Gli attori nella comunità del futuro

di:

comunita1

Nel precedente articolo si è ragionato di come ricostruire le comunità cristiane attualmente in crisi. L’impianto pastorale finora adottato mostra tutti i suoi limiti. Il futuro delle nostre comunità sta nella forza delle relazioni. Il presente articolo risponde alla domanda: a chi toccherà prendere per mano le comunità?

Nella riflessione precedente ho proposto quella che potrebbe essere la comunità cristiana del futuro e ora illustro i ruoli degli attori protagonisti in questo scenario di parrocchia.

Se il cuore del futuro è la relazione, diretta conseguenza è la “presenza”. Non è concepibile il ruolo attuale del prete: una presenza/assenza, perché costretto a spezzettarsi e a moltiplicarsi tra varie parrocchie.

Ogni comunità dovrà essere presieduta da persone capaci e presenti. È il passaggio decisivo nella “visione”: se vogliamo che la Chiesa possa continuare la sua missione evangelica, dovrà cercare altri protagonisti. Ci vuole coraggio, ma non c’è alternativa. Se non imbocca con  determinazione questa strada, potremmo trovarci davanti a uno scenario catastrofico.

Fino ad oggi l’unico vero attore nel panorama ecclesiale è sempre stato il prete. Attorno al prete ci sono sempre stati i volontari: dai catechisti agli animatori, senza dimenticare le centinaia di persone che tuttora rendono vive le nostre comunità. È qui il passaggio decisivo: tra il presbitero (sempre meno presente per motivi evidenti) e i volontari, ci devono essere figure nuove, persone che dovranno entrare nello scenario con la loro umanità, professionalità e fede.

Per evitare un declino che ci porti alla morte, dobbiamo investire, ripartire con proposte nuove. Questa è la vera resilienza! Dei volontari ci sarà sempre estrema necessità, loro continueranno ad essere parte integrante del tessuto ecclesiale.

Soffermiamoci, quindi, su queste nuove figure professionali, che rappresentano la vera novità: la guida per ogni comunità parrocchiale e il responsabile del Centro Comunitario (il mio motto è: “una comunità, una testa”).

Il curato / la curata

La guida prima di tutto. Io propongo di chiamarla con un nome antico e ancora molto significativo: curato o curata. Una figura che potremmo scegliere tra i diaconi permanenti, tra le religiose o tra quei laici che possiedano le necessarie caratteristiche. Dovrà essere una persona che abiti in canonica (almeno da mattina a sera) e da lì potrà gestire la parrocchia, una comunità che è in realtà una rete di relazioni.

Dovrà far tesoro di tutta l’esperienza accumulata dalle parrocchie e riproporre un cuore al centro di ogni paese e di ogni quartiere: un volto che accoglie, una voce che risponde al telefono, una risposta alle domande dei volontari che operano e si dedicano, una compagnia nelle fasi cruciali nella vita dei fedeli.

Il/la curato/a dovrà vivere questo servizio in modo esclusivo e per questo dovrà essere riconosciuto con uno stipendio adeguato. Finora abbiamo pescato tra i giovani-pensionati, dovremo scegliere invece sì tra la gente matura, ma in età di lavoro. Dovrà animare i momenti liturgici, in particolare la celebrazione domenicale e gli appuntamenti di preghiera settimanali.

Una persona che possieda prima di tutto delle doti riconosciute: empatia, equilibrio, sensibilità, saper far squadra, distacco dal denaro. Dovrà essere anche formato sui fondamenti della nostra fede, anche se non è obbligatorio aver partecipato a tutti i corsi istituzionali. Un/a curato/a proposto dal presbitero e scelto alla fine dal vescovo, con un incarico a termine e rinnovabile.

Il curato è la figura centrale nella “visione” e dovrà essere scelto secondo criteri che mettano al primo posto la capacità relazionale. Non è per niente un passaggio facile, perché veniamo da una cultura cristiana incentrata su formazione e celebrazione.

