Pietro senza suocera

di: Marco Burini

Ahimè, dopo una certa età ognuno è responsabile della sua faccia
(Albert Camus)

lo conosci quest’uomo?

Tu lo conosci quest’uomo? Intendo: lo conosci davvero? L’hai mai incontrato faccia a faccia? Gli hai almeno stretto la mano? E lui come la stringe e che consistenza ha la sua mano? Magari l’hai abbracciato: di cosa sente? E quel suo guardarti dritto negli occhi che effetto fa, dal vivo?

Io non l’ho mai incontrato. Lo vedo tutti i giorni, anzi lo osservo con una certa attenzione e poi parlo di lui (non ridere, lui lo farebbe ma tu non ridere). È un mestiere. Non il vaticanista, quello ha un altro punto di vista: i Sacri Palazzi (ancora in piedi, altroché). Il mio mestiere è osservare cosa fa quest’uomo tutti i giorni – e com’è vero Dio non passa giorno che lui non faccia qualcosa, anzi tante, tantissime cose – e spremere qualche considerazione ad uso del telespettatore.

Insomma, uno che guarda da lontano aiuta altri a guardare da lontano un oggetto, l’oggetto Effe, che pure sembra così vicino, maledettamente vicino. Impresa ridicola, d’accordo, tanto più per l’acclamata, universalmente riconosciuta capacità di quest’uomo di bucare lo schermo, saltare ogni mediazione.

Comunque, per farsene un’idea bisognerebbe almeno leggere tutto Dostoevskij, fermarsi a lungo nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, girare per Buenos Aires a piedi e in metro, ballare il tango, giocare – possibilmente male – a calcio in giovane età, fare il capo da giovane, vivere sotto una dittatura, sapere a memoria i versi di Hölderlin e del Martín Fierro, fare due chiacchiere con un macellaio, recitare il rosario tutti i giorni, apprendere i rudimenti della chimica, fidanzarsi con trasporto ma seriamente, fare gli esercizi spirituali, sorseggiare mate, studiare Guardini de Lubac de Certeau, raccontare favole ai bambini, masticare pagine su pagine di Bibbia, lavare il culo a un malato… giusto per fare qualche esempio.

Dopodiché riconoscere che non ne so molto di più, di quest’uomo; forse solo che mi piacerebbe incontrarlo, stringergli la mano e dirgli quali sono le mie passioni, le mie disavventure. Conversare.

lo conosci quest’uomo?

Cosa ancora non vediamo di quest’uomo? L’oggetto Effe ormai è ubiquo, innocuo. Buono per un selfie. Ma cosa possiamo immaginare di lui che non vedremo mai? E lui cosa vede di te, di me, di noi? Hai fatto caso come cerca ostinatamente, in ogni circostanza, di incrociare lo sguardo con chi gli sta di fronte e di come si sforzi di farlo anche davanti a una folla o persino a uno schermo, in cerca di un contatto? Ma perché invece non sparisce dalla circolazione, non si fa più vedere per un bel pezzo e riguadagna così il potere dell’invisibilità in questa era dell’esibizione?

Perché si espone così tanto senza soffrirne (ma bisogna allenare l’occhio e cogliere, dietro il sovrano controllo di sé, le increspature di disagio: un selfie di troppo, un regalo sgradito, un interlocutore molesto, un collaboratore impresentabile)? Perché strizza l’occhio allo star system («So che mi trattate come una primadonna, ma se è a fin di bene…»)? La dedizione, anzi lo spreco – e lo sprezzo – con cui si fa presente, si rappresenta ogni giorno fa intuire che… non lo so, bisognerebbe chiedere a lui.

Lui che dice, centrando il punto: «Il tatto è il senso più religioso». Perfetto, per chi racconta di un Dio carne e sangue. Ma come la mettiamo oggi, sotto l’impero della vista? Chi tocca più, oggi, altro che schermi? Faccia a faccia con la Faccetta (el Carucha lo chiamavano da piccolo): un emoji da aggiungere all’elenco, tutto qui?

lo conosci quest’uomo?

