EG: Quattro principi per la vita sociale

di: Gabriele Ferrari

Nel IV capitolo dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG), che è il testo programmatico del suo ministero pontificale, il papa Francesco tratta delle ripercussioni comunitarie e sociali dell’evangelizzazione, ossia delle conseguenze che la missione evangelizzatrice (e il Vangelo!) ha nella vita della società e delle persone: essa non è un annuncio “spirituale”, disincarnato cioè, ma ha delle conseguenze sociali e storiche nella società (nn. 176-185).

Affronta poi il tema dell’inclusione sociale dei poveri, del dovere cioè di ascoltare “il grido dei poveri” e di tenere conto della loro presenza nella società di oggi, dei loro diritti, garantiti dalla parola del Vangelo, del posto privilegiato che essi hanno nella Chiesa, del dovere della società di distribuire equamente i beni, di prendersi cura dei più fragili (nn. 177-216).

Segue una sezione del capitolo dedicata al bene comune e alla pace sociale che del bene comune è il frutto (nn. 217-237).

In questa sezione il papa offre quattro principi (nn. 221-237),[1] o criteri-guida, che servono al discernimento in vista di giungere a delle scelte oculate e valide per una ordinata vita sociale ed ecclesiale. Tali principi, oltre che dalla dottrina sociale della Chiesa[2] e dallo studio della filosofia di Romano Guardini, provengono dalla formazione gesuitica del papa e dalla sua esperienza di formatore e di provinciale.

Questo ha affermato il suo amico gesuita, il teologo Juan Carlos Scannone, e p. Diego Fares s.j. in un articolo su La Civiltà Cattolica, scrive che p. Bergoglio già si riferiva a questi principi nel periodo in cui era provinciale dei gesuiti in Argentina. Comunque stiano le cose, Francesco afferma che, «per avanzare in questa costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità, vi sono quattro principi relazionati a tensioni bipolari proprie di ogni realtà sociale. Derivano dai grandi postulati della dottrina sociale della Chiesa, i quali costituiscono “il primo e fondamentale parametro di riferimento per l’interpretazione e la valutazione dei fenomeni sociali”.[3] Alla luce di essi desidero ora proporre questi quattro principi che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all’interno di un progetto comune» (EG 221).

Il papa parte dall’esperienza della vita sociale e comunitaria, ma anche nella vita personale e familiare, dove si presentano situazioni e/o posizioni teoriche e pratiche opposte tra loro, dette anche polarità,[4] dove sembra che, scegliendone una, si debba necessariamente escludere l’altra. Per es., evangelizzazione o promozione umana? Missione o sacramentalizzazione? Intervento immediato o paziente attesa? Cura dei dettagli o attenzione allargata? Preferenza per la singola parrocchia o unità pastorale?…

Chi accetta uno dei due poli, perde inevitabilmente l’altro. Francesco opta non per un aut/aut, ma per l’e/e, tenendo presente che i due poli normalmente si richiamano e ciascuno porta in sé un suo valore, per quanto limitato.

Qualcuno ha visto in questa dinamica delle polarità una logica di tipo hegeliano, quella che Hegel chiama l’Aufhebung.[5] A me pare che si tratti piuttosto della logica dell’incarnazione e della conseguente inclusione pastorale introdotta da Giovanni XXIII e dal concilio Vaticano II che è stata assunta dalla costituzione Gaudium et spes. Questi sono i quattro principi proposti da papa Francesco:

  1. Il tempo è superiore allo spazio
  2. L’unità prevale sul conflitto
  3. La realtà è più importante dell’idea
  4. Il tutto è superiore alla parte

Vediamoli uno dopo l’altro con le loro applicazioni pratiche.

1. Il tempo è superiore allo spazio (EG 222-225)

Con questo principio il papa intende affermare l’importanza di mettere in moto dei processi che richiedono tempo per svilupparsi, senza pretendere quindi di avere subito e/o di possedere o tenere in mano il risultato che ci si prefigge. Infatti, per il papa, il tempo parla di un orizzonte aperto verso il futuro, mentre lo spazio richiama un limite che chiude e conclude. Per questo, afferma che “il tempo è superiore allo spazio” e spiega: «Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone (…) Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi (…), privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci» (EG 223)

Un esempio di utilizzazione di questo principio lo offre il papa stesso nella promozione della riforma della Chiesa. Il papa non punta alla riforma delle strutture, ma al cambiamento delle persone che vi sono coinvolte, le quali produrranno nel tempo la riforma delle strutture. Questo modo di procedere chiede tempo, pazienza e perseveranza.

