Missione in Burkina Faso

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Padre Paolo Motta è missionario della Comunità di Villaregia. Da 4 anni opera nella missione di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. In vista della Giornata Missionaria Mondiale (24 ottobre), SettimanaNews propone un’intervista sulla situazione nel Paese africano e sul senso della missione.

  • Padre Paolo, come è nata la missione nella quale ti trovi?

Nella nostra assemblea generale del 2015 si è deciso di aprire nuove case per dare altro impulso alla nostra missione: la prima ad aprire è stata quella in Burkina Faso. Il Paese è stato scelto fondamentalmente per due motivi.

Il Burkina Faso

Il primo è che è uno dei paesi più poveri al mondo, agli ultimi posti nella scala del PIL; l’altro motivo è che c’erano tra noi due o tre missionari con legami nel Paese, in quanto cresciuti in Costa d’Avorio da genitori originari del Burkina. Ciò avrebbe garantito un primo aggancio. C’era naturalmente un invito del vescovo locale.

  • Come si vive in Burkina Faso?

Una volta arrivato, sono rimasto positivamente colpito da una certa programmazione politica e da obiettivi abbastanza chiari da raggiungere. Tuttora sussiste un piano quinquennale di sviluppo in linea con gli obiettivi dello sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite. In questo modo è più facile – per tutti quelli che lavorano nel Paese – capire come muoversi per contrastare la povertà.

Il Burkina vive ancora sostanzialmente di un’agricoltura di sussistenza, anche se c’è una buona parte di produzione agricola orientata all’esportazione, ad esempio del cotone. Questo dice dell’importanza fondamentale dell’acqua. Ma l’acqua è una risorsa scarsa e soprattutto messa sempre più “in forse”, oggi più che mai, a motivo dei cambiamenti climatici.

  • Vuoi dire dei cambiamenti climatici? Che cosa noti?

La vita della gente dei villaggi dipende dal corso delle stagioni e delle piogge. La stagione delle piogge dura 4 o 5 mesi. Ma, “da sempre”, durava almeno 5 mesi. I locali dicono: “una volta non era così”. Sembra quindi che “una volta” il corso delle stagioni fosse più regolare. Sicuramente i mutamenti del clima non erano così violenti. Ora si possono dare anni di dura siccità alternati a periodi di estrema piovosità. Con le piogge arrivano anche i disastri. Questo è quanto io stesso posso notare.

Pensiamo a chi semina mentre il periodo è estremamente incerto. Può accadere che piova per un mese abbondantemente e che le semine vadano perdute, ovvero che vinca il sole tropicale dopo la semina: significa che tutto si secca. Insomma, è estremamente difficile – sempre più difficile – azzeccare quei 4 o 5 mesi utili per la semina. Gli scompensi climatici hanno aperto inoltre la strada agli attacchi dei parassiti e a nuove malattie delle piante.

Come trovare l’acqua? Certo, si possono fare i famosi “pozzi dei missionari”. Ma il livello delle falde non è costante e continua ad abbassarsi. La cosa più proficua resta costruire quindi grandi bacini di contenimento delle piogge torrenziali. Servono poi soluzioni tecnologiche per l’impiego e il riciclo dell’acqua: per questo c’è bisogno di aiuto da parte di altri Paesi. Serve quindi una formazione capillare degli agricoltori.

  • Qual è l’andamento demografico?

Quando sono arrivato ogni donna contava una media 5,2 figli. Le politiche demografiche hanno abbassato l’indice a 4,7 figli per ogni donna, nel giro di un quinquennio, con metodi assai discutibili. La Chiesa cattolica si è esposta dicendo che non era quello il modo di fare, perché va sempre rispettata la libertà e l’autodeterminazione delle famiglie.

Ma non si può negare che l’aumento della popolazione sta creando ulteriori criticità alla sostenibilità del sistema.

L’impatto più devastante è tuttavia – ora – quello del terrorismo.