Mai tanto accessibile, mai tanto discutibile. Così a portata di mano che tutto, con lui, diventa materiale polemico. Amato/odiato, entourage e schieramenti, le copertine i titoli le bufale gli scoop, fanzine e bibliografia specializzata, l’indice di gradimento dei sondaggisti, il pollice verso dei denigratori e il pollice recto degli adulatori, il dito medio dei finti pasquini, dito nell’occhio, dito di Dio, un pugno (se mi offendi la mamma) e una carezza (date una carezza ai vostri bambini, è la carezza del…, nuova edizione).

A portata di mano: cioè saremmo tornati all’inizio, al tempo dei primi cristiani, quando il capo di quella strana setta di derivazione giudaica lo potevi incrociare con altri dei suoi nella Suburra – famiglie immigrate dalle province di Siria e Palestina mescolate con schiavi di ogni razza e qualche patrizio goloso di nuovi dèi?

Insomma, nel 2017 Pietro è tornato a portata di mano? Credo di no, trattasi di effetto ottico. Lui è un Pietro senza suocera e la Suburra se la sogna, gli piacerebbe fare l’apostolo tra pizzerie money transfer e centri massaggi, ma non può.

lo conosci quest’uomo?

Ma in fondo è proprio necessario conoscerlo, incontrarlo addirittura? «Pregate per me», chiede insistentemente (è diventata una litania, genere che annoia chi non è pratico di devozioni). «Tutt’al più leggetemi», aggiunge (basterebbe Evangelii gaudium). «Non fissate lo sguardo su di me ma sull’Uomo crocifisso», pare di sentirlo. Ma noi no, non lo prendiamo in parola, continuiamo a fissare l’oggetto Effe. Si prega per lui nelle messe, come da canone, si legge di lui tra gli specialisti, come da mestiere, si spettegola di lui dal parrucchiere o sui social comme il faut ma è routine, non compagnia.

Lui prova a rimettere in gioco il ministero petrino? E noi ci fissiamo su di lui, sempre di più: tutti i media hanno bisogno di una star, il cristianesimo tutto – cattolici protestanti ortodossi ecc. – ha bisogno di un frontman (lo teorizzò Ruini pochi anni fa). Papolatria non confessionale e religiosità postconfessionale: interessi convergenti, successo assicurato.

Lui (si) gioca tutto sul metodo, sullo stile, sul modo di procedere, da buon gesuita? E noi ci intestardiamo sui contenuti, sulle sostanze, i paragrafi del catechismo e i dogmi del mainstream. (Noi chi? C’è ancora qualcosa che si possa chiamare opinione pubblica? Non siamo forse tutti dei mangiamerda – non guardatemi così, l’espressione è sua parlando di comunicazione – al punto tale che la rivendicazione di chi, subito dopo il concilio, chiedeva un’opinione pubblica interna per non doversi sorbire quella preconfezionata dall’esterno, è più anacronistica che ammirevole?).

lo conosci quest’uomo?

Quattro anni fa di questi giorni sono andati a prenderlo alla fine del mondo. Alla fine di un mondo, soprattutto – di questo si sono accorti in pochi. È stato preso dalla modernità e da una compagnia di soldati scelti, precettori di principi ed esploratori di mondi: i gesuiti. Hanno preso un uomo del Novecento – non che potessero fare altrimenti, in effetti – perché portasse i suoi oltre l’Evo moderno, quando la polvere delle macerie della Christianitas, cinquant’anni dopo il Concilio, finalmente si era depositata e si poteva contemplare il nuovo paesaggio e abitarlo senza complessi e nostalgie. Hanno colto, chissà quanto consapevoli, nel gesto profetico dell’ultimo platonico sul soglio di Pietro, la spinta per intrufolarsi nel kairos, per cogliere l’attimo. (Colto? Ancora me lo domando).

Hanno trovato un patriarca inatteso per un esodo incompreso: il nuovo mondo, che già cominciamo ad abitare, in effetti sta in un’altra dimensione. (Per descriverlo ci vuole un poeta o almeno uno scrittore, io non sono né l’uno né l’altro perciò andate qui). Terra infida e promettente, sabbia e visioni. Lui veste i panni di Mosè: la sua corsa finirà sul monte Nebo. E in questo modo chiuderà una volta per tutte il concilio, lo compirà riproducendone il movimento: riaprirsi al mondo (la «Chiesa in uscita») proprio mentre il mondo si riversa altrove, nella Rete. Un predicatore all’antica – uomo di teatro: voce e carne sulla scena del mondo – per una nuova epoca di sensi perduti e città inospitali.

lo conosci quest’uomo?

