Francesco: scena e drammatica dell’amore

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liturgia e televisione

«L’arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile» (Paul Klee)

Ciascuno di noi possiede una dimensione sociale multidimensionale e pluridiscorsiva. A questo non sfugge neppure papa Francesco del quale si possono raccontare, in maniera concentrica, l’origine, la formazione culturale, le esperienze di vita fino all’elezione a pontefice (multidimensionalità), così come a partire dalla sua figura e dal suo pontificato si attivano una molteplicità di discorsi sia intra ecclesiali che extra ecclesiali (pluridiscorsività). Detto diversamente: ogni persona, ogni soggetto, ha un’identità sociale frutto di pratiche discorsive che lo identificano e lo differenziano.

Papa Francesco, come ogni pontefice scelto da Dio per guidare il suo popolo, la Chiesa/sposa all’incontro con l’Agnello/sposo, è consapevole che la sua identità sociale è definita anche dai discorsi che su di lui circolano nella semiosfera, discorsi che in parte condizionano e in parte sono già condizionati.

Negli ultimi due anni il complesso discorsivo su papa Francesco presenta un doppio binario: anzitutto, il fisiologico arretrare nell’agenda mediale; il secondo, più occasionale, l’emergere nell’agenda dei media in occasione di alcuni atteggiamenti polemici, dall’accusa di eresia (con tanto di esorcismo) a quella ideologica che lo definisce comunista.

A ben vedere, un effetto d’urto nell’insieme complessivo dei discorsi del papa e sul papa, lo abbiamo avuto lo scorso 27 marzo, per la Benedizione Urbi et Orbi, la preghiera straordinaria in tempo di epidemia, riverberato poi in occasione della Via Crucis del Venerdì Santo, il 10 aprile. Il pontefice è tornato centrale, e non prioritariamente in forma divisiva, nella semiosfera per il suo essere pastore e guida universale del popolo santo di Dio.

Lo scenario

Il contesto anzitutto: la pandemia per alcuni osservatori inizialmente sottovalutata, che si sta accanendo con violenza sull’Italia (con alcune zone particolarmente sofferenti), sull’Europa e sul mondo intero.

Le grandi potenze, le Banche centrali, le Borse dei Paesi più ricchi, si trovano d’un tratto perse e incapaci di affrontare la virulenza del contagio di un virus, il Covid-19. È interessante rilevare come il virus, per la sua diffusione, abbia la stessa dinamica del male: non ha vita propria, ma necessita di un corpo in cui attecchire per vivere.

In tale contesto, dunque, nasce nel cuore del papa l’idea di una Statio Orbis: «Si tratta di una sosta lungo il pellegrinaggio della vita e dentro l’evolversi della storia, come per fare un bilancio del cammino percorso e per rinfrancare le forze verso traguardi futuri della storia e del tempo. In quella sosta eucaristica è simbolicamente coinvolto e presente l’intero mondo cristiano. Sostando nel segno dell’Eucaristia, volgendo tutta la propria attenzione interiore verso l’altare dove Cristo si fa presente sotto le specie eucaristiche, la Chiesa rinnova la sua fede nella verità fondamentale […] che Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo, è pane per la nuova vita» (G. Marchesi, in La Civiltà Cattolica, n. 3607, 2000, p. 173). E, a seguire, si svolge la Via Crucis secondo modelli celebrativi analoghi.

liturgia e televisione

Se la Statio Orbis e la Via crucis per i credenti rappresentano momenti di preghiera e di immersione nel mistero di Dio grazie all’opera dello Spirito Santo, essi sono divenuti per moltissimi – anche prescindendo dall’adesione alla fede cristiana – un evento (e immagini dell’evento) di straordinaria portata simbolica. L’arte della regia liturgica e della messa in scena dei due eventi ci porta a dire che davvero «l’arte è una ferita che diventa luce» (Georges Braque). Che ha illuminato un mondo intero.

I numeri della platea televisiva sono a dir poco impressionanti. Venerdì 27 marzo dalle ore 18.00 alle ore 19.00, per la Benedizione Urbi et Orbi solo sulla prima rete Rai, Rai Uno, si sono registrati più di 8 milioni di spettatori e oltre il 32% di share. Come sottolineano Aldo Grasso nella sua rubrica sul Corriere della Sera (12 aprile) e Avvenire (28 marzo), guardando alla copertura da parte delle diverse reti nazionali, si è arrivati a superare in tale fascia oraria la soglia dei 17 milioni di spettatori e del 64% di share. E pensare che questi sono solo i dati relativi all’Italia.

Numeri altrettanto elevati, poi, anche per la Via Crucis, Venerdì Santo 10 aprile: la prima serata di Rai Uno ha fatto registrare circa 8 milioni di spettatori e il 25.6% di share, senza sommare i dati di Tv2000 o i contatti in streaming.

La regia televisiva

Anzitutto la Statio Orbis del 27 marzo. La regia, firmata da Cesare Cuppone, non ha semplicemente confezionato un evento. Se «il visibile – come diceva Maurice Merleau-Ponty – ha esso stesso una membrana d’invisibile» (cf. M. Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile, Bompiani 1993) era necessario, nella sapiente regia, oltrepassare la semplice dinamica del mostrare, del far vedere ed entrare piuttosto nella logica del far partecipare.

Le risorse essenziali (senza l’uso di jimmy o steadycam) sono state valorizzate al massimo: sei telecamere posizionate sul sagrato, nell’atrio della Basilica di San Pietro, in piazza (lato Basilica), a metà e in fondo al Braccio di Carlo Magno, infine all’interno della navata centrale della Basilica per il controcampo del Santo Padre con la piazza vuota.

