Le lingue parlate e la liturgia

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Il 22 ottobre è stato approvato un Decreto della Congregazione per il culto e la disciplina dei Sacramenti, che interviene come una dettagliata precisazione del contenuto del MP Magnum Principium (2017).

Si tratta di ristabilire una relazione corretta tra diversi piani della esperienza ecclesiale: tra lingua latina e lingue parlate, tra testo liturgico e Conferenze Episcopali, tra Conferenze Episcopali e Congregazioni romane.

La querelle sulla traduzione dei testi liturgici

Non si potrebbe capire questo documento se non si facesse memoria di quanto è accaduto nell’ultimo ventennio: la pretesa di “regolare” i conflitti di interpretazione a riguardo della “traduzione dei testi liturgici” con una logica unilateralmente deduttiva.

Pensare le lingue parlate come “traduzione dal latino” e le competenze dei Vescovi come irrilevanti rispetto alle Congregazioni aveva portato all’esito inevitabile: le nuove traduzioni o venivano bloccate o, se approvate, creavano imbarazzo. Ciò dipendeva da un duplice punto cieco, nel quale ci eravamo infilati senza discernimento: l’idea che in liturgia le lingue parlate fossero una “concessione”. E che la vera competenza su ogni lingua spettasse soltanto alla Sede Romana.

Questa lettura, diffidente verso le “lingue moderne” perché nostalgica di una universalità cattolica identificata con la lingua latina, confidava di poter essere fedele alla tradizione solo a due condizioni. Se il latino restava la lingua della esperienza e se Roma poteva controllare il passaggio dal latino (su cui resta obiettivamente forte) ad ogni altra lingua. Controllando la “fonte”, la universalità sembrava assicurata e la pace garantita. Ma il disegno era clamorosamente ingenuo e senza alcuna possibilità di riuscita.

Il Vaticano II

In realtà il Concilio aveva già compreso, in modo irreversibile, che le cose stanno in modo meno lineare e molto più complesso. Proviamo a dirlo in alcuni punti:

  • La esperienza della fede non si vive e non si esprime più immediatamente in latino. Questo è vero da alcuni secoli, ma è diventato evidente, anche a Roma, dal momento in cui il latino non è più lingua madre per nessuno. Come lingua “tecnica”, il latino ha perso tutto lo strato simbolico e metaforico che si addice solo a “lingue vive”. Non essendo più parlato dai bambini, dalle mamme, dai comici e dai poeti, è uscito dall’uso primario. Si può usare, ma solo come lingua tecnica. Ma la liturgia non è una tecnica!
  • Questo significa che noi facciamo esperienza della fede anzitutto in lingue diverse dal latino. Che così diventano “fonte” della nostra espressione, oltre che della nostra esperienza. Per questo, le versioni dei testi latini nelle lingue moderne non debbono riconoscere solo la forza del latino come lingua di partenza, ma anche la forza delle lingue parlate come lingue di arrivo.
  • Questo cambia anche le competenze ecclesiali. La prima competenza di sintesi non può essere quella romana, ma quella “locale”, dove la sintesi tra latino e lingua parlata viene vissuta “materno more” e “paterno sensu”. La pretesa di controllare da Roma l’uso dell’inglese in Australia o in Kenia o in Nuova Zelanda perdeva di vista la logica delle lingue e della esperienza di fede sul piano esperienziale ed espressivo.
  • Per questo la “liturgia autentica” può essere solo quella fedele. Ma la fedeltà deve essere accuratamente valutata su tre diversi piani, che si intersecano e non permettono mai ad un livello di prevaricare sugli altri. Lo dicono in modo esemplare in 4 numeri del recentissimo decreto (nn.20-23). Li riporto qui integralmente:

20. Il can. 838, § 3 chiede alle Conferenze Episcopali di “preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti”. L’avverbio fedelmente comporta una triplice fedeltà: anzitutto al testo originale, quindi alla lingua peculiare in cui si traduce e infine alla comprensibilità del testo da parte dei destinatari introdotti nel vocabolario della rivelazione biblica e della tradizione liturgica.