Il papa Francesco nella lettera enciclica Lumen fidei, scritta insieme a papa Benedetto e pubblicata il 29 giugno 2013, scrive: «Non facciamoci rubare la speranza, non permettiamo che sia vanificata con soluzioni e proposte immediate che ci bloccano nel cammino, che “frammentano” il tempo, trasformandolo in spazio. Il tempo è sempre superiore allo spazio. Lo spazio cristallizza i processi, il tempo proietta invece verso il futuro e spinge a camminare con speranza» (Lumen fidei 57).

La pazienza e la speranza permettono di raggiungere il tutto e, insieme, le parti, come si vedrà nel quarto principio.

Questo primo principio è necessario alla nostra società digitale caratterizzata dalla fretta, ed è importante nella formazione/educazione delle nuove generazioni, dove invece prevale un altro principio, quello del tutto subito e qui, che rivela tutti i suoi effetti deleteri. Noi siamo oggi abituati ad avere con un clic tutte le informazioni, dobbiamo riscoprire il principio della gradualità. Ma il tutto e subito è matrice di superficialità.

Il principio “il tempo è superiore allo spazio” è importante e necessario nell’evangelizzazione che richiede i tempi lunghi, la pazienza del seminatore che non accelera i tempi di crescita con il pericolo di compromettere anche la semente (cf. Mc 3,26ss). Il papa ha usato questo principio in Laudato si’ 178[6] e in due passaggi di Amoris laetitia 3[7] e 261,[8] tre passaggi che ci permettono di comprendere meglio ciò che il papa intende dire.

Nella prassi quotidiana questo principio suggerisce di investire molto nella formazione. Per es., la formazione dei catechisti è più importante del servizio immediato della catechesi, che pure è necessario; l’investimento in formazione è superiore (ossia, alla lunga rende di più…) all’azione immediata o al cambiamento immediato; è saggio, in certi casi, permettere oggi un atteggiamento imperfetto in vista di una maturazione più avanti…

Gesù l’ha applicato nella parabola della zizzania nel buon grano, là dove i servi vorrebbero agire subito e pulire lo spazio strappando la zizzania, mentre il padrone dà tempo al tempo e dice: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura …» (Mt 13,30). Il nemico può occupare lo spazio del regno e causare danno ma, alla fine, è vinto dalla bontà del grano che si rivela nel tempo.

Inoltre, Gesù ha fatto intendere ai discepoli che c’erano verità che non potevano comprendere subito e che lui non poteva trasmettere subito, ma che avrebbero compreso con il tempo (cf. Gv 16,12-13).

2. L’unità prevale sul conflitto (EG 226-230)

Uno degli aspetti che caratterizzano ogni convivenza è l’incontro e lo scontro fra vedute e progetti differenti, fonte pertanto di “conflitti” fra le persone e le loro vedute. In questo modo è in pericolo l’unità del gruppo e la comunione, perché il conflitto potrebbe paralizzare il gruppo fino al punto di trasformarsi in vere e proprie guerre. Questo accade ai vari livelli, dello stato, delle società civili, delle comunità parrocchiali o religiose e delle famiglie. Che i conflitti siano quasi inevitabili è un dato di fatto da tutti verificabile.

Davanti ai possibili conflitti, il papa offre un criterio di comportamento e afferma anzitutto che «il conflitto non può essere ignorato o dissimulato. Dev’essere accettato» (EG 226) e affrontato per trovare una soluzione, e non rimanere intrappolati o paralizzati. Bisogna reagire per non perdere il bene dell’unità e della comunione.

Ci sono, secondo Francesco, diverse maniere di affrontare il conflitto: «Di fronte al conflitto, alcuni semplicemente lo guardano e vanno avanti come se nulla fosse, se ne lavano le mani per poter continuare con la loro vita. Altri entrano nel conflitto in modo tale che ne rimangono prigionieri, perdono l’orizzonte, proiettano sulle istituzioni le proprie confusioni e insoddisfazioni e così l’unità diventa impossibile. Vi è però un terzo modo, il più adeguato, di porsi di fronte al conflitto. È accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo» (EG 227).