Cambio di scenario, il 10 aprile per la Via Crucis (che tradizionalmente si svolge al Colosseo). Sono state impiegate per la regia ben nove telecamere (in questa occasione la regia è stata firmata da Stefano D’Agostini insieme a Cesare Cuppone): una all’obelisco, una sul sagrato e una per il controcampo del sagrato, due presso il Braccio di Carlo Magno, una sulla Loggia delle Benedizioni, una in piazza (lato Basilica) e poi due camere remotate (lato pedana Santo Padre e sotto il crocifisso di San Marcello). Accanto al coordinamento e alla regia, occorre sottolineare in tal caso anche l’apporto determinante, come vedremo, della fotografia (direttore della fotografia è Walter Capriotti).

I due eventi nel dettaglio

La preghiera del 27 marzo, alle ore 18.00: è tardo pomeriggio e gli agenti atmosferici sembravano raccontare i sentimenti dell’Italia, del mondo tutto, ovvero pioggia incessante come lacrime e oscurità come le tenebre del cuore. Proprio gli agenti atmosferici sono il materiale da plasmare per raccontare il vagare nelle tenebre dell’umanità alla ricerca di una parola, di una visione, che sia consolazione, squarcio di speranza.

La scelta fotografica si è concentrata sul black gamma, per cui, con il trascorrere dei minuti e con il diminuire della luce, si “colorano” le parti scure dell’inquadratura con una dominante bluastra che, nel tempo, viene gradualmente sostituita con un nero più profondo creando, così, un contrasto netto tra toni scuri e toni chiari.

E poi la presenza della pioggia. Cadendo bagna le ottiche creando riflessi e aberrazioni cromatiche che, se in altre situazioni risultano fastidiose o addirittura elementi difettosi, in questo caso generano un effetto drammatico (ma non tragico) alla ripresa.

preghiera 27 marzo

Naturalmente anche il bianco ha una dominante fredda con l’effetto di un’esaltazione della veste del papa rispetto al tutto dell’inquadratura. Ulteriore scelta di regia e fotografia è quella di accentuare, con il filtro del dettaglio sulle telecamere, la pioggia che cade sul crocifisso. Come lacrime dell’umanità alla ricerca dell’unico Signore e Maestro.

Non meno interessante la scelta del direttore della fotografia per le immagini della serata del 10 aprile, la Via Crucis. Le indicazioni del Maestro delle Cerimonie, mons. Guido Marini, sono precise: illuminazione rarefatta sulla piazza e concentrata solo sul palco da dove il papa avrebbe presieduto la Via Crucis. Il contesto da cui partire è, dunque, l’oscurità della sera, sapendo che si tratta di un momento di preghiera che ha a che fare con la memoria di una consegna per amore.

La scelta fotografica è così quella di virare i toni scuri e le ombre sui toni caldi: il rosso, che riprende il rosso del sangue di Cristo in croce e il rosso del fuoco delle lampade. Una scelta che permette di rendere caldo anche il bianco. In tal modo, il rosso del fuoco delle fiaccole posizionate in piazza e il sangue della croce versato sono divenuti il tono fotografico predominante della preghiera.

Il potere delle immagini, ben oltre la tecnica

Le immagini si sono radicate pertanto nell’immaginario comune certamente per tale cura di ripresa e confezionamento, ma anche per ulteriori motivi.

Anzitutto la radicalità della regia liturgica: il papa avrebbe, infatti, potuto pregare, pronunciare la propria meditazione e vivere l’adorazione eucaristica con la benedizione finale, nello spazio liminale della Basilica, nello spazio dell’atrio, tra il dentro e il fuori, in un contesto che potremmo dire quasi celebrativo (pensiamo ad esempio al rito di apertura della Porta Santa in occasione del Giubileo), mettendosi così anche al riparo da eventi atmosferici (come la pioggia battente sotto la quale il papa ha camminato salendo, solo, la scalinata marmorea a ventaglio per giungere alla tettoia, lo spazio della preghiera

In quel caso, la regia avrebbe potuto muoversi ammiccando a un gioco interno vs esterno. La scelta liturgica ha voluto invece esibire (enfatizzata dalle scelte di messa in scena) l’inusuale piazza vuota, l’enorme abbraccio del Colonnato del Bernini, generalmente riempito dal brusio e dai colori delle persone accalcate per incontrare il papa. È proprio la piazza vuota ad assumere la forza di una «potenza espressiva di una mancanza» (Maria Pia Pozzato).

La messa in forma dell’evento ha inseguito il reale trasformandolo in metafora che «non va mai costruita ma trovata nelle pieghe del reale», perché essa è «violazione referenziale» (M. Brenta). In qualche modo, dunque, regia liturgica e messa in scena sono state in grado di richiamare la dinamica drammatica dell’amore (cf. Gv 20). Del resto, come abbiamo detto, non si trattava semplicemente di far vedere, bensì di perseguire l’aspetto performativo della messa in scena dove appunto l’afasia e lo spaesamento, lo smarrimento nel freddo delle tenebre, sono divenuti elementi per partecipare e non semplicemente del vedere uno spettacolo. Partecipare perché tutti ci percepiamo perduti e soli in un tempo nel quale, come allora, «si fece buio su tutta la terra». Come dire che la presenza di Dio che salva è da cogliere proprio nelle tenebre della storia. Ancora una volta si tratta di una questione di sguardo.

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