Chronicon – 3. Un caffè

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La cosa migliore che ho fatto quest’oggi è stato andare a prendere un caffè. Non quello al bar dell’oratorio (lì ci passo già al pomeriggio per il giro di perlustrazione), ma il caffè di metà mattina. Il più delle volte vado a prenderlo al bar Varisco. Ho bazzicato quasi tutti i bar del circondario ma alla fine il caffè migliore lo si beve lì. In realtà non mi piace solo il caffè ma anche il clima: un giusto mezzo tra la pasticceria snob del Corso e la stamberga cinese piena di odori strani. Magari la gente pensa che io ci vada per dire una buona parola; in realtà le buone parole le ricevo.

Al bar raccolgo in genere una serie svariata di informazioni preziose. Il bar è un microcosmo, vi trovi una sorta di wireless con la quale connetterti con il territorio. L’altro giorno per esempio ho scoperto che Piero e Sandra sono fratelli; non l’avrei mai immaginato, non si somigliano per niente. Un’altra volta mi è capitato di raccogliere informazioni su di un defunto che nessuno nel suo stesso caseggiato sembrava conoscere. E grazie al bar ho capito questa cosa: negozi e negozianti sono come le arterie di un corpo, ci passa la vita.

Al bar c’è sempre qualcuno che legge il giornale e commenta gli avvenimenti del giorno. È un bel termometro per misurare la temperatura della gente: come valuta i politici, cosa pensa dei fatti di cronaca, come vede la chiesa a partire dall’immagine che gli offrono i media…

Al bar uno non si sente in dovere di dire quello che può far piacere al prete. A volte addirittura ti sfidano con qualche osservazione pungente. Ho imparato a sottrarmi a polemiche inutili, qualche volta a rispondere con l’ironia, in ogni caso ad ascoltare sempre con rispetto e attenzione.

Oggi poi, ho incontrato come spesso capito la sciura Luisa. Mi dice tutte le volte: «reverendo, devo venire in chiesa prima o poi, ma sono vecchia, mi fanno male le gambe, e per me la chiesa è troppo distante». Provo ogni volta a spiegarle che, arrivata fino al bar Varisco, le mancano solo 30 metri per entrare in chiesa. Ma percepisco, se ci penso, che la distanza di cui parla è un’altra. Va bene così. Anziché venire lei vado io là dove la posso trovare. Lei mi offre il suo desiderio di venire e io il mio piacere di vederla. Incontri così se ne fanno solo al bar e per questo ci vado volentieri.

Qualche volta mi sento in colpa perché mi sembra di perdere tempo, ma non è così. È un tempo perso bene. È come il seme che cade sulla strada e che gli uccelli divorano. Almeno loro si sono sfamati! Credo che negli incontri come quelli al bar si capisca bene cosa vuol dire “gratuità”. Non ci sono aspettative precostituite, progetti pastorali da attuare o conversioni da pianificare. C’è solo questo: l’umano che incontra l’umano, e tutto questo gratis.

Quasi sempre è gratis anche il caffè, perché alla fine è difficile sottrarsi al desiderio di qualcuno che ha piacere di pagarlo al tuo posto.

don Giuseppe

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