Ebertz: un cattolicesimo post-parrocchiale

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Le cifre sull’abbandono della Chiesa in Germania, pubblicate di recente, non sono così alte come quelle dell’anno passato; rimane comunque il fatto che più di 200.000 persone hanno lasciato la Chiesa cattolica in un anno. Il sociologo della religione Michael Ebertz fa appello alle Chiese affinché cambino radicalmente la loro offerta alla gente per rispondere in maniera adeguata ai diversi gruppi sociali e ai vari milieu. In ogni caso, Ebertz vede il concetto di parrocchia come oramai superato.

  • Professor Ebertz, lei conosce bene gli ambienti sociali. Da uno studio dell’Università di Friburgo del 2019, sappiamo che il numero di membri della Chiesa si ridurrà addirittura della metà entro il 2060. Come sono collegate le due cose – la natura degli ambienti e il restringimento della Chiesa?

La prognosi dello studio a cui fa riferimento non ha tenuto conto della differenziazione dei milieu. Si basa su dati di sviluppo puramente demografici e si chiede soprattutto cosa significa la prevista diminuzione dei membri per la dimensione finanziaria della Chiesa.

Lo studio, commissionato dalla Conferenza episcopale, è stato condotto da un dipratimento universitario di economia finanziaria. I milieu non giocano alcun ruolo – e questo da solo fa sorgere qualche dubbio.

Perché mai non si prende in considerazione la differenziazione degli ambienti, che tra l’altro è stata già ben indagata? La cosa mi fa arrabbiare. La Chiesa, o almeno alcuni dei suoi rappresentanti, sembrano ignorare le scoperte delle scienze sociali, specialmente la ricerca sui milieu. Sembrano prevalere aspetti di quantità piuttosto che di qualità.

  • La diminuzione dei membri fino al 2060 è una reazione a scandali come gli abusi o la Chiesa sta affrontando una società che cambia – proprio come i partiti, per esempio?

Certo, gli abbandoni hanno molto a che fare con gli scandali. Ci sono ancora sorprendentemente molte persone che non hanno intenzione di andarsene, semplicemente perché pensano “non si fa così”.

Allo stesso tempo, soprattutto i giovani si allontanano: non sono più coinvolti, non vanno alle funzioni religiose. Forse fanno ancora battezzare i loro figli, ma poi è finita lì. Non c’è più linfa vitale per la Chiesa. La Chiesa è stata sostanzialmente cancellata dalle giovani generazioni, specialmente dai giovani adulti.

Si vive per ambienti non per territorio
  • Cosa può imparare la Chiesa dalla conoscenza sociologica degli ambienti?

Dovrebbe rinunciare alla sua onnipresenza a livello territoriale. Dovrebbe dire addio all’idea di essere quasi analoga allo Stato e coprire tutto il paese con le sue parrocchie.

Oggigiorno, questo è un approccio sbagliato. Inoltre, la Chiesa dovrebbe aumentare la sua attrattività. Dovrebbe offrire alle persone di diversi ambienti “stazioni di rifornimento spirituale”. Luoghi dove possono ottenere “cibo spirituale”, qualcosa per la loro vita. Per visitare questi luoghi di vita, le persone sono disposte anche a percorrere lunghe distanze.

  • Cos’altro potrebbe imparare la Chiesa da questi ambienti?

Dovrebbe concentrarsi meno sul collettivo e più sull’individuo con le sue relazioni, preoccupazioni e bisogni. Sappiamo che la religione non ha alcun ruolo nella vita quotidiana di molte persone, che di fatto si muovono in ambiti senza religione.

Ma quando la vita si interrompe, come per esempio nel caso di una separazione, vogliono conforto e orientamento, hanno bisogno di redenzione. Nelle transizioni importanti della vita come i matrimoni, vogliono un simbolo di questo evento che è così importante per loro – per esempio, un matrimonio in Chiesa.

In queste situazioni extra-quotidiane, la Chiesa dovrebbe essere molto più presente. Essa dovrebbe assomigliare a una sorta di task force mobile, piuttosto che essere una Chiesa statica che aspetta che la gente venga nelle parrocchie.

A proposito, contrariamente alla credenza popolare, molte parrocchie non sono lì per tutti. Certi ambienti dominano – alcuni gruppi particolari tengono in mano l’intero della parrocchia. Soprattutto i tradizionali, la classe media e i conservatori consolidati. Questa appropriazione di ambienti avviene ovunque, per esempio anche nei centri giovanili comunali: che pure in teoria sono destinati a tutti i giovani, ma che in realtà sono spesso dominati da un ambiente molto specifico. Altri giovani non ci vanno nemmeno.