Terrorismo nel Sahel
  • Parlaci dunque del terrorismo nella fascia del Sahel.

Con la crisi libica e l’uccisione di Gheddafi nel 2011, i combattenti islamisti – posti sotto pressione in Medio Oriente – hanno trovato miglior sede nel Sahel, mantenendo tuttavia un campo aperto verso il territorio libico. Hanno esportato quindi una mentalità estremista, facendo del Sahel un centro di formazione dei terroristi per il mondo intero. Ciò si coniuga chiaramente con altri scopi.

Qui in Italia vediamo l’arrivo dei migranti. Sappiamo che dietro questi movimenti – non solo di esseri umani ma anche di droga, armi, oro e altri metalli preziosi – ci sono le mafie.

I terroristi hanno creato dunque un loro “corridoio di servizio” che parte dal golfo di Guinea. La Nigeria e il Senegal funzionano da porta di accesso delle navi che portano la cocaina dall’America Latina. Il corridoio attraversa il deserto sino al nord dell’Africa: la Libia è il punto di slancio verso l’Europa.

Il Burkina Faso – col Mali e il Niger – è nella fascia del corridoio più controllata dal terrorismo che sta mettendo le mani sulle miniere d’oro, almeno quelle meno sfruttate, mentre i più grandi giacimenti sono nelle mani delle multinazionali. Non dico che le multinazionali siano peggio dei terroristi, ma si sa che anche queste lasciano ben poco alla ricchezza del Paese. Così i terroristi imperversano. La povertà è il terreno di coltura. E lo stato non riesce a tenere sotto controllo la situazione.

La gente scappa dai villaggi delle zone di confine, ripiega verso il centro del Paese, verso zone più sicure, verso le città: ciò inevitabilmente impoverisce ulteriormente le campagne: diminuiscono le produzioni alimentari e la crisi aumenta. C’è quindi una stretta relazione – in un verso e nell’altro – tra terrorismo, crisi alimentare, crisi ambientale e sfollamenti.

Come ho accennato, i terroristi approfittano del malcontento. È chiaro che nei villaggi – in cui il reddito di chi coltiva la terra si aggira in media su 50 euro al mese – offrire l’equivalente di 100 euro significa stare molto meglio. I 100 euro vengono poi recuperati facilmente dall’organizzazione terroristica che può usare un’altra persona armata che, con le sue angherie, si paga da sé stessa.

Da terroristi, infatti, si diventa possessori di kalašnikov. Tanti girano col kalašnikov e con quello si assicurano il mantenimento, facendo estorsioni. Questo spiega la facilità del reclutamento. Ciò avviene principalmente nelle zone periferiche, ove il governo non ha potuto o voluto arrivare.

Consideriamo che – essendo la popolazione distribuita a metà tra città e campagna – è molto più facile per i governanti prendere voti in città distribuendo qualche volantino, piuttosto che raggiungere le campagne. Le elezioni vengono vinte in città, ma poi tutto il territorio dovrebbe essere governato.  Il risultato è che le zone lontane sono quelle meno assistite dallo stato. Si capisce dunque perché i terroristi albergano soprattutto in quelle zone. Purtroppo, molti giovani locali li seguono.

  • Si sente dire di continui attentati nel Sahel…

Ci sono due tipi di attentati. L’ultimo in ordine di tempo, in settembre, ha colpito i militari. L’obiettivo si è concentrato su un convoglio che andava a pattugliare il territorio per affermare la presenza dello stato. Questo è un tipo di attentato.

L’altro invece è di genere intimidatorio o di furto. In tal caso i terroristi arrivano nei villaggi sparando all’impazzata: magari non fanno “tanti” morti, ma spargono il terrore. Così la gente si sottomette o scappa.

Due anni fa si sono verificati alcuni episodi che hanno fatto pensare all’inizio di persecuzioni religiose, poiché sono state prese di mira delle chiese: quelli sono rimasti – ad oggi – episodi isolati. Sembra che il terrorismo si sia concentrato sul ben più redditizio controllo del territorio.