La maniera più adeguata per affrontare il conflitto è guardarlo in faccia, accettarlo e cercare insieme, solidalmente, la via della soluzione andando oltre il conflitto nella direzione di ciò che è ancora comune, per ritrovare – al di là delle posizioni divergenti – una comunione che subito non appare (altrimenti non ci sarebbe il conflitto!) ma che si ritroverà magari a poco a poco e che sarà costituita come “unità delle differenze riconciliate”: «In questo modo, si rende possibile sviluppare una comunione nelle differenze, che può essere favorita solo da quelle nobili persone che hanno il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e considerano gli altri nella loro dignità più profonda. Per questo è necessario postulare un principio che è indispensabile per costruire l’amicizia sociale: l’unità è superiore al conflitto» (EG 228).

Nella ricerca dell’unità al di là del conflitto nasce una vera solidarietà, intesa nel suo significato più profondo di comunione e di sfida, che è uno «stile di costruzione della storia, un ambito vitale dove i conflitti, le tensioni e gli opposti possono raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita» (EG 228). Lo vediamo nel modo con cui il papa sopporta le critiche che gli piovono addosso. Egli non le combatte direttamente, ma riafferma la verità, e così la fa penetrare nella coscienza della Chiesa.

Questo principio non consente di “mettere tutto insieme” (sarebbe un pericoloso sincretismo) e neppure di “far finta di niente” (sarebbe un inefficace irenismo), ma di scoprire la soluzione del conflitto a un livello superiore che conservi in sé le preziose potenzialità che le posizioni in conflitto contengono. Infatti, nei conflitti si confrontano posizioni che, pur divergendo, contengono dei valori da non perdere. Per es., l’accoglienza dei rifugiati e la richiesta di sicurezza e legalità sono due istanze entrambe valide/giuste che sembrano tuttavia escludersi. La saggezza chiede di salvaguardare i valori dell’accoglienza che vengono dal vangelo e della sicurezza/legalità degli accoglienti, che vengono dalla giusta richiesta di armonia, e di comporli in una legislazione che sia attenta ad entrambi.

3. La realtà è più importante dell’idea (EG 231-233)

In ogni comunità ci sono i pragmatici e gli idealisti, quelle persone che guardano solo alla realtà e ai dati di fatto concreti e altre che vivono nelle… nuvole, che hanno sempre delle idee nuove. In altre parole, ci sono quelli che hanno, come si dice, i piedi per terra e quelli che vivono nelle loro idee e hanno sempre qualche cosa di nuovo da proporre. Chi deve prevalere? Che cosa è più importante: la realtà o l’idea? La risposta del papa è chiara: «La realtà semplicemente “è”, l’idea “si elabora”. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. (…) La realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà». (EG 231).

Con questo principio papa Francesco dice che «sognare va bene, ma per andare avanti serve il confronto con la realtà» (lo ha detto nel radiomessaggio a Scholas occurrentes lo scorso 12 maggio 2018), perché la realtà è, esiste cioè, mentre l’idea è frutto di elaborazione mentale la quale, proprio perché fatta fuori e prima della realtà, rischia di cadere nel sofisma (cioè nel falso ragionamento), distaccandosi dalla realtà fino a voler imporsi sulla realtà. Pensiamo alla politica: i politici formulano molti progetti e proposte logiche e chiare, magari affascinanti, ma che poi non si realizzano. Per questo la gente non ha più fiducia in loro.

Questo terzo principio lo potremmo chiamare il “principio di realtà” ed esso, per noi cristiani, ha il suo fondamento nel mistero dell’incarnazione di Dio: «il Verbo di Dio si è fatto carne» (Gv 1,14) diventando una persona concretamente immersa nella storia e nella cultura (palestinese) di quel tempo ben preciso.

Questa deve essere la strada della Chiesa e della sua missione evangelizzatrice (Ad gentes10). Questo comporta di tener conto e di valorizzare la storia e la tradizione della Chiesa che non deve essere messa da parte per progetti nuovi non verificati nella realtà. Così la Parola deve essere “realizzata” (messa in pratica) e produrre opere di giustizia e di carità nella realtà storica di oggi e di qui. La Parola deve essere radicata nella realtà, altrimenti la missione costruisce sulla sabbia.

Non è raro il caso che queste idee senza fondamento nella realtà nascondano la realtà. Tra le forme di «occultamento della realtà» (EG 231) il papa enumera certe forme di religiosità spiritualista che dimenticano la condizione umana come se le persone fossero dei “puri spiriti” che non hanno bisogno della materia (i purismi angelicati), oppure l’accettazione di qualsiasi posizione intellettuale senza verificarne la possibile realizzazione, pensando che va tutto bene (i totalitarismi del relativo: basta che un’idea vada bene a me, gli altri pensino pure quello che vogliono…), le dichiarazioni di principio che non corrispondono alla realtà, oppure quei bei discorsi campati in aria (nominalismi dichiarazionisti), i fondamentalismi antistorici di chi, in nome di idee religiose, va contro la storia (pensiamo al fondamentalismo islamico o cristiano), oppure il moralismo senza cuore (gli eticismi senza bontà), gli intellettualismi senza saggezza…, tutte espressioni di un mondo non più umano.

