Chronicon – 32. Invasioni di campo

di: Antonio Torresin e Davide Caldirola

L’altra sera ero ospite di Maurizio e ci siamo goduti il finale di una partita di basket. I tifosi della squadra vincente, al termine della battaglia appassionata, non hanno mancato di scendere dalle tribune e di irrompere nel parquet in una caotica e festosa invasione di campo. Maurizio, che ha il gusto della battuta feroce, mi ha detto: «È quello che capita nella tua parrocchia. Entrano tutti e fanno quello che vogliono. E senza neanche aver vinto la partita!». Per il resto della serata mi è frullata in testa questa immagine dell’invasione di campo. Penso alla mia parrocchia e, nel bene e nel male, mi sembra che sia attaccabile da tutti i fronti! Una “porosità” che, se può essere la sua forza, ci vuole un nulla perché diventi la sua debolezza. Come un campo di basket senza protezioni alla fine di una partita.

La mattina dopo l’immagine si è personificata nella figura di Guido. Alla striminzita messa feriale (complice l’anziano sacerdote che celebrava al mio posto senza alcuna capacità difensiva) ha preparato l’altare, ha servito messa, ha letto le letture, raccolto le offerte, cantato – stonando – alla comunione e salutato la gente al termine dell’eucaristia con un solenne “buona giornata” dal microfono dell’ambone. Le vecchiette più stordite forse si domandavano se non fosse lui il prete e perché non sostituisse il vecchio che biascicava sottovoce le parole della consacrazione. Storie di ordinaria follia. Guido non si è mai sposato. Ha da poco perso la mamma che ha curato per diversi decenni, e ha reagito alla solitudine gettandosi a capofitto nella parrocchia e – guarda caso – ha scelto come ambito la liturgia.

Ma c’è di peggio. Due settimane fa sono stato chiamato per le confessioni nella parrocchia di San Domenico. In realtà, non ho potuto parlare con don Franco, perché chi mi ha fatto la richiesta è stata la domestica, la signora Luigia. Le malelingue la chiamano “la parrochessa”. Tutto passa da lei: battesimi, funerali, matrimoni. Certamente servizievole con don Franco, per contro si è allargata prendendo spazi e compiti che non le competono. Di fatto, rappresenta un filtro che impedisce molte relazioni al parroco, il quale, d’altra parte, non se ne accorge e lascia fare. La situazione è per certi versi grave ma anche come confratelli non riusciamo a fare molto. Quando posso, vado volentieri nella sua parrocchia e cerco di stare vicino a don Franco, ma la presenza della Luigia mi infastidisce non poco. Anche in questo caso un’invasione di campo.

Qualche volta mi chiedo se il rischio di un’“invasione” non possa riguardarmi direttamente. Mi chiedo: so stare al mio posto? Sono bravo a giudicare don Mario e a dire che ha il vizio di “strafare” e di voler essere presente in tutto, ma non è detto che lui non possa pensare di me la stessa cosa. Noi preti in parrocchia siamo esposti quotidianamente ad un rischio del genere: quello di occupare un posto troppo centrale e non lasciar spazio ad altri.

Altra invasione di campo: l’altro giorno si presentano due ragazzotti bene intenzionati che mi propongono di far partire in oratorio una scuola di arti marziali. Risparmio a questo Chronicon le motivazioni socio-culturali legate ad un quartiere popolare come il nostro: contenimento dell’aggressività, autocontrollo, aggregazione dei soggetti più deboli ecc. Tutte cose sacrosante che li portavano ad aspettarsi “ovviamente” che io fossi solo strafelice della loro iniziativa e non vedessi l’ora di mettere a diposizione locali, tempo, spazi e risorse. Di proposte simili ne ricevo almeno due alla settimana tra scuole di pittura, corsi di lingue orientali, associazioni filateliche, gruppi culturali e teatrali, ristrutturazioni di antiche bocciofile e gite domenicali per ciclisti e motociclisti. Al di là delle ottime intenzioni di ciascuno, vorrebbero entrare in parrocchia da padroni, e vedendo soltanto il “loro pezzo”. Non si accorgono che la loro è una semplice “appropriazione indebita”.

Esattamente come i cestiti che avevano vinto la partita, il mio compito non è quello di respingere gli invasori. Se mai quello di vigilare perché un’irruzione festosa non si trasformi in una devastazione del terreno di gioco. Invasioni di campo ce ne saranno sempre, ma ogni volta occorre tornare a giocare la partita, quella vera.

Fuori di metafora, passando dal basket alla parrocchia, credo che occorra ogni volta chiedersi “che cosa stiamo qui a fare”, quale sia il centro e il cuore di una parrocchia. Senza per questo dare per scontato di conoscere la risposta a priori. Forse proprio le “invasioni di campo” sono i sensori che ci ridanno l’idea dei confini, che ci riportano all’essenziale. Mi costringono a chiedermi quale sia il mio ruolo e quello degli altri attori, insomma ad ogni “invasione” tutti devono ritrovare le posizioni.

In più, mi pare che dietro ad ogni invasione di campo si possa nascondere una possibile ansia di protagonismo e logica di potere. Per arginare queste possibili derive, sono chiamato semplicemente a ritrovare la logica di un servizio il più possibile libero e gratuito, nascosto e umile. Come parroco devo fuggire la tentazione di costruire una comunità a mia immagine e somiglianza, che nei suoi programmi e nei suoi progetti segua semplicemente le mie inclinazioni e i miei pallini. Lo so che suona male in italiano, ma il verbo “spersonalizzare” mi sembra il verbo più indicato per definire una serie di azioni che ogni credente “operativo” nella parrocchia è chiamato a fare per purificare il proprio servizio da ogni logica mondana di protagonismo e di potere.

La bussola che mi permette di orientarmi è sempre il Vangelo e la prassi quotidiana di Gesù. Non ha mai temuto di ritrovarsi al centro dell’attenzione e delle attese delle folle: lui però era capace di rimandare costantemente oltre a sé, al Padre. Protagonista senza protagonismo, sapeva bene quando esporsi e quando stare nell’ombra senza timore del bene fatto di nascosto. Non temeva neppure di lasciarsi coinvolgere dalle occasioni più marginali e apparentemente dispersive senza smarrire mai il senso e la direzione verso cui far convergere ogni forza. Lui, mite e umile di cuore, si è lasciato “invadere” fino a perdersi, ma perdendosi ha riportato ogni cosa e ogni uomo al Regno del Padre.

Tornando all’amico Maurizio, alla sua battuta sulle “invasioni di campo” nella mia parrocchia, non ho reagito molto bene, un po’ ci sono rimasto male. Lui deve essersene accorto subito perché ha continuato la frase poco dopo aggiungendo: «Non te la prendere, don Giuseppe, se non riesci sempre a contenere le invasioni nel tuo campo; primo perché in ogni caso non sei stupido e hai l’intelligenza per accorgertene; e poi, francamente, tutti capiscono che lo fai per colpa di un cuore troppo buono e se non fossi così io nella tua parrocchia non metterei più piede».

don Giuseppe

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