21. Fedeltà anzitutto al testo originale, ossia in lingua latina, presente nei libri liturgici tipici del Rito Romano. Resta inteso che, trattandosi di traduzione, il testo latino funge sempre da riferimento in caso di dubbio circa il senso corretto. Non si può escludere, in seconda battuta, che come ausilio interpretativo ci si possa riferire anche alla versione dei testi liturgici in una lingua maggiormente diffusa già confermata dalla Sede Apostolica.

22. Fedeltà poi alla lingua in cui avviene la traduzione, dal momento che ogni lingua presenta peculiarità proprie. La diligenza della traduzione consiste nel coniugare il rispetto del carattere proprio di ciascuna lingua con il rendere “pienamente e fedelmente il senso del testo originale latino”.

23. Fedeltà infine alla comprensibilità e alle “necessità spirituali” da parte dei destinatari, tenendo conto che “il testo liturgico, in quanto segno rituale, è mezzo di comunicazione orale”. Il lavoro di traduzione esige tra l’altro attenzione ai diversi generi letterari (orazioni presidenziali, acclamazioni, canti, monizioni, ecc.) come al fatto che vi sono testi destinati alla proclamazione, all’ascolto, ad essere proferiti coralmente. Resta inteso, che il linguaggio liturgico – termini, elementi, segni – ha bisogno nella catechesi di essere spiegato alla luce della Sacra Scrittura e della tradizione cristiana.

Partecipazione e traduzione

La “triplice fedeltà” illustra bene il fine, che è la “partecipazione attiva” del popolo all’atto di culto. L’opera di traduzione, infatti, non guarda solo al passato, ma anche e anzitutto al futuro. Ciò viene sottolineato con molta proprietà al n. 13:

La preparazione della versione dei libri liturgici suppone un quadro valutativo che tenga anzitutto conto della lingua, delle sue prerogative e della sua diffusione, avendo uno sguardo rivolto al futuro prossimo del suo uso, a partire dal suo apprendimento da parte delle giovani generazioni. L’adozione nella liturgia di lingue vernacole deve tener conto, tra l’altro, che il criterio fondamentale è la partecipazione del popolo alle celebrazioni liturgiche e non convenienze di altro tipo, come risvolti socio-identitari.

Proprio qui si gioca il ruolo che il “magnum principium” svolge nel guidare l’opera di traduzione. Così come formulato nel documento del 2017, risuona ora al n. 19:

Infatti, “fine delle traduzioni dei testi liturgici e dei testi biblici, per la liturgia della parola, è annunciare ai fedeli la parola di salvezza in obbedienza alla fede ed esprimere la preghiera della Chiesa al Signore. A tale scopo bisogna fedelmente comunicare ad un determinato popolo, tramite la sua propria lingua, ciò che la Chiesa ha inteso comunicare ad un altro per mezzo della lingua latina. Sebbene la fedeltà non sempre possa essere giudicata da parole singole ma debba esserlo nel contesto di tutto l’atto della comunicazione e secondo il proprio genere letterario, tuttavia alcuni termini peculiari vanno considerati anche nel contesto dell’integra fede cattolica, poiché ogni traduzione dei testi liturgici deve essere congruente con la sana dottrina”.

Il principio della “traduzione dinamica” indica precisamente la condizione “storica” della lingua latina. È una fonte, ma è situata. E la correlazione tra latino e lingue parlate è operazione non semplice, bensì complessa, perché non è univoca, ma biunivoca. Il latino ci permette di capire l’italiano, ma l’italiano ci permette di capire il latino. Per rispettare questa complessità occorre una “normativa articolata di competenze diverse”.

Questo è l’intento fondamentale del Decreto, che sblocca in modo lungimirante una situazione che risultava paralizzata. Perché la lettura ideologica degli ultimi 20 anni chiedeva al latino di essere quello che non è più da secoli e alle lingue parlate di non essere quello che sono ormai diventate da secoli: luoghi di esperienza e di espressione primaria del Mistero pasquale. Ossia “autorità” di cui il latino deve tenere conto. Il nuovo Decreto offre nel dettaglio la forma amministrativa e strutturale di questo importante riconoscimento.

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