COP 2016: Educarsi alla riconciliazione

di: Bruno Scapin

Il nostro percorso di aggiornamento, il 66°, si colloca volutamente e doverosamente nell’anno giubilare della misericordia e nell’accoglienza decisa del lavoro del convegno di Firenze che, a partire dalle parole di papa Francesco, dev’essere assunto come prospettiva pastorale per la Chiesa italiana. Abbiamo percepito come la sinodalità così ben vissuta nei due sinodi sulla famiglia e saggiamente portata a compimento nell’esortazione apostolica Amoris lætitia sta diventando un’esperienza decisiva per un nuovo volto della Chiesa ai tempi di papa Francesco.

La tematica della riconciliazione e della misericordia declinata nella vita, nelle strutture, nelle relazioni interne ed esterne della comunità cristiana, nei suoi rapporti con il mondo, nella sua forza evangelizzatrice ci pare la cifra del nostro aggiornamento e ci ha portato a sognare una Chiesa i cui tratti essenziali qui vogliamo offrire, descrivere e aiutare a diventare prassi concreta.

Dalla riconciliazione alla conversione, all’evangelizzazione, alla riforma

  1. La riconciliazione è un dono grande e un’opera di Dio in Gesù Cristo, che diventa conversione della persona che, nell’intimo della sua coscienza, accoglie in sé e nel proprio operare l’energia sanante di questo grande dono.
  2. Ai discepoli di Gesù, ad ogni battezzato è affidato il ministero della riconciliazione, e cioè un servizio concreto a tutti gli uomini perché possano godere di questo grande dono di Dio che, se è vissuto in se stessi come processo continuo di cambiamento di mentalità, non può non diventare luce e forza di
  3. Questo confrontarsi con Gesù, cambiare vita secondo il vangelo ci obbliga a ripensare gli schemi mentali, i linguaggi, l’impostazione delle relazioni con le istituzioni civili, il modo di presentarci in pubblico, immaginando davanti a noi il mondo dei non credenti e non una ipotetica societas christiana.
  4. La prospettiva è quella della Gaudium et spes 76, secondo cui gli strumenti utili al vangelo «differiscono in molti punti dai mezzi propri della città terrestre» e la Chiesa «non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all’esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza… è suo diritto predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale… E farà questo utilizzando tutti e soli quei mezzi che sono conformi al Vangelo e in armonia col bene di tutti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni».

Da questa conversione, che riguarda il cammino di santità della persona, e dal necessario cambiamento di mentalità, che riguarda la visione di mondo e di missione della Chiesa in esso, emerge l’assoluta necessità della riforma che riguarda procedure, ordinamenti e prassi delle istituzioni ecclesiastiche. «Se ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore, nessuno può negare la necessità della loro riforma, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione nel mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie» (EG 27).

Da qui non si può non vedere che, accanto agli approfondimenti teologici, deve esserci anche un aggiornamento del Codice di diritto canonico, che è rimasto molto indietro rispetto alle definizioni e decisioni conciliari. Il Codice non regola affatto i rapporti ad extra della Chiesa. C’è un lessico pure da cambiare: non si può parlare di palazzi “apostolici”, di “sudditi” riguardo alla fede, di “delitto” se un battezzato abbandona la fede.

Le strutture di partecipazione della Chiesa sono luoghi di riconciliazione

Già il convegno di Firenze ci ha indicato come la partecipazione agli organismi di comunione dev’essere rinnovata e vivificata attraverso: la preparazione, fatta di riflessione e di preghiera; l’ascolto con regole, tempi e contesti che lo facilitano; la progettazione stile “papa Francesco”, cioè nella concretezza dei gesti e delle verifiche puntuali di essa.

La categoria di riconciliazione è utile anche perché ci permette di parlare di conflitto, non c’è perdono o riconciliazione se non c’è una pace da fare, e non c’è pace da fare se non c’è da superare un conflitto. Dobbiamo accettare i nostri conflitti, le tensioni, i punti di vista diversi e talvolta opposti anche nella Chiesa. Fare finta che non ci siano, magari anche camuffando questi tentativi di rimozione con un’aura di spiritualità, non è un buon servizio al Vangelo perché non manifesta un sano rapporto con la realtà; un conflitto ben gestito può diventare un’occasione di crescita, di ripartenza, di riconciliazione (cf. EG 227).