  • Gli sfollamenti interni della popolazione sono prodotti dai cambiamenti climatici e, insieme, dal terrorismo?

Gli sfollati interni del Burkina sono almeno un milione e mezzo su una popolazione di 25. Cercare di rifugiarsi nelle grandi città appare a molti l’unica soluzione, ma, in buona misura, illusoria. Nella città vediamo sempre più la sovrapposizione tra ricchi molto ricchi e poveri molto poveri. All’aumentare delle disuguaglianze sociali aumenta naturalmente la delinquenza.

E torniamo alla differenza tra campagna e città: in campagna è più facile condividere un po’ di riso e invitare l’ospite a dare una mano per coltivare, mentre in città è tutto più difficile. In città la gente vive sostanzialmente di “ciò che cade dalla tavola dei ricchi”, adoperandosi in quei commerci che distribuiscono la ricchezza marginale.

In qualche modo la fonte della distribuzione di questa ricchezza sono i legami parentali ed amicali che – per quanto blandi – assicurano mezzi di sussistenza importanti. Per molti è motivo di onore poter dire: “io sono il punto di riferimento della mia famiglia e di molti altri”. Certamente resta sempre qualcuno fuori dai circoli virtuosi: qualcuno che, per tante ragioni – ovviamente anche a causa dei litigi – non sa più dove sbattere la testa: in questi casi la miseria si fa sentire assai.

Migrazioni e mafie
  • Si patisce la fame dove tu ti trovi?

Ho sempre avuto un’idea di fame condizionata dall’immagine di chi non mangia nulla ed ha un aspetto scheletrico. Ma ho imparato a distinguere tra “fame” e “malnutrizione”. È evidentissimo che c’è tanta gente in Burkina che fa un solo pasto al giorno o che mangia male, ossia che non è ben alimentata secondo le necessità. Ci sono tanti poveri ricchi di dignità che non vengono a dirti questo. Ovviamente ci sono anche gli “imbroglioni”.

  • Il quadro che stai descrivendo spiega anche la migrazione dei giovani africani verso l’Europa?

Il fenomeno migratorio è dentro quanto sto dicendo: è una delle attività controllate dalle mafie con intrecci col terrorismo. La promessa che viene fatta è sempre quella di un avvenire migliore – soprattutto ai giovani – ben diverso dalla prospettiva di stare nel campetto a coltivare il miglio. Le mafie lavorano sull’informazione dell’imbroglio.

I giovani non vogliono credere ai racconti di sofferenza di chi è partito, ha rischiato la vita e ora fa una vita grama in occidente.

Le mafie riescono a presentare l’emigrazione come qualcosa di molto allettante, il che in realtà è parzialmente vero, perché uno che sta male in Italia sta, dal punto di vista economico, meglio di un povero che vive in Burkina; ma dal punto di vista della qualità della vita io penso proprio che non sia vero.

Il problema è che chi arriva in Europa non torna più indietro a dirlo. La vita sociale africana è tale per cui ciò che importa è la reputazione.  Il “nome vale più della vita”: questo è un tipico proverbio. Nessuno vorrà mai ammettere di trovarsi in Italia a elemosinare o a lavorare per 12 ore al giorno e dormire ammassato assieme a tanti altri in una baracca.

La grande aspirazione è mettere da parte i soldi per fare un giorno il grande viaggio di ritorno e mostrare il mega cellulare.  L’emigrazione dall’Africa è un fenomeno assai complesso: la cultura ha la sua parte.

  • Quanto pagano questi giovani per arrivare in Italia e in Europa?

Le mafie chiedono ovviamente tanti soldi: chiedono subito la metà del viaggio e poi – raggiunta la metà del viaggio – ne chiedono altri e altri ancora. I giovani migranti diventano allora pazzi perché si ritrovano in mezzo al deserto. Cercano di contattare la famiglia.

