Sabato santo, simbolo del nostro tempo

di: Michele Giulio Masciarelli

Il Sabato santo è un giorno misteriosissimo di Cristo, che torna a intrigare giustamente i cristiani:[1] è uno dei giorni più significativi della storia della salvezza. Fra l’altro, è il giorno del silenzio di Cristo. Si tratta di un silenzio piissimo, dolcissimo, ma anche terribile. Il Cristo non lo si vede più: è sottratto ai nostri occhi credenti. è nel sepolcro; è dentro la morte. Se non l’avessimo mai conosciuto, il Cristo, sarebbe stato meno impressionante che saperlo sparito.

Il Sabato santo propone di vivere l’importanza della compagnia di Cristo col dolore della sua scomparsa nella morte. È il mistero della discesa agli inferi, articolo del Credo che, lontano e ostico alla nostra coscienza odierna, da ultimo sta uscendo dall’ombra in cui era caduto e va riconquistando, in un orizzonte interpretativo rinnovato, l’importanza che gli compete.[2]

Il Sabato santo, simbolo del nostro tempo

Insieme a tanti segni di presenza di Cristo e di fedeltà al Vangelo, il nostro tempo soffre del silenzio di Dio. L’ateismo si presenta in forme striscianti ed enigmatiche; l’indifferenza religiosa si mostra come una sfinge indecifrabile e si connota con modalità che rendono difficile la sua analisi e impediscono un rapporto di dialogo con essa.

Ebbene, il Sabato santo, come giorno del nascondimento di Dio e dell’oscuramento dell’orizzonte di fede, è simbolo del nostro secolo che ha sentito in filosofia l’annuncio della «morte di Dio» (Nietzsche) e ha attraversato, a tutti i livelli, il travaglio di un lungo e acre processo di secolarizzazione, la cui parabola non pare conclusa nonostante una certa rinascita della domanda religiosa.

Il Sabato santo è, perciò, giorno severo che pone la terribile ipotesi di un mondo senza Cristo, ma ci riconsegna anche alla lieta certezza di fede che egli, di là della pietra del sepolcro, sta ancora operando per la salvezza degli uomini. Se Cristo fosse stato inghiottito dalla morte, se fosse rimasto chiuso nella buca di un sepolcro, sarebbero svanite le ragioni della speranza.

Si chiedeva con perspicacia J. Ratzinger in occasione della Pasqua del 1969: «Non comincia il nostro secolo ad essere un grande Sabato santo, giorno dell’assenza di Dio, nel quale anche i discepoli hanno un vuoto agghiacciante nel cuore che si allarga sempre di più, e per questo motivo si preparano pieni di vergogna ed angoscia al ritorno a casa e si avviano cupi e distrutti nella loro disperazione verso Emmaus, non accorgendosi affatto che colui che era creduto morto è in mezzo a loro?».[3] Questa domanda non finisce di pesarci sul cuore come un enorme sasso e di preoccuparci.

Il misterioso discendere di Cristo

Dopo la morte, Gesù è stato deposto nella buca di un sepolcro, cioè è stato nascosto nel ventre della terra, perché era davvero morto. Così egli esperimenta il suo estremo sabato che si frappone nel misterioso “dialogo” che intercorre tra il venerdì santo (affermazione dell’amore filiale di Gesù) e la domenica di Pasqua (risposta d’infinito gradimento della croce che il Padre dà al Figlio). Questi due giorni non dialogherebbero se fra loro non ci fosse a distinguerli e a unirli il mistero del Sabato santo, il giorno del più misterioso silenzio della storia: del resto, ogni tipo di dialogo è reso possibile solo dal silenzio.

