Una parrocchia e la sua liturgia

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Mi è stato proposto di leggere la parrocchia, come realtà di comunione, attraverso la forma della liturgia che riesce ad esprimere, interpretata come simbolo della cura pastorale. Ossia, l’arte del celebrare come figura e specchio dell’arte pastorale.

Una caratteristica fondamentale della liturgia è che ci stanno dentro tutti, perché tutti hanno diritto di presentarsi nel culto del sacerdozio battesimale al cospetto di Dio.

In questo si riflette il principio della territorialità delle parrocchie nella sua migliore espressione: cioè che la territorialità è un diritto, non un dovere. È il diritto di chi appartiene a quella porzione di Chiesa di trovare una comunità accogliente e sentirsene parte: che sia un peccatore incallito, un tradizionalista o un progressista, la comunità parrocchiale del territorio è una madre che non può sottrarsi alla cura dei suoi figli e delle sue figlie, e i battezzati sono fratelli e sorelle che possono litigare e bisticciare, ma rimangono tali.

La liturgia è lo spazio comunitario dove questa verità deve trovare la sua validazione, perché nella liturgia si è sempre posti di fronte alla sfida di celebrare con le persone più diverse, che vanno tenute tutte insieme in un’unica offerta e in un unico canto di lode.

Una comunità variegata

C’è il vax e il no vax, quello che ama il papa attuale e quello che amava quello precedente, c’è chi vota destra e chi vota sinistra, c’è l’omosessuale e quello che ha paura della teoria del gender, e bisogna tenere dentro tutti, e questa delicata comunione va realizzata non modellando verso il basso, o rendendo tutto innocuo, ma cercando la frequenza evangelica, dando delle linee il più possibile convergenti, incoraggiando chi rimane indietro a fare qualche passo in avanti ed esortando chi è veloce a non abbandonare quello lento: non è un livellamento insipido, ma la sapienza del Regno di Dio di recuperare tutti, di andare alla ricerca della pecorella smarrita, che non è solo la peccatrice, ma – appunto – quella che si disorienta, che perde la direzione.

Nella liturgia, l’arte del celebrare riattiva ogni volta tutto questo processo ed esprime nel modo più netto e limpido possibile anche l’arte pastorale.

La Chiesa di oggi è molto divisa, intimamente, anche per la responsabilità di chi fino a poco tempo fa ha detenuto un certo potere, un riconoscimento, una chiara autorevolezza e si trovava a suo agio in posizioni sicure e molto definite; tuttavia, la grande sfida di oggi è quella di non approfondire il solco della divisione e – allo stesso tempo – di non indugiare più davanti a quei passaggi fondamentali e indispensabili che sono decisivi per la riforma in senso evangelico della Chiesa e del ministero.

Lo stesso problema si ripropone riguardo alla composizione dell’assemblea: anche se hanno spopolato le messe “dedicate” (la messa per il catechismo, la messa per l’unzione degli infermi, la messa dei giovani, la messa per le famiglie…), in realtà la liturgia è proprio il luogo in cui si dovrebbe poter celebrare per i bambini e gli anziani insieme, per gli adolescenti ribelli e i loro genitori, per quello più tradizionale e per quello più innovativo, per quello che ha paura e per quello che ha coraggio… solo per fare alcuni esempi.

Certo, uno dei caratteri indispensabili della celebrazione è quello di generare un vero senso di comunione attorno alla lode di Dio, quindi bisognerebbe interrogarsi seriamente sulle dimensioni delle nostre celebrazioni, sulla familiarità che si riesce a creare e sulla cura dei dettagli. Nessuno, infatti, va ad una festa o al pranzo di Natale in una casa sciatta, poco curata e con la tavola apparecchiata male.

C’è un motivo anche valido, perciò, se si sono affermate le messe specifiche per una porzione molto omogenea del popolo di Dio, perché questo favorisce la vicinanza, l’esperienza comunitaria attraverso la percezione di un gruppo riconoscibile e conosciuto, e la condivisione di una certa intimità, che sono note positive nella celebrazione, ma non le uniche. Cioè, andrebbero rese valide per l’intera comunità.

Queste considerazioni ci riportano alla coscienza di quanto sia difficile affermare il principio della comunione dell’assemblea liturgica, che è il suo tratto fondamentale, per cui si tende a saltare l’ostacolo per ottenere qualcosa di discreto con più efficacia e meno fatica.

La sospensione della pandemia

La pandemia da Covid-19 non ha certo aiutato. L’obbligo di distanziamento, i presidi sanitari, le norme igieniche di prevenzione e la capienza ridotta nelle chiese hanno facilitato la disgregazione, spesso hanno indotto a dover aggiungere almeno una celebrazione e, in definitiva, hanno eroso strutturalmente tutti i fondamenti di una liturgia adeguata.