Le famiglie sapendo che sono in pericolo di vita, mandano altri soldi: è una storia piena di ricatti! Venire in Europa costa tre o quattro volte tanto quello che costerebbe normalmente in aereo, oltre al rischio della vita. Ma quando lo si scopre, è troppo tardi.

  • Il Covid è arrivato anche in Burkina? Con quali effetti?

All’inizio c’è stata paura per tutte le notizie che arrivavano dal mondo. Entro l’estate del 2019 tutte le misure sono state allentate. Quando si è ripreso a dire che si doveva stare ancora attenti, la gente non ci ha creduto più.

Dunque, dal punto di vista sanitario, non c’è stata l’ecatombe. Invece, dal punto di vista economico, l’impatto forte c’è sicuramente stato: ad esempio, sono cresciuti i prezzi di tutti i prodotti di importazione, in un Paese già molto povero.

  • Chi governa questo Paese?

Si tratta di un governo democratico, perché si fanno le elezioni: le ultime sono state a dicembre. Sono state comunque elezioni trasparenti, con tanto di inviati internazionali e di opposizioni rappresentate: direi che non è niente male da questo punto di vista. C’è dialogo tra le parti.

  • Quali sono i Paesi alleati?

La Francia mantiene la sua influenza da potenza coloniale del passato, ma l’India e soprattutto la Cina stanno estendendo la loro influenza economica e commerciale. Di cinesi in giro – in realtà – non se ne vedono molti, ma ci sono. Sono arrivati per fare le strade: le strade dei poveri le fanno i cinesi, le strade per i ricchi le fanno i francesi.

Vi racconto un aneddoto. La nostra missione non aveva una vera e propria strada di accesso. Un giorno è venuto il Presidente della Repubblica. Gli abbiamo chiesto di fare una strada in asfalto.  Ci ha detto: “Cerchiamo di farla, ma i soldi sono pochi”. Così l’ha fatta fare ai cinesi. I cinesi hanno dato una spalmata di bitume sulla terra e poi ci hanno messo della ghiaia. Questa è tuttora la nostra strada. Pure i francesi stanno finanziando il Burkina Faso affinché si asfaltino le strade, ma a patto che gli appalti siano concessi alle società francesi. Certamente le strade fatte dai francesi sono le migliori!

Le religioni
  • Quali sono le caratteristiche religiose della popolazione?

Il 70% della popolazione è musulmana. Ma la constatazione è che anche l’Islam si stia frammentando e particolarizzando in gruppi che hanno caratteristiche simili alle sette cristiane di origine evangelica, quali l’Assemblea di Dio.

I cattolici si aggirano dal 20% al 25%, talvolta arrivano al 30%, a seconda delle zone. L’Assemblea di Dio conta in città percentuali basse del 4 o 5%, ma enfatizzate da una particolare aggressività, specie contro la Chiesa cattolica. Gli ortodossi hanno presenze sparute.

Dicevo che i musulmani sono sempre più frammentati. Nella nostra missione ci sono 25 comunità di base: nel territorio di ciascuna comunità contiamo circa 10 moschee, sorte anche recentemente. La moschea tradizionale è sempre stata al centro del villaggio, con accanto la chiesa cattolica.

Negli ultimi 100 anni la norma è stata questa: i villaggi si sviluppavano pacificamente attorno ai due centri di culto. Ora, però, nascono le moschee “private” fatte da chi ha i soldi, in cui arrivano imam da altrove e con diverse tendenze. Intendiamoci bene: spesso la moschea è paragonabile a un capitello, oppure la moschea è semplicemente una piazza dove la gente si mette a pregare sulle stuoie. Ma sicuramente c’è stata una proliferazione.

Nel mentre si vedono donne vestite tutte di nero che mostrano solo gli occhi: cosa che sino a qualche anno fa non avevamo mai visto in Burkina e in quella parte dell’Africa. Non saprei dire se questo abbia a che fare col terrorismo. So che ci sono sempre più persone che vanno a studiare nei Paesi arabi per fare gli imam.