La discesa agli inferi, ben lungi dal risultare l’extravaganza di un Dio lontano e solitario, si rivela anche l’opposto esatto del Nulla annichilente «che ingoia perfino Dio», come l’avvicinamento è più forte alla condizione dell’uomo fino allo stato di morte.[4]

La discesa agli inferi decifra la croce: quest’albero senza radici non prende umori salvifici dalla terra, ma, al contrario, porta in essa il frutto della salvezza; le sue radici sono in Cielo, ma esso fiorisce sulla terra e fin dentro la terra e da questa sprigiona, per la discesa nel suo cuore da parte di Cristo, un inizio di luce pasquale: «Oggi – afferma un antico testo siriaco – il sole di giustizia si è manifestato non dal cielo, ma dagli inferi. Infatti, un qualcosa d’inatteso è accaduto: gli inferi sono diventati immagine dell’oriente e il sole di giustizia si è levato di là. Egli, infatti, discese a illuminare quelli che erano in basso, per mezzo della sua morte; e salì a illuminare quelli che erano in alto, per mezzo della sua risurrezione».[5]

La discesa agli inferi è il punto basso da cui Cristo ascende al Padre. Ed è così che conosciamo la misteriosa misura del cristianesimo: questo è alto quanto la distanza che ci separa dalla destra del Padre dove il Cristo è asceso e s’è assiso ed è profondo quanto gli inferi dove egli è disceso.

Cristo discende in cerca di Adamo

Cristo, con la discesa agli inferi raggiunge l’uomo nel punto più basso, che è la sua morte, continuando il movimento di avvicinamento a lui iniziato con l’incarnazione, quando «il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo».[6] Dopo questa discesa, il mondo non è più come prima: ormai, in tutto ciò che è “ultimo”, “definitivo”, “fondamentale”, “essenziale” e “decisivo” c’è l’orma di Cristo, il segno del suo passaggio pasquale, l’eco santa della sua “evangelizzazione” agli inferi (cf. 1Pt 3,19). Non si dà perciò una geografia limitata dell’annuncio, se vuole oltrepassare perfino la soglia della vita.

Oltre all’evangelizzazione, Gesù porta alla comunità dei trapassati il primo frutto della sua croce: «Se il redentore, che in forza della sua innocenza propriamente non era sottomesso al destino della morte, si accosta ai morti dopo il suo atto sulla croce, ciò non può avere per loro che il significato e l’efficacia di una comunicazione della forza di redenzione».[7] Gesù così conferma d’essere per sempre il centro del vivere e del morire degli uomini (cf. Rm 14,8) e, ponendosi come “il profondo del mondo”, ne segue che tutto ciò che è umanamente valido o rispondente al progetto creazionale, diviene un “luogo” d’incontro con Cristo, un passo dato verso il Cielo: Gesù, infatti, vi è salito proprio ascendendo dagli inferi.

La discesa agli inferi è, fra l’altro, una rivelazione della perfetta memoria che Cristo ha di quanti il Padre gli ha affidati: come il Padre, Cristo non scorda nessuno. Ma il suo misterioso discendere, oltre che memoriale, è evento attuale e profezia dell’agire redentore di Cristo: tutte le generazioni sono redente dalla sua morte gloriosa. «La “discesa agli inferi” esprime una grande verità: Gesù, glorificato nella sua morte, divenuto Signore di tutti i tempi, l’avvenire di tutti gli uomini, incontra nella morte gli uomini che lo hanno preceduto per introdurlo con lui nella vita eterna. Questi non hanno potuto acquisire, durante la loro vita sulla terra, la salvezza che si trova aderendo al Cristo; Gesù, però, la offre loro nella morte».[8]

La “Credente” nel cuore del Sabato santo

Il Sabato santo è, fra l’altro, un decisivo giorno mariano: in esso si celebra la fedeltà radicale di Maria Cristo. Nel giorno in cui Gesù fu deposto nella tomba, mentre anche i discepoli più prossimi erano dubbiosi, Maria è rimasta sola a tenerne viva la fiamma: per così dire, è stata immobile nell’oscurità della fede, salda nell’ora del dubbio. Ma, dicendo che, in quel giorno, lei è rimasta sola a credere, in verità s’intende dire che, nel Sabato santo, tutta la fede della Chiesa si è raccolta in lei, perché s’identificava con lei – vera micro-Chiesa – che, sotto la croce, era stata chiamata a diventare la Madre di tutti. Perciò, proprio perché mariano, il Sabato santo è giorno ecclesiale.

