USA: ripensare la formazione dei preti

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La ricalibrazione pastorale dell’asse portante della Chiesa cattolica, che trova la sua espressione programmatica nella Evangelii gaudium di papa Francesco, comporta anche un ripensamento dell’esercizio del ministero ordinato e degli itinerari di formazione al suo interno. L’esigenza è stata raccolta dall’“Associazione dei preti cattolici statunitensi”, che ha affidato a un gruppo di lavoro l’incarico di redigere un testo di suggerimenti (cf. qui) in vista della rielaborazione della quinta edizione del Programma di formazione presbiterale da parte della Conferenza statunitense dei vescovi cattolici (USCCB).

«Pensiamo che le parole di papa Francesco siano una chiamata a una profonda revisione. Riteniamo che, fintanto che tale seria revisione non sia proposta, la Chiesa negli Stati Uniti continuerà a non essere in grado di confrontarsi con le importanti questioni» sollevate dai cambiamenti epocali di un mondo in profonda trasformazione.

La visione pastorale del Vaticano II

Il testo con le sue proposte di revisione degli itinerari formativi al ministero ordinato, che è stato inviato al presidente della Commissione per il clero, la vita consacrata e le vocazioni della USSCB, card. J. Tobin, permette anche di mettere mano a qualche riflessione iniziale sulla figura del prete e del suo servizio alla fede nel vissuto delle comunità cristiane.

Due le linee portanti attorno a cui si articolano le proposte del documento: l’ispirazione della configurazione complessiva della Chiesa nel solco del Vaticano II, da un lato, e l’assunzione della pastorale come principio originante e fondamentale del ministero nella Chiesa, dall’altro.

Tratti, questi, che sembrano essere stati mancati o non adeguatamente messi in atto fino a oggi: «La nostra preoccupazione è che, nei decenni recenti, la formazione al ministero ordinato non ha implementato in maniera adeguata nei candidati la visione e i valori pastorali del Vaticano II».

Dissonanze generazionali

In merito si può percepire, in controluce, una sorta di frattura generazionale che attraversa il clero statunitense. Ne è indice indiretto la composizione stessa del gruppo a cui è stata affidata la redazione dei suggerimenti, composto da preti tutti ordinati tra il 1964 e il 1984.

Come se la generazione più giovane di preti rappresentasse un problema da risolvere, senza trovare una sua adeguata rappresentanza all’interno della stessa associazione di categoria. A questa generazione, formatasi negli ultimi anni, si guarda come ad una sorta di cieca resistenza opposta al Vaticano II: «Parte del clero recentemente ordinato vede addirittura il Vaticano II come un momento di distorsione nel pellegrinaggio della Chiesa attraverso il tempo. Come risultato, molti di essi si vedono come incaricati di cancellare e correggere il “danno fatto” dai preti che hanno lavorato prima di loro nel ricevere e vivere il Vaticano II come una “nuova Pentecoste”».

Si tratta di un sentimento diffuso, che va ben oltre la Chiesa statunitense, e non privo di pertinenza sotto certi aspetti. Ma la questione è ben più profonda e complessa di quanto possa sembrare a prima vista.

In primo luogo, bisognerebbe interrogarsi sulle ragioni che hanno portato a questa distanza del clero più giovane dagli ideali e dai valori espressi nel Vaticano II. A meno di questo si rischia di cadere in un cortocircuito che risolve il tutto in una mera pragmatica formativa e in questione di politica ecclesiastica.

In secondo luogo, sembrano mancare luoghi ecclesiali in cui questa dissonanza generazionale possa essere portata alla parola in un processo di reciproco ascolto e comprensione. L’indicazione, offerta dal documento, dell’importanza di una formazione permanente del clero va sicuramente accolta con attenzione dall’istituzione e dai suoi rappresentanti; ma questo non può essere l’unico spazio di incontro tra le generazioni ministeriali.

Da ultimo, il testo stesso indica, anche se non in maniera esplicita, quale dovrebbe essere il luogo in cui le diverse “età” del ministero abitano insieme e si incontrano/parlano tra loro: ossia, nella quotidianità pastorale, nell’esercizio del ministero stesso vissuto non come impresa del singolo davanti alla comunità, ma come legame fra generazioni di preti nella e per la comunità cristiana.