Le riconciliazioni più urgenti seguono ai conflitti più frequenti che riguardano:

Riconciliazione con la tradizione sinodale della Chiesa

L’uguaglianza di tutti i membri della comunità è sempre stato un principio fondamentale della fede cristiana e della tradizione. Non si mettono in discussione la costituzione gerarchica della Chiesa, le differenze di ministeri e compiti all’interno della comunità e l’autorità dei pastori, ma si richiede che questa autorità sia esercitata in accordo con la comunità, in maniera sinodale, con la partecipazione di tutti ai processi decisionali.

Riconciliazione con la modernità

Due principi hanno guidato la formazione delle strutture della Chiesa primitiva e possono essere ancora oggi da guida per lo sviluppo.

– Il principio ecclesiale, che significa che le strutture ecclesiali sono subordinate alla missione della Chiesa, come da tempo ci dice papa Francesco (cf. EG 27)

– Il principio contestuale, cioè l’attenzione ad alcuni elementi della società in cui la Chiesa vive che possono essere inclusi nelle sue strutture e aiutarle a svilupparsi.

Oggi, il nostro contesto offre modelli di partecipazione attiva e dal basso e modelli organizzativi che interrogano le nostre strutture ecclesiali, perché sembra che il processo di integrazione dei modelli organizzativi del contesto, in cui la Chiesa vive, si sia fermato con la modernità.

Riconciliazione tra le membra del corpo che è la Chiesa

Sappiamo tutti quanto è ancora diffusa la distinzione dei due generi di cristiani: i laici e il clero, anche se superata dal concilio ecumenico Vatìcano II. Luoghi per attuare questa riconciliazione e verificarla possono essere le strutture di partecipazione ecclesiale, perché è attraverso un coinvolgimento sempre più responsabile dei laici nei processi decisionali che si dà espressione alla fondamentale uguaglianza di tutti i membri della Chiesa.

La comunità ecclesiale è il luogo dove tutti possono affrontare i problemi, discuterne e tentare di risolverli, sempre «con il concorso di tutti» (AA 10).

Lo stile di guida della parrocchia deve assumere una forma aperta alla partecipazione di tutti, favorendo la libertà di esprimere il proprio pensiero e alimentando la convinzione di essere ascoltati.

Una scala di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica è data da: informazione, consultazione, dialogo, decisione comune, autonomia di tutti nell’assumere responsabilità e prendere decisioni in proprio. Noi, con la consultività pura e semplice, che c’è in ogni consiglio pastorale, siamo solo al terzo scalino: il dialogo. C’è ancora un po’ di cammino da fare, senza sconvolgere la responsabilità del presbitero, ma maturando come Chiesa che evangelizza e aumenta la sua credibilità di testimonianza.

La riconciliazione della Chiesa con il mondo

* Una prima riconciliazione di base è assolutamente l’andare oltre il dualismo sacro-profano.

Siamo ancora fermi a definire: luoghi, parole, persone, riti e tempi che rappresentano la presenza di Dio (sacro) e a credere irrilevante religiosamente tutto il resto (profano). L’unica profanità è il peccato. Se c’è qualcosa di assolutamente profano, nel senso superato del termine, che ha il massimo di presenza di Dio è proprio l’annunciazione dell’angelo a Maria: non avviene a Gerusalemme o nel tempio, Maria non è della casta sacerdotale; Gesù è assolutamente laico, i primi adoratori sono la feccia del popolo… Siamo ancora fermi a riprodurre questo dualismo nella pastorale; i laici che lavorano nella parrocchia sono laici impegnati, gli altri che testimoniano nel mondo, nel lavoro, nella famiglia non sono tra gli impegnati.

* Affermare concretamente il primato delle domande sulle risposte, quindi dell’ascolto. Certo che c’è la verità, ma è sempre da cercare.

* C’è un secondo annuncio da fare, un annuncio che si offre a un mondo post-cristiano che parte dall’esperienza concreta di persone che hanno già incontrato il vangelo, ma non sono in grado di riconoscerlo nella propria vita, è un annuncio che guarda alle pratiche che già ci sono, nella convinzione che la vita delle persone è un codice cifrato per leggere il vangelo, che già vi abita.

