La parrocchia è viva, ma…

di: Antonio Torresin

Gli articoli di don Gigi Maistrello (cf. Settimananews, prima parte e seconda parte) non potevano passare inosservati. Ecco, infatti, una prima reazione a firma di don Antonio Torresin, prete milanese che, con don Davide Caldirola, ha firmato per la Settimana cartacea le serie I verbi del prete, I sogni del prete, I sentimenti del prete, tutti EDB, e per Settimananews la rubrica “Chronicon”. Come il lettore constaterà, don Torresin prende spunto dalle “provocazioni” del prete vicentino per proporre alcune riflessioni personali sulla parrocchia oggi.

modello della parrocchia

Note a margine

Gli interventi di don Gigi Maistrello meritano una qualche riflessione, perché hanno certamente il merito di “mettere il dito sulla piaga”, di toccare nervi scoperti della vita ordinaria delle nostre comunità. Non vorrei prendere una posizione sull’impianto complessivo e sulle proposte concrete che vengono offerte, quanto lasciarmi provocare dalle sue riflessioni quasi a continuare un dialogo sulle questioni messe a tema. Delle semplici “note a margine”.

La parrocchia non è morta

Si parla della parrocchia come di un’istituzione agonizzante, e non c’è dubbio che vi siano segni di affaticamento e di stanchezza.

Moribonda? Non direi. Anzi, per i suoi anni li porta più che bene e vorrei cercare di far emergere il segreto della sua longevità. Penso che il paradigma con cui pensare la parrocchia non sia anzitutto quello profetico bensì quello sapienziale.

Ci saranno sempre – e per fortuna – parrocchie profetiche che anticipano intuizioni e possibili evoluzioni di questa istituzione; ma la parrocchia non mi pare il luogo dove avvengano cambiamenti rivoluzionari, piuttosto si tratta di trasformazioni silenziose.

Quando sento delle proposte, anche interessanti, che vorrebbero radicalmente cambiare il modello della parrocchia, ho sempre un dubbio: potrebbe funzionare in tutte le comunità parrocchiali di una diocesi? Se non è in grado di adattarsi alla piccola parrocchia di montagna o di campagna o alla grande parrocchia urbana, quel modello innovativo non è ancora soddisfacente; se dipende dalla intraprendenza di un prete, dalla sua genialità, potrà essere profetico, ma non sarà un modello accessibile a tutti.

In questo senso, alcuni cambiamenti degli ultimi anni (dalle Unità alle Comunità pastorali, fino ai diversi cambiamenti circa l’itinerario di Iniziazione cristiana) hanno avuto questo limite e questa debolezza: propongono modelli con valori e intenzioni ad alto profilo, ma spesso non sono obiettivamente realizzabili in tutte le situazioni concrete delle parrocchie di una diocesi.

Proprio questo ha creato una certa sofferenza del corpo ecclesiale e non poche resistenze. Il corpo ecclesiale costituito dalle parrocchie si muove lentamente e in modo sommerso: provocarne cambiamenti con cure a forza di elettroshock è pericoloso.

E torno al modello sapienziale più che profetico, perché questo dice la forza che ha salvato la parrocchia. La parrocchia non è morta, non perché i preti sono bravi, direi anzi malgrado tutti i limiti di coloro che fino ad ora ne sono stati il fondamento; la parrocchia si salva in ragione del suo legame con la vita ordinaria e quotidiana dei credenti.

Proprio questo legame naturale, iscritto nel suo radicamento territoriale, la costringe a muoversi per non perdere il contatto proprio con quella vita che passa dalle strade in cui essa è piantata. Il radicamento nella vita quotidiana significa una rete di relazioni che gli permettono di accompagnare la vita nei suoi ritmi e nei suoi snodi: la nascita e la morte, l’amore e le divisioni, il lavoro e il riposo, la notte e il giorno, i piccoli e i vecchi, le relazioni familiari e le solitudini, la malattia e l’invecchiamento, il gioco e l’educazione…