La fine (già in atto) delle parrocchie
  • Cosa significa tutto questo adesso: tabula rasa, far sparire tutte le parrocchie e al loro posto un centro giovanile qui e un centro familiare là?

Non facciamo finta che questo non sia già successo. Tutte le parrocchie sparite – è quello che sta succedendo in molte diocesi.

Nell’arcidiocesi di Friburgo ci saranno in futuro solo 36 grandi parrocchie, mentre oggi ce ne sono ancora più di 1.000. Ma con un concetto intelligente di sviluppo della Chiesa, sotto queste grandi parrocchie, che non sono più orientate secondo il principio territoriale, si potrebbero creare degli “hotspot di ambiente spirituale”.

Volentieri un hotspot per i tradizionali con venerazione di santi, processioni e rosari; ma per favore anche un hotspot per i socio-ecologici che ancora credono in una migliore società del futuro e che, se non intercettati, migrano verso un nuovo tipo di “religione della natura”. Ma anche un hotspot per il giovane milieu degli expeditive che sono in cerca di significato e tendono a combinare idee e pratiche cristiane e non cristiane in un collage spirituale.

Se la Chiesa si rivolge ai diversi milieu secondo i loro bisogni, invece di cercare in qualche modo di comunitarizzarli in una Chiesa locale sotto il dominio dei milieu lì presenti, allora potrebbe anche tornare a crescere.

Voler sempre raggiungere tutti è uno degli orientamenti guida più letali della nostra Chiesa – proprio come la parola “comunità”. Oscura più di quanto chiarisca, esclude più persone di quante ne accolga. Vi è la necessità di una sana prossimità invece che una confusione di ambienti.

  • Lei ha la speranza che la Chiesa si riorienti effettivamente e si concentri di più sugli ambienti?

Sono piuttosto scettico su questo. Ci vorrebbero vescovi coraggiosi che facciano un uso appropriato dei processi di sviluppo della Chiesa – o si potrebbe anche dire: processi di ristrutturazione e di smantellamento.

Ci sono certamente delle opportunità nell’attuale ristrutturazione dei sistemi operativi pastorali. Ci potrebbero essere degli esperimenti, cioè semplicemente provare alcuni hotspots spirituali di ambiente. La scienza potrebbe osservare e valutare questo in modo che le esperienze possano essere rese utili altrove. Si tratterebbe di creare buoni esempi attraverso l’esperienza.

Pandemia: una lezione disattesa
  • Come influisce la pandemia sugli ambienti e quali sono le conseguenze per la Chiesa?

Il Coronavirus è stato un’enorme provocazione per la Chiesa – basti pensare all’esperienza dell’impedimento dell’assemblea liturgica domenicale. Ma le celebrazioni digitali sono almeno in parte riuscite.

L’ampiezza della comunità di culto è aumentata in alcuni luoghi, anche se non tutti i membri della Chiesa sono collegati a Internet. Io stesso ho partecipato a tali celebrazioni, dove la gente poteva anche chattare e quindi partecipare attivamente. Si sono unite persone provenienti da regioni molto diverse.

Una possibilità del digitale è l’ampiezza –  e quella di rivolgersi a persone che potrebbero non essere state interessate alle celebrazioni della Chiesa in precedenza. Ma attenzione: anche lì, spesso domina ancora l’idea di comunità, in definitiva la Chiesa locale, invece di adattare i formati di culto digitalizzati a specifici ambienti in modo che va oltre la dimensione locale. Ma c’è un altro fatto da tenere in considerazione…

  •  Quale?

Sono sorpreso che dopo il Coronavirus le celebrazioni in presenza siano considerati la panacea. Come se non ci fosse altro. Anche in questo caso gli ambienti non sono presi in considerazione.

Certi ambienti non vanno a una celebrazione in presenza. Non sanno come comportarsi lì. Ciò significa anche che le celebrazioni in presenza escludono.

Quindi quello che potremmo imparare dal Coronavirus potrebbe essere il moltiplicare i formati di celebrazione e di culto. I formati digitali potrebbero essere utilizzati per raggiungere quegli ambienti che si definiscono unicamente in maniera digitale.

E le celebrazioni religiose sono solo un esempio. Il decano della città di Francoforte, Johannes zu Eltz, per esempio, inizia la giornata con un impulso spirituale online ogni mattina.

Attraverso la digitalizzazione e i social media, ci sono enormi opportunità non solo di moltiplicare quantitativamente la presenza comunicativa, ma di offrirla in modo specifico per i milieu.

C’è un potenziale di crescita per la Chiesa per mettere le persone in contatto con il Vangelo, qualunque cosa esse facciano di esso. La Chiesa non ha comunque più questo (potere di) controllo.

  • Pubblicato sul sito katholisch.de, nostra traduzione dal tedesco.
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