Francesco ai diplomatici: non abbandonare il multilateralismo

di: Gabriele Passerini

Più che un discorso, l’intervento di papa Francesco davanti ai rappresentanti dei 183 paesi che hanno rapporti diplomatici con la Santa Sede è un grido e un’invocazione: non abbandonate il sistema multilaterale per un nazionalismo che è l’anticamera della guerra.

Dopo aver rapidamente accennato ai nuovi accordi sottoscritti dal Vaticano con Benin (stato giuridico della Chiesa), San Marino (insegnamento religioso), Unesco (riconoscimento dei titoli di studio in Asia e Pacifico), Consiglio d’Europa (itinerari culturali del continente), Vietnam (prossimo rappresentante pontificio residente), Cina (nomina dei vescovi), il papa entra direttamente nel sostegno alla diplomazia multilaterale.

Riconosce le ragioni delle critiche: scarsa efficacia, suggestioni nazionalistiche di immediato consenso, sostegno di organismi internazionali e gruppi di interesse a nuove colonizzazioni ideologiche, disordinato sviluppo della globalizzazione. Momenti di difficoltà che ricordano il periodo fra le due guerre mondiali del ’900 «durante il quale le propensioni populiste e nazionalistiche prevalsero sull’azione della Società delle Nazioni. Il riapparire oggi di tali pulsioni sta progressivamente indebolendo il sistema multilaterale, con l’esito di una generale mancanza di fiducia, di una crisi di credibilità della politica internazionale e di una progressiva marginalizzazione dei membri più vulnerabili della famiglia delle nazioni».

No alla guerra, sì all’accoglienza

Riprendendo il discorso di Paolo VI alle Nazioni Unite (4 ottobre 1965) indica le quattro finalità e caratteristiche della diplomazia multilaterale: il primato della giustizia e del diritto; la difesa dei più poveri; essere ponti tra i popoli e costruttori della pace; ripensare il destino comune.

Il primato della giustizia e del diritto richiede una politica buona, lungimirante, rispettosa della trascendenza della persona e dei diritti fondamentali dell’uomo (riconosciti dalla Dichiarazione del 1948).

La difesa dei più deboli vuol dire denunciare le guerre come quella in Siria e nel Medio Oriente, sostenere le iniziative umanitarie come quella in Ucraina, apprezzare gli stati che accolgono i profughi come la Giordania e il Libano, coltivare l’amicizia tra le fedi. Tra i deboli, sono richiamati in particolare i rifugiati e i migranti, con un cenno di plauso alla Colombia e alla sua accoglienza di quanti fuggono dal Venezuela.

«Sono consapevole che le ondate migratorie di questi anni hanno causato diffidenza e preoccupazione tra la popolazione di molti paesi, specialmente in Europa e nel Nord America, e ciò ha spinto diversi governi a limitare fortemente i flussi in entrata, anche se in transito. Tuttavia ritengo che ad una questione così universale non si possa dare soluzioni parziali. Le recenti emergenze hanno mostrato che è necessaria una risposta comune, concertata da tutti i paesi, senza preclusioni e nel rispetto di ogni legittima istanza, sia degli stati, sia dei migranti e dei rifugiati».

Coerente è il sostegno ai Global Compacts sui rifugiati e le migrazioni. Fra le popolazioni vulnerabili il papa ricorda i fanciulli (confermando l’impegno della Chiesa contro gli abusi del clero), le donne e i lavoratori.

La diplomazia multilaterale enfatizza il compito degli stati di costruire la pace. Così come sta succedendo in Etiopia-Eritrea, in Sud Sudan e nella Repubblica democratica del Congo (se i risultati elettorali saranno rispettati). Segnali positivi anche dalla penisola coreana, mentre esprime auspici per il Venezuela e il dialogo israelo-palestinese.

Europa: nuove cortine?

Dobbiamo pensare in maniera nuova la convivenza umana, «ripensare cioè alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune». È già ripresa la corsa al riarmo e, sul versante delle armi nucleari, le si vuole sempre più sofisticate e distruttive. «È da condannare con fermezza la minaccia del loro uso – mi viene da dire l’immoralità del loro uso –, nonché il loro stesso possesso, proprio perché la loro esistenza è funzionale a una logica di paura che non riguarda solo le parti in conflitto, ma l’intero genere umano». Mentre si ignorano le proteste della terra causate dall’incuria dell’ambiente e manifestate dal cambiamento climatico.

Infine, un cenno positivo per l’Italia a 90 anni dai Patti lateranensi e un sostegno all’Unione Europea: «Nel contesto attuale, in cui prevalgono nuove spinte centrifughe e la tentazione di erigere nuove cortine, non si perda in Europa la consapevolezza dei benefici – primo fra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e di avvicinamento tra i popoli intrapreso nel secondo dopoguerra».

Il «potere dolce» della Santa Sede torna ad essere guardato con sufficienza e fastidio da quanti coltivano nazionalismi, sovranismi, razzismi e identitarismi ideologici ed etnico-tribali in nome di un «potere pesante» degli stati. Ma solo la pace, la sicurezza e la collaborazione del multilateralismo creeranno futuro. Come ricordava Paolo VI nel discorso citato: «Altro sistema atto a provvedere al bene pubblico che interessi l’intero genere umano non può sussistere diverso dal vostro, fondato sul rispetto del diritto, della giusta libertà, della dignità della persona, con la rimozione della funesta follia della guerra e del dannoso furore della prepotenza».

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