Vivere insieme il ministero

Addebitare il peso della responsabilità per questa condizione del ministero da un lato solo è rischioso, non rende giustizia alle persone e ai loro itinerari di fede, e sicuramente non fa bene alla Chiesa tutta. Non si può guardare ai preti giovani, con tutte le loro fragilità, inconsistenze, tentennamenti, solo come ad un problema da risolvere. Le condizioni di vita ed ecclesiali che li hanno plasmati si sono completamente trasformate rispetto alle generazioni precedenti, e i preti giovani le portano con sé nella traccia del loro vissuto di fede. E non potrebbe essere altrimenti.

La genialità e sapienza di chi ha a lungo camminato nell’esercizio del ministero dovrebbe essere quella di accompagnarli fraternamente, perché i preti giovani sono le venature in cui scorre il ministero a venire della Chiesa stessa.

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Senza pretendere che i preti giovani siano una sorta di clone perpetuo di una figura fissa del ministero, certo ammonendoli francamente e con una parola amica quando necessario, ma anche concedendo loro la possibilità stessa di una parola da mettere in circolo nell’esercizio del ministero e nella Chiesa.

Non credo che vi possa essere altro luogo che una sincera ed effettiva fraternità presbiterale affinché i valori e la visione pastorale del Vaticano II possano trasmettersi di generazione in generazione, non come un’istruzione da seguire alla lettera ma come un tesoro da cui si possono estrarre cose nuove e cose antiche.

Da ultimo, bisognerebbe chiedersi cosa si cela veramente dietro questa scollatura generazionale nell’esercizio del ministero ordinato. Che i «presbitèri e le comunità parrocchiali nel nostro paese siano stati divisi, almeno in parte, da come i preti sono stati formati secondo i programmi di formazione al ministero come essi sono stati messi in atto negli anni recenti», rappresenta la percezione (e un giudizio di valore) di una condizione di fatto.

Il corpo lacerato della Chiesa

Ma questa condizione dice anche altro; dice, in primo luogo, come il ministero ordinato e il suo esercizio (fatto di vissuti di fede) rappresenta il luogo in cui si è inscritta la ferita di una lacerazione che attraversa il corpo della Chiesa intera. Una ferita e scomposizione di cui il ministero non è il grande orchestratore, ma lo spazio dell’evidenza più drammatica.

Il ministero ordinato da solo non può riavvicinare i lembi di questa ferita, così che essa possa lentamente rimarginarsi attraverso un processo di riconciliazione la cui urgenza non è più procrastinabile. A questo deve collaborare tutta la comunità cristiana, come cura della fede della fraternità dei discepoli e delle discepole del Signore sullo stesso ministero ordinato.

All’interno di questo cammino condiviso si può inserire coerentemente l’apporto della comunità cristiana nel suo intero alla formazione dei candidati al ministero presbiterale, come auspicato in più passaggi dal documento dei preti statunitensi.

Diventare preti nella comunità cristiana

Nell’incrocio fecondo fra il Vaticano II e la sua ripresa ideativa da parte di papa Francesco, il vissuto effettivo della comunità cristiana è la destinazione del ministero come servizio; e, quindi, deve rappresentare anche uno spazio all’interno del quale si esercita la formazione stessa al ministero. «I candidati al presbiterato devono iniziare la loro formazione lavorando insieme ad altri laici cattolici, in servizio agli altri, vivendo tra il popolo di Dio come discepoli, come co-parrocchiani, come collaboratori dell’opera di Dio».

La suggestione è, dunque, quella di una formazione che si svolge all’interno della comunità cristiana (e non in un luogo separato, distinto e lontano da essa), dove più soggetti sono chiamati alla responsabilità di accompagnare un fratello nella fede nel suo itinerario umano, spirituale e teologico, verso il presbiterato.

La formazione diviene così un apprendimento concreto, all’interno delle cose della vita e della vicenda della fede di molti, al diventare prete (non solo per, ma anche in una comunità di credenti) che non si chiude con l’ordinazione.

In quest’ottica la parrocchia, luogo dell’effettività della fede comune, viene colta non solo come destinazione del ministero, ma anche come spazio dell’esservi generato dai molti legami quotidiani, dall’effettività dei giorni dell’umano vivere, che in essa circolano e transitano magari solo per un attimo.