  • C’è dialogo interreligioso?

Quando siamo arrivati nel nostro territorio si contavano 75 mila persone. Da allora, ad occhio, la frequenza in chiesa è almeno raddoppiata, se non triplicata, in 4 anni, appunto. Ciò dà un’idea – non tanto dell’efficacia dell’evangelizzazione – quanto della crescita demografica, dovuta soprattutto al fenomeno dello spostamento della popolazione in città.

In questa situazione, fare evangelizzazione significa necessariamente entrare in relazione e in dialogo. Il nostro cardinale insiste molto su questo. Ma non si tratta del dialogo tra i rappresentanti delle religioni. Peraltro, un rappresentante ufficiale dell’Islam non esiste, perché ogni moschea fa capo a sé stessa, così come ogni chiesa dell’Assemblea di Dio fa capo a sé stessa.

La nostra strategia di dialogo sta nella vita quotidiana, poiché la gente vive nei quartieri, nelle scuole, nei mercati, all’aperto. Una grande opportunità di dialogo è costituita dai matrimoni misti che celebriamo ancora in misura considerevole. Dei matrimoni che celebriamo infatti, la metà circa è di “origini miste”: la cultura locale vuole che la donna segua la religione dell’uomo. Perciò se capita che il cristiano si innamora della musulmana, la musulmana molto probabilmente diventa cristiana. E viceversa.

Con la consapevolezza che la cristiana che sposa il musulmano va incontro, con una certa probabilità, alla poligamia del marito. Questa è riconosciuta dallo stato. È uno dei due modi con cui si può contrarre il matrimonio civile: all’atto del matrimonio viene espressa l’opzione tra monogamia e poligamia. Chiaramente la donna deve adeguarsi al marito.

Per tradizione, la donna non fa storie per la religione, non fa storie per l’educazione dei figli, cerca di non fare storie per niente, affinché la famiglia possa crescere sul suo ruolo fondamentale di madre. Il ruolo riconosciuto alla donna è dunque estremamente importante, non è affatto svalutativo, anche se costa grandi sacrifici.

Ma per le donne cristiane c’è un prezzo da pagare in termini di rinuncia alla propria appartenenza di fede e alle pratiche. Celebriamo però anche matrimoni di origini miste di persone che restano nella fede cristiana o che addivengono alla stessa. Si dà il caso di conversioni di uomini musulmani al cristianesimo, quando le famiglie si mostrano tolleranti.  Dietro ogni matrimonio ci sono sempre le famiglie. Il matrimonio non è mai un fatto tra due persone.

Il matrimonio è sempre fra due famiglie, in senso allargato. Ci sono famiglie che si oppongono al cambiamento di religione e ci sono famiglie che lo accettano. Nei casi in cui le famiglie si oppongono alla scelta, la singola persona può comunque dire “io vado avanti”, con grossi rischi, però, perché senza la famiglia alle spalle, in caso di difficoltà, si rimane completamente soli: in questo caso avviene una sorta di “morte sociale”. Il sistema è estremamente variegato. Ci sono problemi, ma ci sono anche tante, tantissime, opportunità di dialogo.

  • Cosa vuol dire essere cristiani cattolici in Burkina Faso?

La Chiesa in Burkina, come in buona parte dell’Africa, è stata strutturata dai padri bianchi che hanno conferito una certa logica alla pastorale. Poiché la mentalità dell’etnia di maggioranza – mossi – è strutturata gerarchicamente, anche la Chiesa è stata concepita con autorità e regole. Ci sono quindi dei passaggi obbligati di accesso per i cristiani cattolici: se non è il prete, è per lo meno il catechista del villaggio a dire: “se non sei battezzato, non puoi prendere la comunione, ovvero se vuoi venire in chiesa, devi iscriverti alla catechesi”.