* Occorre ascoltare il grido che esprime la vita come appello rivolto all’altro, il grido che cerca nella solitudine, che aspira a Dio senza conoscerlo né nominarlo, ma di cui sente la mancanza e il vuoto.

* È proposta di felicità, di bellezza, di leggerezza, di armonia. È stima della ricerca faticosa che l’umanità fa, senza voler battezzare tutto come cristiano, ma incamminarsi con tutti, come compagni di viaggio che vanno verso una sola meta.

* Un annuncio che «non è ossessionato dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere, un annuncio che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, che si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa» (EG 36).

* Fa parte di una riconciliazione col mondo di oggi diventato plurireligioso e obbligato a rapportarsi con le religioni monoteiste. La misericordia di Dio si specchia nella misericordia del Corano, dove si può contemplare l’assoluta misericordia impersonificata in Allah.

Sognare una Chiesa che…

A conclusione ci siamo dedicati a sognare, sapendo che c’è una storia dietro a noi di sogni fatti, descritti, tramontati, quasi a dirci che non val la pena di sognare. Ma, se sognare è creare uno spazio antropologico che mi permette di comunicare e far convergere i miei valori più profondi, le fatiche della profezia, le pulsioni del cuore, val la pena di non stancarci mai di sognare.

Oggetto del nostro sogno è la Chiesa, ma proprio per la nostra tradizione del COP, non possiamo non partire o transitare per la Chiesa in un territorio, cioè la parrocchia. Allora ci domandiamo: la civiltà parrocchiale è finita? questa presenza capillare, sinergica e simbiotica con la gente è alla fine? Stiamo proprio scambiando il legame assolutamente necessario con la vita reale con una serie di sportelli e di servizi? I nostri preti sono ancora impegnati e capaci di custodire i legami da cui è fatta ogni bella esperienza di Chiesa nel territorio?

Il futuro della parrocchia: avviare processi

Abbiamo una storia che ci precede, fatta di progetti, di revisioni, di tentativi alcuni riusciti, altri fermati già all’inizio; abbiamo lavorato con semplicità e con tenacia a rendere praticabile e popolare il Concilio. Ci resta ancora molto da fare.

Il futuro della parrocchia sta nella qualità del legame che si stabilisce tra le persone e il prete, tra le persone che abitano il territorio, tra le persone e gli abitanti occasionali. Si può assolutamente riprendere la cura animarum come vigilanza su di sé, sull’altro, sul regno di Dio nel mondo.

Non c’è nessuno oggi disposto a dare definizioni o strade perfette di reinvenzione della forma canonica di una comunità cristiana, ma si possono avviare processi come spesso ci insegna papa Francesco:

  1. sognare metafore che allargano l’orizzonte; non muri, ma ponti che collegano e tolgono dall’isolamento, che è sempre tentazione pericolosa per ciascuno,
  2. abitare alcuni spazi antropologici che ci si parano necessari ed evidenti davanti agli occhi: i poveri, le metropoli, le periferie, i luoghi di pensiero, di provocazione, di coinvolgimento non settario contro finanze, pensiero unico, cultura consumistica, adattamento al ribasso che provoca assenza di rappresentazioni, che non permettono più ai molti di individuare la stessa comunità cristiana,
  3. presenza di testimoni, operatori di misericordia, doni di riconciliazione, solidarietà a tutto campo, accoglienza naturale di famiglie aperte e disponibili a giocarsi modi diversi di vivere assieme fuori dai loculi dei condomini,
  4. creare rappresentazioni nuove reinterpretando le vecchie che sono patrimonio di generazioni ancora attive. Si tratta di rappresentazioni di luoghi, di chiese, di oratori, di spazi di comunione, di esperienze caratteristiche come: luoghi popolati da ragazzi seguiti con passione da giovani (grest, campiscuola), esperienze aggregative aperte (associazioni, movimenti, nuove comunità evangelizzatrici), apertura alle missioni ad gentes, solidarietà di famiglie con gli immigrati…

Che prete serve per tutto questo? Un prete che:

  • crea continui legami con la gente,
  • vive la fede come fondamento integrante del suo essere,
  • culturalmente maturo, abile nel rammendo, nella paziente ricostruzione delle realtà,
  • capace di spiegare le ragioni della sua fede in ogni contesto,
  • povero per virtù,
  • legato nella sua vita alla vita delle famiglie.¹

¹ “Riconciliarsi nella comunità – Educarsi alla misericordia, al perdono, all’impegno” era il titolo della 66ª Settimana del Centro di orientamento pastorale (COP) che si è svolta a Foligno dal 27 al 30 giugno 2016.
I lavori, moderati da don Antonio Mastantuono (vicedirettore della rivista Orientamenti pastorali e docente di teologia fondamentale alla Lateranense), sono stati aperti dal teologo Severino Dianich e chiusi, giovedì 30, dal vescovo di Palestrina e presidente del COP Domenico Sigalini. Sono intervenuti Rosanna Virgili (docente di esegesi all’Istituto teologico marchigiano), Francesco Zaccaria (docente di teologia pastorale alla Facoltà teologica pugliese), Giuseppe Savagnone (direttore dell’Ufficio per la pastorale per la cultura dell’arcidiocesi di Palermo) e don Luca Bressan (docente di teologia pastorale alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale). Al termine dei lavori è stata scritta una

Lettera alla parrocchia

Cara parrocchia,

si dice di te che stai scomparendo, che vieni facilmente trasformata in un sportello o agenzia di servizi, che stai inventando tabelloni che devono far sapere a tutti i tuoi orari non la tua accoglienza, che tieni chiusa la chiesa tutto il giorno perché ti vuoi difendere dai ladri, che non sei più casa abitabile dei giovani, che sei una delle tante istituzioni che si sopportano a mala pena…. Te ne potrei dire altre di previsioni.

Ma non siamo abituati ad adattarci al ribasso. Ci siamo trovati con tanti amici in questi giorni a sognare ancora, nonostante tutti ci scoraggino e ci pensino irriducibili visionari, perché vediamo che hai una grande capacità di essere luogo di misericordia e di riconciliazione, ponte e non muro, crocevia di bisogni e di solitudini che cercano compagnia e prospettive, non hai paura di essere minoranza, perché non sei affatto settaria, tieni aperta la tensione a salvare e accogliere tutti, hai sempre questa bella caratteristica di essere cattolica, contro la tentazione di farti intimistica e gruppettara o lobby che si specializza in cose che non sono per tutti.

Abbiamo provato a sognare come Gesù voleva la sua comunità e ci ha aiutato papa Francesco a continuare a sognare a dirci che tutte le nostre strutture, le nostre riunioni, gli stili, gli orari, i linguaggi devono piegarsi a un verbo che lui ripete spesso: uscite, fate ospedale da campo.

Tu, parrocchia, puoi ben essere un luogo di riconciliazione, non solo perché fai incontrare la misericordia di Dio nei sacramenti, ma perché la sperimenti anche quando sai affrontare senza maschere i conflitti, che hai pure al tuo interno.

Sei in grado di ascoltare il grido che esprime ogni vita come appello rivolto all’Altro, il grido che cerca nella solitudine, che aspira a Dio senza conoscerlo né nominarlo, ma di cui sente la mancanza e il vuoto.

Tu, parrocchia, sei proposta di felicità, di bellezza, di leggerezza, di armonia. Non è solo da oggi che stimi la ricerca faticosa che l’umanità fa, senza voler battezzare tutto come cristiano, ma incamminandoti con tutti, come compagna di viaggio che va verso una sola meta. Hai un annuncio che non è ossessionato dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine, non tenti di imporle a forza di insistere, ma porti un annuncio che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, che si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e, allo stesso tempo, più necessario. Non sei complicata; la tua proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e “radiosa”.

Puoi disporre ancora di preti che vogliono un legame vero con la gente, che sanno dare ragione della loro fede in tutti i contesti in cui abiti, capaci di essere poveri e di vivere con le famiglie per imparare ancora di più l’arte di vivere, di credere e di sperare.

Sei certa che non vivi di illusioni, perché già le sperimenti come realtà.

Puoi sempre contare anche su di noi e assieme affidarci a Dio.

Foligno 2016

Gli amici del Centro Orientamento Pastorale

 

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