4. Il tutto è superiore alla parte (EG 234-237)

C’è, infine, un quarto principio, molto pratico, che si applica a molte situazioni concrete. Scrive il papa: «Anche tra la globalizzazione e la localizzazione si produce una tensione. Bisogna prestare attenzione alla dimensione globale per non cadere in una meschinità quotidiana. Al tempo stesso, non è opportuno perdere di vista ciò che è locale, che ci fa camminare con i piedi per terra. Le due cose unite impediscono di cadere in uno di questi due estremi: l’uno, che i cittadini vivano in un universalismo astratto e globalizzante, passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati; l’altro, che diventino un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini» (EG 234).

Con questo principio il papa invita ad allargare lo sguardo per riconoscere la presenza o la possibilità di scoprire e fare un bene più grande. Egli invita a prestare attenzione alla dimensione globale delle cose per non cadere nel “localismo”, perché «il tutto è più della parte ed è anche più della loro semplice somma» (EG 235).

Il papa ha citato questo principio al n. 141 della sua enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune dove, parlando dell’ecologia integrale, afferma che si deve aver cura di tutto l’insieme dei problemi del mondo e non preoccuparsi solo degli animali o delle foreste amazoniche, ma anche dell’uomo, del suo ambiente, dei suoi diritti, del lavoro, della pace sociale…: «Oggi l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con se stessa, che genera un determinato modo di relazionarsi con gli altri e con l’ambiente. C’è un’interazione tra gli ecosistemi e tra i diversi mondi di riferimento sociale, e così si dimostra ancora una volta che «il tutto è superiore alla parte» (Laudato si’ n. 141).

È interessante notare che il papa invita a tenere insieme i due poli che sono e devono rimanere in tensione tra loro, la globalizzazione e la localizzazione. Ad esempio, la Chiesa locale e la Chiesa universale, la parrocchia e la diocesi, la famiglia e la comunità civile, la persona e il suo ambiente… La valorizzazione della parte o della “realtà locale” non deve far dimenticare il “tutto” o scomparire nel “tutto”, ma deve essere posta sull’orizzonte del tutto, vista e curata in relazione al “tutto”, perché «il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti. È necessario affondare le radici nella terra fertile e nella storia del proprio luogo, che è un dono di Dio. Si lavora nel piccolo, con ciò che è vicino, però con una prospettiva più ampia. Allo stesso modo, una persona che conserva la sua personale peculiarità e non nasconde la sua identità, quando si integra cordialmente in una comunità, non si annulla ma riceve sempre nuovi stimoli per il proprio sviluppo. Non è né la sfera globale che annulla, né la parzialità isolata che rende sterili» (EG 235).

C’è un principio della filosofia e della sociologia caro al mondo anglosassone, “act locally, think globally”, che esprime questo quarto principio del papa: bisogna agire là dove ci si trova, ma tenendo presente l’orizzonte più vasto. Questo, per es., vale quando si vuol rinnovare la pastorale di una comunità parrocchiale con la costituzione delle “unità pastorali”: non ci si può concentrare solo sulle urgenze e le richieste locali, ma si deve considerarle in relazione all’ambiente più vasto che sta attorno e unire le forze per rispondere efficacemente alle urgenze più vaste. Si noti che questo principio non minimizza l’importanza della “parte” e non la dimentica, chiede solo che essa non rimanga chiusa in se stessa, ma tenga conto dell’altro e dell’orizzonte più vasto.

Il papa esprime in modo plastico questo principio e la realtà del nostro mondo con l’immagine del poliedro, una figura geometrica composta di facce differenti (diversa dal cubo!) in cui il tutto si compone delle singole facce, ognuna delle quali mantiene la sua identità, ma è assunta nella figura complessiva: «Il modello [del tutto][9]non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro [dove non hanno spazio le singole facce]. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti» (EG 236).

Per la missione evangelizzatrice della Chiesa questa immagine è importante. L’inculturazione del messaggio evangelico conserva e potenzia le singole culture che insieme formano la Chiesa «popolo dai molti volti» (EG 115) e permettono a questa di essere presente nella “località” propria di ognuna di esse (cf. EG 115-118).