C’è inoltre una mentalità abbastanza chiara circa la liceità delle cose che si possono fare o, viceversa, che non si possono fare. Anche le persone che convivono e che quindi non sono sposate in chiesa vengono magari a confessarsi, ma sono loro stesse a dire di non essere sposati e di non poter ricevere l’assoluzione. Ciò manifesta una coscienza assai interessante.

Chiaramente che cosa voglia dire diventare cristiani ciascuno è in grado di capirlo al proprio livello di cultura e di studio. Certamente il primo obiettivo per noi resta il sacramento. Arrivare al battesimo per gli africani che io conosco è qualcosa di veramente grande: un raggiungimento da festeggiare e da ricordare per tutta la vita. Poi – nella formazione – si cerca di far capire che non basta il sacramento, ci vuole una vita cristiana coerente.

Pastorale, fede e cultura locale
  • Quali sono le vostre risorse pastorali?

Siamo otto missionari di cui quattro preti. Considerate che abbiamo circa 5.000 catecumeni. Come dicevo, la popolazione è di 75.000 abitanti. Quelli frequentanti la messa sono almeno 5.000. La struttura del catechismo è stata ben predisposta dai padri bianchi.

C’è la scuola dei catechisti che forma in quattro anni. Il catechista che esce da questa scuola è anche accolito e corrisponde – abbastanza – alla figura che il papa ha delineato nel documento sul ministero. Sono catechisti che si impegnano a prestare il loro servizio per 25 anni e possono perciò essere destinati alle comunità di base e ai villaggi.

  • I laici impegnati nella pastorale sono sostenuti economicamente?

Questa è una grossa questione: il catechista, per statuto, deve essere un laico e come laico deve avere la sua vita e possedere una propria autonomia finanziaria, per poi offrire il proprio tempo. Tuttavia, con tutto quello che c’è da fare, specialmente in città, la tendenza è dedicare i ministeri istituiti totalmente alla pastorale. È una materia in evoluzione.

Questi catechisti hanno le loro buone ragioni di chiedere un sostegno economico: ma il rischio è di fare di questo ministero un modo esclusivo per vivere.  Attualmente non abbiamo nella missione persone retribuite, però aiutiamo queste persone ad avviare, ad esempio, una loro attività compatibile.

  • La parte delle donne qual è?

Le donne sono catechiste se sono sposate con catechisti. C’è il catechista singolo e c’è la coppia di catechisti. La donna sola, per ora, non è nel ministero istituito. Le donne fanno, comunque, tutto il resto. Capite poi che con 5.000 catecumeni non bastano quei 7 o 8 catechisti istituiti nel ministero. Ci sono tanti catechisti volontari, tra cui tante donne.

  • Qual è la morale dei cristiani cattolici in Burkina?

È chiaro che la morale è determinata moltissimo dalla cultura locale. L’etnia Mossi – di base – ha una morale abbastanza compatibile con il cristianesimo. Ad esempio, è molto severa sul furto, molto centrata sul rispetto delle leggi e dell’autorità. Mentre non c’è la stessa coscienza del furto inteso come imbroglio nel lavoro o nel commercio.

A questo riguardo, voglio dire che stiamo assistendo in maniera rilevante al ritorno delle tradizioni “animiste”. Quando i padri bianchi sono arrivati hanno ovviamente sostenuto il matrimonio monogamico e, perciò, quelli che sono diventati cristiani, lo hanno accettato; hanno poi detto che non si dovevano fare i sacrifici e, perciò, i cristiani hanno smesso di fare i sacrifici di animali.

Ora, invece, piano piano, le cose stanno ancora cambiando: c’è chi si battezza come cristiano monogamico e poi, ad un certo punto della vita, prende la seconda o la terza moglie. Questo spiega perché anche tra i cristiani la poligamia è tutt’altro che scomparsa. Pure pratiche che sembravano ormai bandite – come i sacrifici di animali – tornano a prendere piede anche tra i cristiani, almeno in certe occasioni.