Ogni cambiamento che mini questa rete relazionale con la vita reale mette sì in crisi la parrocchia, gli toglie la linfa vitale. L’istituzione parrocchiale ha, infatti, questo compito: iscrivere il Vangelo nella grammatica dell’umano che, per questo, dev’essere abitata, ascoltata, imparata nei suoi dialetti, nei suoi idiomi particolari. Essa è intimamente correlata con la lingua degli uomini, e la deve imparare da capo ogni volta, per “dire il Vangelo con la lingua dell’altro”. Imparare la sua lingua chiede tempo e affetto, pratica e intelligenza, non è qualcosa che avviene in fretta. Anche il Figlio dell’Uomo ha impiegato trent’anni di immersione dell’umano per poter annunciare il Vangelo nella lingua degli uomini.

La lingua la si impara, prima ancora che sui banchi di scuola, dentro le relazioni della vita. Per questo ogni ingolfamento burocratico è un rischio per la parrocchia, deve restare “a misura di relazioni”; in questo le osservazioni di don Gigi colgono nel segno.

In questa linea, ciò che serve maggiormente oggi alla parrocchia è un fine lavoro di alleggerimento, la capacità di togliere tutto ciò che, pur avendo una storia antica e nobile, è oggi ingombrante e toglie tempo ed energie per quel lavoro di intrecciare relazioni vere che permettano di ascoltare la vita degli uomini.

C’è molto da sfoltire. C’è, soprattutto, un’immagine totalizzante della parrocchia da abbandonare: quella che una volta forse presiedeva ogni spazio e ogni tempo della vita degli uomini. Oggi non è più così: gli incontri sono più complicati e fragili ma non per questo saranno meno veri e a misura dell’umano e del Vangelo. C’è da elaborare un lutto, una perdita, ma facendo di questa “mancanza” uno spazio libero e accogliente, privo di risentimento e di nostalgie, capace di ospitare l’umano che bussa alle porte di una comunità.

Ripensare insieme presidenza e laicità

Un secondo ordine di pensieri che mi vengono dalle provocazioni di don Gigi riguarda la figura del prete e quella dei laici. Il punto è cruciale.

Don Gigi propone la categoria del “padre”, ma su questo avrei qualche perplessità, se non altro perché il Vangelo stesso intima di non chiamare nessuno Padre, perché uno solo è il padre, colui che sta nei cieli (mi permetto di rimandare ad un capitolo scritto in collaborazione con don Davide Caldirola in I sentimenti del prete).

Piuttosto, la figura di chi esercita un’autorità è quella di un fratello, chiamato ad un servizio nella cura della fede degli altri, non “sopra” ma “dentro” le relazioni fraterne.

Ho trovato di grande lucidità le riflessioni molto sagge di G. Ferretti in una meditazione sul prete di qualche anno fa, e ne riporto un breve estratto: «Più adeguata all’autorità evangelica del prete nella comunità cristiana, sembra, invece, essere quella forma d’autorità suggerita anche da una riflessione sull’etimologia della parola, che deriverebbe da augeo, da cui anche auctor, “autore”, come colui che ha la capacità di far spuntare qualcosa di nuovo e di vitale da un terreno fertile. L’auctor è quindi colui che “promuove”, il primo a produrre una qualche attività, colui che fonda, che garantisce, che, con la sua parola e la sua azione, è in grado di determinare un cambiamento nel mondo, creare qualcosa, inventare una prassi. Secondo quest’analisi, l’autorità si riferisce al generare, al lasciare originare dal proprio seno, al portare all’esistenza, a far sbocciare e crescere gli altri aprendo loro nuovi orizzonti e rendendoli a loro volta “autori” in prima persona; facendo loro posto, fino a perdersi in coloro che ha “autorizzato” ad essere “autori” come lui. Diversamente dal leader, che gestisce un’organizzazione ed è polarizzato sul raggiungimento dei suoi obiettivi e sul funzionamento dell’organizzazione, l’auctor così inteso è polarizzato soprattutto sulla cura e la crescita dei soggetti, perché a loro volta diventino essi stessi “autorità” responsabili”.(…)