Nel Sabato santo Maria ha espresso una fede attraversata dal dolore: così, si è realizzata in lei la profezia di Simeone: «Una spada ti trapasserà l’anima» (Lc 2,35).[9] In quel giorno la luce della sua fede ci riconsegna anche alla lieta certezza di fede che Cristo, di là della pietra del sepolcro, sta ancora operando per la salvezza degli uomini. Lei perciò è sapiente maestra: a differenza di noi, «vive […] la memoria quale luogo di profezia: ricorda per sperare, rivisita il passato per aprirsi al futuro, nella speranza che Dio è fedele alle sue promesse».[10] La Vergine del Sabato santo mostra che «la speranza non delude» (Rm 5,5), avendo visto la vittoria del Redentore dell’uomo, con una fede nuda e radicale che le ha permesso di credere e di sperare oltre il giorno umanamente più buio della storia umana.

Il Sabato santo è il giorno della Vergine dolorosa, pensosa nella sua fede, scossa dal dolore materno, ma anche della Donna e della Madre che, con il suo credente ripetuto fin nel cuore dell’“ora”, ha interrotto il silenzio terribile del Sabato santo e con la sua presenza fedele al Figlio scomparso ha riempito la solitudine mortale: di questo giorno intimidente e magnifico l’interprete più affidabile è la Credente di Pasqua,[11] che ha meritato questo titolo proprio perché è stata la Vergine del Sabato santo.


[1] P. Zavatta, La teologia del Sabato santo, Città Nuova, Roma 2006.
[2] Tornano alla mente, nel nostro tempo, l’esperienza spirituale della mistica Adrienne von Speyr col suo forte e decisivo riferimento al «Sabato santo» e, in connessione con essa, la teologia di Hans Urs von Balthasar sul Sabato santo (cf. G. Ancona, Disceso agli inferi. Storia e interpretazione di un articolo di fede, Roma 1999).
[3] Riprodotto col titolo L’angoscia di un’assenza. Tre meditazioni sul Sabato santo, in Supplemento a 30 Giorni, 3 – 1994, p. 8. Cf Joseph Ratzinger e William Congdon, Il sabato della storia, Jaca Book, Milano 1968.
[4] Cf. G. Mazzanti, Discesa agli inferi e dramma nuziale. Dall’abisso di morte alle nozze escatologiche. Una linea interpretativa, Cinisello B. (MI) 2001.
[5] Omelia siriaca anonima, V-VI sec). Per le espressioni delle altre liturgie sull’evento della discesa agli inferi, cf. S. Chialà, Discesa agli inferi, Magnano (BI) 2000.
[6] Gaudium et spes, n. 22.
[7] L. Scheffczik, Discese agli inferi (nel regno della morte), il terzo giorno risuscitò da morte, a cura di Wihelm Sandfuchs, in Aa.Vv., Io credo, Assisi 1977, pp. 63-64.
[8] F.-X. Durwell, Cristo l’uomo e la morte, Milano 1993, p. 22.
[9] Nel Medioevo la meditazione sul dolore della Madre dopo la morte del Figlio ha fatto sorgere la devozione all’Addolorata, la cui rappresentazioni artistiche più insigne saranno poi le varie “Pietà”. Cf. A. Serra, Una spada trafiggerà la tua vita. Quale spada? Bibbia e tradizione giudaico-cristiana a confronto, Servitium, Sotto il Monte-Giovanni XXIII (BG) 2003.
[10] C.M. Martini, La Madonna del Sabato santo. Lettera pastorale 2000-2001, Milano 2000, p. 38.
[11] Cf. A. Serra, Dimensioni mariane del mistero pasquale, Paoline, Milano 1995.

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