Tali pratiche animistiche sono appunto parte di una tradizione radicata che sta ritornando con vigore. Forse gli africani – in questo modo – cercano di liberarsi definitivamente dal colonialismo.  Ne sta derivando un grande dibattito, anche teologico. Nelle università laiche si sta dicendo che il cristianesimo sta forse distruggendo la cultura africana e perciò si deve ritornare all’animismo.

Dobbiamo prendere atto che non esiste una cultura africana senza religione e che la religione tradizionale africana è una religione basata su altri principi rispetto al cristianesimo.  Lo sforzo di inculturazione della teologia, attualmente, è quello di sostenere che il cristianesimo non ha nulla contro la cultura africana, anzi, la vuole valorizzare. Ma non è semplice.

  • La missione è radicata nella Chiesa locale?

La diocesi è una grande diocesi di tre milioni di abitanti. La nostra comunità missionaria è pienamente inserita nel tessuto diocesano. La Chiesa in Burkina è ricchissima di istituti religiosi, quindi di frati, suore, preti, padri e monaci. Tutti i religiosi sacerdoti partecipano agli incontri diocesani del clero che sono regolari e frequenti. L’evangelizzazione viene portata avanti insieme. Ci si forma e ci si aggiorna insieme sulle tematiche che sono comuni.

  • Cosa sono le Comunità di base a cui hai accennato?

L’animo associativo africano, che origina dalla natura del villaggio, ha una struttura gerarchica che trova rispondenza nella struttura ecclesiale e nelle stesse comunità di base, guidate da un gruppo di responsabili – circa 20 o 30 persone – in cui ciascuno ha il suo compito.

Una comunità di base è una parrocchia vera e propria perché le dimensioni sono paragonabili alle parrocchie italiane e comprendono movimenti, attività scout, aggregazioni. Il tutto è gestito dai laici : noi preti missionari facciamo solo una supervisione.

  • Quali sono le attività caritative e sociali?

La Caritas in Burkina si chiama “Ocades”: l’aspirazione, da qualche decina di anni, è uscire dalla mentalità dell’assistenzialismo per entrare nella prospettiva della progettualità e dello sviluppo. Quindi “Ocades” significa “organizzazione cristiana per lo sviluppo economico-sociale”. Questo nelle parole, poi di fatto la parte caritativa di assistenza non può mai venir meno. Cosa si può fare, ad esempio, quando arrivano le piogge che fanno cadere le case, se non assistenza?

Insieme all’assistenza elementare, si cerca di fare formazione per la microimpresa. Io penso che la chiave su cui imperniare un cambiamento della società in Burkina sia la formazione per la microimpresa, ossia per attività generatrici di reddito autonomo.

Questo significa che la persona impara a farsi carico di sé stessa e della propria famiglia in cose semplici ma che portano qualche euro di reddito mensile. Perciò la diocesi sta puntando sull’offerta di formazione, anche se il capitale umano per farlo non è ancora sufficientemente pronto. Parliamo ovviamente di laici.

Anche noi missionari portiamo avanti formazioni in maniera molto mirata. Abbiamo dei collaboratori che si dedicano a ciò col nostro settore ONG. In parrocchia facciamo cose meno innovative ma che coinvolgono più persone, mentre il settore ONG fa cose più mirate, coinvolgendo una cerchia più ristretta di persone che possono essere scelte.

  • Che cos’è la speranza per la gente del Burkina Faso?

Io dico che la speranza fa vivere. Per quanto le condizioni di vita della nostra gente siano disperanti, ciò che non cessa di stupirmi è il senso di speranza proprio di queste popolazioni. Noi europei siamo abituati ad avere tante cose, ma alla fine ci manca proprio quel loro sguardo inestinguibile di speranza.

È proprio una questione di sguardo, di modo di concepire la vita: l’Africa è il continente della vita, non ho alcun dubbio. C’è nella gente africana un senso della vita – innanzi tutto – che è tutto da acquisire da parte nostra.

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