Anche il diaconato permanente non è stato esente da questo problema e spesso si presentano come candidati al primo grado dell’ordine sacro persone che hanno una particolare attrazione per la liturgia e sono disposti ad anni di studio pur di arrivare a sedersi accanto al celebrante principale.

Il discernimento va fatto mettendo in primo piano la maturità umana e le doti relazionali della persona. È questo il passaggio più delicato e questo giudizio deve essere assegnato a persone all’altezza. Non basta il parere del parroco della comunità di provenienza, neanche del responsabile diocesano dei diaconi permanenti. È necessaria la valutazione di persone esterne al mondo ecclesiale, psicologi qualificati, soprattutto donne, particolarmente idonei e mettere a fuoco la personalità dei candidati.

Immaginiamo una religiosa che diventi “curata”. Una vera rivoluzione! Siamo abituati a vedere le donne consacrate muoversi in gruppo, in una comunità. Non voglio entrare su questo tema così delicato, ma per il futuro è necessario che la persona incaricata per la guida di una comunità non sia necessariamente accompagnata da altre consorelle simili.

Potrebbe essere anche un grande rilancio della vita consacrata al femminile. Prevedere questa opportunità potrebbe portare veramente a un cambiamento radicale nel ruolo della donna all’interno della Chiesa.

Nelle vesti di curato/a può benissimo starci anche un laico o una laica, applicando tutti i criteri già delineati. Ci sono, all’interno delle nostre parrocchie, persone che possiedono tutte le caratteristiche che abbiamo cercato di evidenziare, ma esse non si proporranno mai. Ci vuole solo la chiamata giusta. Chi si autocandida, invece, facilmente non è adatto!

L’animatore del Centro Comunitario

Altra figura professionale è l’animatore del Centro Comunitario.

Questa proposta mette al centro il ruolo del Centro Comunitario, comunemente chiamato, anche se impropriamente, “oratorio”. Quasi tutte le nostre parrocchie sono in possesso di questo luogo, quasi sempre posto al centro del paese o del quartiere.

Purtroppo in questi anni l’oratorio ha perso di significato, perché è mancata una vera programmazione e soprattutto perché sono mancati animatori capaci. Ci sono associazioni (vedi il “Noi”) che hanno ben contribuito in questi anni a tenere aperti questi spazi e sono nate esperienze significative, ma il declino non si è interrotto, anche perché sono tutte esperienze che poggiano esclusivamente sul volontariato. Guai se venissero a mancare i volontari, ma ci deve essere una figura centrale che funga da responsabile e che viva questo ruolo come il proprio lavoro.

Siamo sempre nella logica degli investimenti, elemento determinante per affrontare le sfide.

I nostri oratori sono l’ambiente ideale per aiutare i bambini, i ragazzi, i giovani, le famiglie, gli anziani a incontrarsi e soprattutto a integrarsi. Quella parte di popolazione (attualmente circa il 10%) che proviene dall’immigrazione, ha bisogno di un luogo così. Dove potremo, meglio dell’oratorio, proporre i nostri valori come l’accoglienza, il rispetto reciproco, il dialogo, l’attenzione per le regole, il sapere, la voglia di cultura, lo spazio per la creatività, la fiducia? È questo il preambolo per arrivare a parlare di Dio!

Qualcuno obietterà: “ma è un costo!”. Certo, e sull’argomento economico rifletteremo con un prossimo articolo. Ma dico subito che è questo l’ambito in cui le parrocchie devono operare in sinergia con le amministrazioni comunali e con tutti i referenti civici dei paesi. Su questo versante manca una vera programmazione e c’è uno spreco di energie, soprattutto economiche. Il futuro costringerà il curato a sedersi al tavolo con il sindaco e a dire: “mettiamoci in sinergia, facciamo un progetto insieme, scegliamo le persone più adatte e mettiamoci a lavorare in armonia!”.