Non sono tra quelli che dicono che bisognava rinunciare a celebrare. Si è fatto quel che è potuto e, a mio giudizio, è stato un bene, ma segnalo per la completezza di questa riflessione la pressione contraria che questo passaggio storico ha esercitato.

Così nella celebrazione ci si trova a esercitare un notevole discernimento riguardante la predicazione e la pastorale.

  1. Cosa è evangelico, che cosa no?
  2. Che cosa appartiene alla liberta del cristiano e alla sua coscienza formata? E cosa ha permesso, in alcune situazioni, di stare dalla parte dei persecutori nonostante una coscienza formata?
  3. Come accogliere tutti?
  4. Come responsabilizzare i singoli e i gruppi omogenei, in modo che si sentano parte attiva della comunità e valorizzati da essa?
  5. Come favorire un dialogo, anche spirituale e liturgico, tra le parti o le diverse sensibilità che compongono un’assemblea liturgica?

Tutto questo è lo specchio della cura pastorale della comunità, che non si risolve affatto nella celebrazione liturgica, ma trova in essa un’espressione particolarmente efficace, sia in termini di conferma che di verifica.

Non sto affermando in alcun modo che ci si debba occupare esclusivamente dell’aspetto liturgico; voglio dire, piuttosto, che la parrocchia è tale perché, nella pastorale, si esprimono una cura e un’attenzione reale per tutte le persone, dai bambini agli anziani, e la liturgia è una cartina al tornasole particolarmente efficace di quest’arte pastorale.

Contro l’assolutismo della realtà

Spesso, le parrocchie contemporanee sono congestionate e schiacciate dalla convinzione che ci si debba occupare di tutti gli aspetti del reale, tentativo che assume tratti presuntuosi e spesso grotteschi, e che facilmente fallisce.

Per esempio, bisognerebbe interessarsi della pace e della guerra; fare spazio a tutte le realtà che nulla hanno a che fare con la parrocchia, ma che bussano alla sua porta; occuparsi di politica, di economia e di sociologia… e assolutamente non dovrebbe mancare la pedagogia e l’ecologia, e il lavoro sulle crisi del territorio…

Tutto ciò è un abbaglio, non perché non sia vero, ma perché nella Chiesa di oggi, tutte queste cose vanno curate nella pastorale in una dimensione più ampia, per la loro complessità e la necessità che vengano sviluppate in rete, oltre al fatto che, in una diocesi come Bologna, non mancano affatto occasioni pastorali serie e competenti per lavorare su questi problemi.

Quello che è veramente decisivo, nelle parrocchie, è il rapporto con le persone, l’edificazione di una comunità attraverso il contatto e il confronto tra le generazioni, consapevoli e responsabili che si devono prendere cura gli uni degli altri e che devono allargare le maglie di questa comunione.

Mi sembra, questa, un’interpretazione adeguata e non semplicistica di quella svolta missionaria che si auspica papa Francesco fin dall’Evangelii gaudium, e l’immagine più coerente della Chiesa come ospedale da campo. In un ospedale da campo, non si fanno i convegni sul capitalismo della sorveglianza o sui flussi migratori. Però, in un ospedale da campo si trova il modo di accogliere tutti, anche se i protocolli non dovessero essere quelli di una clinica specializzata e super certificata.

Il prete e la comunità

Un’ultima questione, che vorrei sottolineare in questa disamina della parrocchia attraverso la sua simbolica liturgica, è il ruolo del presbitero nella liturgia.

Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato con grande precisione che il prete non celebra da solo, anzi richiede la partecipazione attiva dei fedeli, e tuttavia ha un ruolo fondamentale e imprescindibile rispetto all’assemblea celebrante. Egli le sta di fronte e simultaneamente deve come sparire per lasciare la testimonianza della presenza di Cristo. Lui fa da punto di riferimento per la comunione celebrativa, allo stesso tempo è sempre tutto il popolo di Dio il soggetto liturgico, che esprime la presenza del Risorto.

Lo stesso si deve leggere ed esprimere nella pastorale. Il ministero dell’ordine sacro abilita ad un ruolo reale di presidenza della comunione, ma in alcun modo isolato o autoritario; e il compito supremo del pastore dovrebbe essere sempre quello di andare a recuperare dolcemente tutte le pecorelle nel gregge di Dio, perché – in realtà – siamo tutti sue pecorelle (preti e i laici, pastori e gregge), benché indegne siamo.

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Un commento

  1. Fabio Cittadini 5 aprile 2022

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