teologare occorre percorrere la via dell’amore» (33), per poi spiegare che «la teologia ci permette – analogicamente – di apprendere che tra l’uomo e Dio intercorre una relazione iconica, in virtù della quale Dio viene (ri)conosciuto nell’uomo» (33).

Analogia

Tra i contributi più originali di Guardini alla teologia c’è l’aver capovolto il classico uso dell’analogia. Il secondo capitolo del testo di Naro è dedicato a questo tema. Guardini non prescinde dalle classiche declinazioni dell’analogia, l’emanatio come descensio o exitus a Deo e l’itinerario di ritorno ascensio o anche reditus in Deum, tuttavia, come mostra Naro, il teologo italo-tedesco «ripensando la lezione di Bonaventura, mette in evidenza la valenza umana dell’analogia» (39), compiendo «il primo passo» verso «l’analogia relationis, o anche analogia amoris, dato che l’essere umano in tanto somiglia a Dio in quanto può realmente mettersi in rapporto con lui nel solco dell’essere che più gli è proprio, cioè l’amore agapico» (39). Ed è proprio in questa via dell’amore, via di ritorno nel quale l’amore desidera il possesso di Dio, che l’analogia entis diventa analogia sanctitatis, ma anche aggiunge Naro, l’analogia humana diviene analogia relationis (cf. 40).

Guardini s’inserisce all’interno di un dibattito teologico che aveva visto il teologo gesuita polacco Przywara puntare sull’analogia entis, mentre il teologo protestante svizzero Karl Barth suggerire l’analogia fidei. Per Guardini esiste «una via mediana» (51) che si snoda secondo la relazione che collega analogia e adorazione: «I concetti con cui l’uomo ragiona riguardo a Dio, nell’analogia […] sono votati a cedere il passo al silenzio adorante» (51). Si tratta in altre parole dell’indole sacrificale dell’analogia, tra teologia apofatica e teologia catafatica e apertura verso la teologia enfatica: «L’analogia è dunque allo stesso tempo discorso, adorazione e lode» (52). Questa via mediana o terza via dell’analogia è coniata da Massimo Naro come inversio analogiae. L’espressione non si trova negli scritti di Guardini, ma riesce a sintetizzare efficacemente l’operazione epistemologica compiuta dal teologo italo-tedesco, rischiarando il rapporto iconico tra Dio e l’uomo, reso presente mediante l’incarnazione del Verbo.

Tra i punti più originali dell’opera c’è l’aver proposto l’inversio analogiae sia come chiave di lettura dell’epistemologia teologica di Guardini che come esigenza teoretica della sua Weltanschauung, che si pone come processo correttivo di quel fraintendimento dell’alterità divina introdottosi con la modernità. Naro offre delle pagine dense e illuminanti che consentono agli studiosi e ai lettori di potersi orientare nel variegato scenario delle riflessioni teologiche e filosofiche, aiutando a comprendere che «teologare non significa solo conoscere Dio, ma anche conoscere il mondo a partire da Dio» (69).

Le applicazioni di questo studio sono molteplici, dalla filosofia delle religioni alla teologia. Il guadagno per l’epistemologia teologica è notevole, perché l’antropologia è ricondotta alla teologia (cf. 63), e con il capovolgimento dell’analogia, la stessa teologia si può configurare come antropologia teologica. Un’antropologia teologica che risulta «iconicamente impostata» e pensata come «relazione tra una divina immagine archetipa (Urbild) e un’umana immagine che ne è il riflesso (Ebenbild)» (65), in stretta connessione con il senso della rivelazione e la stessa divina Scrittura.

Il volume è articolato in modo organico. Lo stile è tecnico e teologico, la lingua è colta e raffinata, chiara, densa e incisiva.

Massimo Naro, Scienza della realtà. La riflessione di Romano Guardini sul senso della teologia, EDB, Bologna 2020, 77 p., € 10. Recensione pubblicata su Teresianum 72(2021)1, pp. 266-268.

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