Conclusione

Questi principi o criteri che il papa offre alla Chiesa sono importanti e utili per il discernimento che sempre deve essere fatto quando si deve vivere e lavorare insieme. Qualche critico del papa ha voluto vedervi dei principi di ordine idealistico, provenienti da G.F. Hegel o addirittura da Marx.[10] A noi pare che queste siano idee e principi della sana cultura cristiana, dove le singole persone conservano il loro valore con i loro carismi particolari, mentre concorrono a formare il corpo di Cristo in cui tutti i singoli concorrono alla vita e alla missione del capo, Gesù Cristo.


[1]           Ref. arch.: Predicazione sacra/Paniga, 3 marzo 2018. Quattro principi per costruire la comunità.docx – conferenza del 15 maggio 2018.

[2]           Cf. L’articolo di Alberto Cozzi, La verità di Dio e dell’uomo in Cristo, in: Alberto Cozzi, Roberto Repole e Giannino Piana, Papa Francesco Quale teologia?, Cittadella, Assisi 2916, pp. 14-35.

[3]           Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 161. I principi di cui parla la DSC sono: la dignità della persona umana, il bene comune, la sussidiarietà e la solidarietà (ibid. n. 160).

[4]           Polarità è una figura letteraria che significa l’essere opposto, l’essere in antitesi: la polarità dei concetti di “caldo” e di “freddo”; né si possono collocare classico e barocco, come due opposte “polarità”, sullo stesso piano (B. Croce). Questa è la definizione del Dizionario Treccani.

[5]           Aufhebung, sostantivo tedesco che deriva dal verbo aufheben, che ha duplice significato di “togliere via, eliminare” e di “sollevare, conservare”. Con questo termine Hegel esprime il carattere peculiare del processo dialettico, il quale “nega”, “supera” un momento, una categoria… e, al tempo stesso, lo “eleva” e “conserva” in un ulteriore momento, in un’ulteriore categoria, che quindi ne è l’inveramento e il completamento. La negazione dialettica di un momento ne annulla dunque soltanto l’immediatezza, e in effetti lo riafferma e lo compie in un grado superiore di svolgimento (dal Dizionario filosofico Treccani, ed del 2009). Nell’uso che ne fa Bergoglio esso significa “superare senza eliminare”.

[6]           «Il dramma di una politica focalizzata sui risultati immediati, sostenuta anche da popolazioni consumiste, rende necessario produrre crescita a breve termine. Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. (…) Si dimentica così che “il tempo è superiore allo spazio”, che siamo sempre più fecondi quando ci preoccupiamo di generare processi, piuttosto che di dominare spazi di potere. La grandezza politica si mostra quando, in momenti difficili, si opera sulla base di grandi principi e pensando al bene comune a lungo termine. Il potere politico fa molta fatica ad accogliere questo dovere in un progetto di Nazione» (Laudato si’ n. 178).

[7]           «Ricordando che il tempo è superiore allo spazio, desidero ribadire che non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali, devono essere risolte con interventi del magistero. Naturalmente, nella Chiesa è necessaria una unità di dottrina e di prassi, ma ciò non impedisce che esistano diversi modi di interpretare alcuni aspetti della dottrina o alcune conseguenze che da essa derivano» (Amoris laetitia n. 3).

[8]           «Tuttavia l’ossessione non è educativa, e non si può avere un controllo di tutte le situazioni in cui un figlio potrebbe trovarsi a passare. Qui vale il principio per cui “il tempo è superiore allo spazio”[291]. Vale a dire, si tratta di generare processi più che dominare spazi. Se un genitore è ossessionato di sapere dove si trova suo figlio e controllare tutti i suoi movimenti, cercherà solo di dominare il suo spazio. In questo modo non lo educherà, non lo rafforzerà, non lo preparerà ad affrontare le sfide» (Amoris laetitia n. 261).

[9]           I testi tra [] sono spiegazioni dell’autore.

[10]         Giovanni Scalese, religioso barnabita, dal 2014 capo della missione sui juris dell’Afghanistan, pubblicato da Sandro Magister nel suo Blog il 19 maggio 2016: I quattro chiodi a cui Bergoglio appende il suo pensiero. Si tratta di un blog “cattivo” (è di un giornalista de L’Espresso attualmente in pensione) che rispecchia la critica integrista e conservatrice propria di un certo numero di teologi e di ecclesiastici che hanno il dente avvelenato contro papa Francesco e le sue idee di riforma.

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