Per evitare le deleterie conseguenze di una falsa interpretazione dell’autorità che esercitiamo nella Chiesa, è pertanto fondamentale coltivare costantemente in noi le virtù evangeliche del “buon pastore”, che Gesù non ha mancato di descrivere e raccomandare ai suoi discepoli con particolare cura: disinteresse personale, spirito di servizio, dedizione della propria stessa vita (in tempo, energie, pensieri, cure… ), senso del bene comune (il gregge intero) e attenzione alle singole persone, soprattutto alle più bisognose (la pecora smarrita), amore pastorale che sa giungere ad assumere e portare su di sé le stesse colpe altrui, anzitutto nell’esercizio del ministero del perdono, ecc. Ma anche, e non è tra le qualità minori, disponibilità e impegno a far crescere in “autorità”, cioè come autori in prima persona, ogni singolo fedele, in particolare quelli che sono disponibili – per vocazione – ad assumersi nella Chiesa una responsabilità secondo i vari ministeri e carismi donati per il bene comune».

Un fratello tra fratelli che fa crescere altre figure autorevoli attorno a sé, che “autorizza” vocazioni senza le quali egli stesso non potrebbe presiedere la vita di una comunità. Per questo “non è bene che un prete sia solo”, e forme di fraternità con altri preti e altre figure vocazionali dicono meglio lo stile evangelico della presidenza. Penso all’autorità che potrebbero trovare figure di credenti comuni sia nel campo dell’amministrazione di una comunità ma anche in quello della pastorale legata alla famiglia e all’educazione. Uomini e donne che, in nome della fede che vivono, si prendono cura essi stessi della fede di altri, con un’autorità che viene dal vissuto, ma che può anche nel tempo trovare forme di riconoscimento ministeriali.

Diaconato permanente e ruolo delle donne

Un’ultima osservazione la vorrei fare intorno al diaconato e al ruolo delle donne. Ripensare la presidenza in una configurazione “plurale” potrebbe aprire spazi nuovi e reali per una presenza del diaconato permanente più significativa. Certo, occorre uscire – come suggerisce don Gigi – da un’immagine sacrale e liturgica del diacono, e valorizzare piuttosto competenze di accompagnamento dei cammini umani, delle famiglie e delle fragilità, dell’educazione e della spiritualità. La figura del diacono sembra troppo ancora un prete in scala minore.

Non sono del tutto fuori tema le osservazioni di don Gigi circa l’itinerario formativo (che sembra sovrascritto su quello dei preti nei tempi e nelle modalità). Certo, si comprende dalle sue osservazioni che una valorizzazione del diaconato permanente porta con sé, quasi per inerzia, altre due questioni; quella di un ministero non legato al celibato e quella del ruolo delle donne.

Il cammino non sarà breve, ma il primo passo credo sia quello di dare una forma “plurale” alla presidenza e alle forme di ministero. C’è un modo di presiedere proprio di un prete celibe, uno di un prete non celibe, uno di un diacono, e – perché no – uno di un ministero femminile. È soprattutto quest’ultima questione quella sulla quale mi pare che oggi la Chiesa sia più arretrata, in distonia con la lingua degli uomini e per questo non comprensibile.

Non è possibile – e, credo non per molto sopportabile – che nella Chiesa le donne abbiano una visibilità istituzionale così inesistente. È uno dei tratti che più creano una distanza con gli uomini e le donne di oggi.

Da qualsiasi parte si cominci va bene, ma occorre che l’immagine della Chiesa sia data dalla relazione nella differenza tra uomini e donne. Il passo potrebbe essere quello di affidare una certa forma di presidenza di piccole parrocchie a delle donne (religiose o meno), potrebbe essere l’apertura riguardo alla predicazione (la discussione è già in atto), il diaconato femminile, la responsabilità in alcuni settori della pastorale…, ma in ogni caso è urgente fare qualche passo, anche perché, senza le donne, neppure l’immagine del prete-uomo potrà trovare una sua migliore configurazione.

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Un commento

  1. Luigi 5 luglio 2017

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