Mi pare sia rimasto solo, ancora più solo del predecessore bresciano da lui tanto stimato. La sua sembra un’impresa titanica più che apostolica: dove sono gli altri? Dov’è Paolo? Dov’è Giacomo? E Andrea? (Ok, Andrea c’è ed è in gran forma). Lui, lo dicevo prima, prova a rimettere in gioco il ministero petrino: Roma non deve sempre avere l’ultima parola su tutto (dialettica centro-periferia); Roma, se può vantare una leadership, è quella della carità (ecumenismo).

Ma tu non hai la sensazione che sia troppo solo? Va bene, lui è un solitario per destino e vocazione ma, curia a parte (dove i collaboratori fidati sono pochi e quelli in sintonia con la sua visione ancor meno, mentre ancora ringhiano i mastini della vecchia guardia – ma è l’impressione di un profano), il popolo di Dio, il mitico – è un suo aggettivo – popolo di Dio, che fine ha fatto? Sa di esserlo e di appartenere a Qualcuno? E lo sa, il popolo, che la piramide è rovesciata e lui, il servo dei servi, sta in fondo? Invece noi del mestiere, patetici, proviamo a misurare l’effetto del suo impatto sulla Chiesa come la collisione di corpi estranei. Diamo numeri a caso, quantifichiamo sensazioni, spacciamo banalità.

Perciò è molto più interessante parlare di quest’uomo con chi non lo segue per mestiere, cioè il novantanove virgola nove per cento delle persone: quasi sempre viene descritto come un tipo simpatico, nel senso forte di chi sente la vita degli altri, e sveglio, che ha capito come va il mondo, uno che non parla da prete ma parla come mangia; ma che questo cambi lo stato delle cose è un altro paio di maniche.

L’attribuzione di poteri salvifici al vescovo di Roma è una finzione che accomuna il credente ignorante al non credente pigro: due abiti che ognuno di noi indossa con disinvoltura e che smettiamo solo quando parliamo con persone care o interessanti. È lì che Pietro che torna a essere quello che è: il portinaio. Altro che Simon mago.

lo conosci quest’uomo?

Lui da solo non va da nessuna parte, sarebbe come Mosè che a furia di stare davanti entra nella Terra promessa senza accorgersi che dietro non ha più nessuno (esattamente l’offerta che Dio gli fa quando scende dal monte con le tavole della Legge e trova il popolo che si trastulla col vitello d’oro). Succederà il contrario, semmai.

Intanto, pare di vederlo questo patriarca australe che avanza nel deserto di silicio, un uomo che è tutto un metodo, un po’ sinodo un po’ rapsodo, con il gusto del paradosso, il passo spedito malgrado l’età. Un patriarca che parla della fine del mondo (la «Terza guerra mondiale a pezzi») ma non viene preso troppo sul serio: è come il suo «buongiorno», una formula presto svuotata.

Perché qui, dalle nostre parti, siamo ancora nella grascia. La rivoluzione non c’è. Intendo rivoluzione proprio in senso fisico: abbiamo smesso di girare, l’Occidente è una trottola a fine corsa, come ha spiegato tante volte il nostro caro Paolo Prodi. Chiesa, stato, mercato: non c’è istituzione che stia in piedi (sì, anche il mercato, quella di adesso è una sua perversione). Dipendevano l’una dell’altra, in un equilibrio di forze precario ma vivo. Oggi c’è solo un monolite, un Moloch che fagocita tutto e si nasconde dietro a quinte di cartapesta.

Ci vorrebbe una parola che scuota, che rianimi. Forse in qualche modo lui è entrato nella conversazione quotidiana – e con lui il Vangelo: effetto Santa Marta – ma nel frattempo ne uscivamo noi, dalla conversazione, tutti prostrati sulle nostre tavolette: il mondo come Grande masturbatore. Pietro è solo, molto solo. Con le chiavi che pesano e senza nemmeno la suocera.

lo conosci quest’uomo?

Fare il papa è un lavoro faticosissimo
(Paolo Sorrentino)

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