La pastorale come principio architettonico

Il principio pastorale, in tal modo, non rappresenta più una semplice un’idea ma diventa esperienza concretamente vissuta insieme ad altri. Ne consegue una riconfigurazione dello stesso iter teologico quale parte integrante della formazione al ministero ordinato: «avere un’esperienza pastorale sta alla base, seguita dalla riflessione e studio per evincere così la dimensione teologica di tale esperienza. Poi, in un secondo passaggio, i corsi tradizionali sulla Scrittura, la dottrina, e così via, possono mostrare come l’esperienza cristiana possa essere ulteriormente compresa e spiegata».

I preti statunitensi rimarcano che questa esperienza pastorale deve avere un carattere prevalentemente parrocchiale per poter essere anche apprendimento «a stare tra la gente», da un lato, e per comprendere esistenzialmente, dall’altro, che «la vocazione al servizio è radicata nella chiamata universale alla santità, celebrata e messa in esercizio nel battesimo, cresima ed eucaristia». Vocazione a vivere nella fede di tutti i giorni, fondata sulla «parola di Dio che diventa vissuto e su una relazione personale con Gesù».

La parrocchia, quindi, è quello spazio di relazioni aperte, impreviste, in cui si impara che essere prete non vuol dire fare da solo ma significa essere capaci «di costruire dialogo e consenso» fra i molti; lo spazio in cui il prete sente che non è solo ma portato da una comunità che ha un compito e mandato di discernimento sull’esercizio del suo ministero. Questo fin dagli inizi della sua formazione, che deve rimanere il tempo di un cristiano comune fra i suoi molti fratelli e sorelle.

Anche lo studio della teologia deve seguire questo principio pastorale, ossia avvenire in un luogo in cui si apprende a «collaborare con altre persone e altri credenti in quella che è in tal modo veramente l’opera collegiale di Dio, riconoscendo i vari doni intellettuali, personali e culturali che gli altri portano al ministero». Insomma, è bene studiare dove tutti studiano, «in un ambiente universitario dove sono in gioco molte altre discipline e qui vengono messe in discussione, sia durante le lezioni sia in incontri casuali con i compagni».

Sessualità ed affettività

Lo sviluppo psico-sessuale di una persona è un processo che dura una vita, conosce nuove stagioni e anche momenti di difficoltà che possono rappresentare una risorsa se affrontati con libertà di spirito verso sé stessi e onestà verso gli altri. Anche la dimensione affettiva non può e non deve essere mai privatizzata, perché vive fecondamente solo nell’essere accompagnata e «supportata da molte relazioni e da un consiglio sapiente».

Anche in merito a questi due aspetti fondamentali dell’umano si intravede nella pastorale la dimensione più idonea per la fase di formazione al ministero: passando dall’isolamento artificiale del seminario a luoghi del vissuto quotidiano della fede, intrecciando fra loro gli spazi della fraternità presbiterale e della comunità parrocchiale. È in questo incrocio che la dimensione psico-sessuale e quella affettiva dei candidati al ministero ordinato possono trovare un sano supporto e un discernimento che si genera dalle relazioni di tutti i giorni e dal modo di abitarle e viverle.

Ripensare in questo modo la formazione al ministero ordinato chiede anche alle comunità parrocchiali, a ogni credente in esse, di mettere in atto un processo di revisione del proprio modo di comprendersi e di essere. Nella parrocchia, la comunità cristiana non è né alternativa né dipendente dal prete, ma è lo spazio in cui convergono i molti doni e competenze della fede che non sono mai destinati a un mero esercizio biografico, individuale, comunitarista.

Se la revisione della formazione al ministero ordinato non può prescindere dalla comunità parrocchiale, chiamandola a esserne il luogo in cui essa si attua così da riconoscerla come discernimento in atto di una vocazione al ministero, il ripensamento della parrocchia non può essere disgiunto dall’esercizio quotidiano del ministero come uno specifico vissuto di fede al suo interno.

Solo tenendo insieme questa tensione e dialettica sia il ministero sia la parrocchia potranno immaginarsi una forma capace di superare il modello tridentino, per poter essere in presa diretta con la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, con le prove che attraversano, con le fragilità che li segnano, con i desideri che coltivano, con quella fede elementare nella vita che Gesù ha onorato e riconosciuto come salvezza già in esercizio nei giorni comuni di tutti.

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