Il presbitero (il pievano)

Il modello di prete che oggi è operante nelle nostre diocesi è destinato al fallimento.

Le Unità Pastorali, impostate con i criteri attuali, sono senza un domani, perché non affrontano il problema della mancanza di presbiteri e sono condannate a scontrarsi con la triste realtà. Saremo condannati a Unità Pastorali sempre più grandi, quasi come diocesi, con metodi di gestione che sono gli stessi utilizzati nella conduzione di una singola parrocchia.

Il parroco rimane il centro, ma costretto a diluire sempre di più la sua presenza, e i laici sono destinati ad essere abbandonati alla propria buona volontà, alla propria inventiva o originalità (si liberano sempre più spazi per chi sente la voglia di essere protagonista senza però possedere le qualità adeguate!) oppure (proprio quelli che ne avrebbero le qualità) ad abbandonare.

Il risultato lo abbiamo davanti agli occhi: chiese vuote, chiese chiuse, canoniche chiuse, canoniche in vendita, canoniche impiegate per altri fini (nobili, ma sempre “altri”).

Attualmente i parroci e i preti in cura d’anime possono essere raccontati e suddivisi, a mio parere, in tre gruppi, tutti e tre senza futuro.

Molti parroci, quelli più anziani e formatisi immediatamente dopo il Concilio, sono obbedienti ed eroici. Hanno raccolto la sfida dell’Unità Pastorale così impostata e corrono come matti. Gli impegni pastorali non sono cambiati, si sono solo moltiplicati: celebrazioni, riunioni, consigli… Non mi soffermo oltre, perché questo scenario è facilmente comprensibile.

Ci sono poi i preti, della generazione successiva, che potremmo chiamare “gli informatici – celebrativi”. Sono quelli che godono nelle celebrazioni e che non vivono con imbarazzo il fatto di dover celebrare quattro/cinque sante messe in una normale domenica. Gli stessi poi li trovi davanti a uno smartphone o a una tastiera, a colloquiare con gli amici e i fedeli virtuali, o a scrivere prediche e riflessioni da spedire urbi et orbi. Qualcosa non va.

Infine, ci sono altri preti – pochi in verità – che “hanno capito” e giocano con le contraddizioni dello scenario ecclesiale per sopravvivere. Infatti, utilizzano il fatto di essere in più posti contemporaneamente per ricavarsi uno spazio personale e riservato. Ad una parrocchia dicono di essere nell’altra e a questa dicono di essere in un’altra ancora. In realtà sono in una canonica a guardarsi un film o a farsi una bella passeggiata in collina! Come si fa a non capirli?

In tutti questi modelli di prete manca il cuore del Vangelo: la relazione. Un prete trottola non ha il tempo materiale per intessere relazioni profonde. Un prete informatico e celebrativo non ha interesse per le relazioni e preferisce la predica senza contradditorio o la tastiera dove può scegliersi i propri amici. Il terzo… si è semplicemente arreso!

Quale potrà essere il ruolo del prete nella “visione” da me proposta? Ho usato un termine – “il piccolo vescovo” – e adesso vorrei inquadrarlo meglio andando a spulciare una parola antica, anche se ancora attuale: “il pievano”.

Il pievano era anticamente un presbitero che aveva autorità sulle altre chiese del territorio (le cappelle) e risiedeva nella pieve, la chiesa centrale di tutto il territorio. Lo stesso schema è improponibile oggi, ma ci sono alcuni elementi che possono aiutarci nelle scelte future.

Il presbitero può essere chiamato pievano, perché risiede nel paese o nel quartiere centrale, ha una sua comunità di appartenenza, anche se non può fare da curato e si dovrà mettere a fuoco meglio la sua appartenenza a un territorio.

Il suo compito centrale sarà la “sinodalità”. Dovrà assicurare che tutte le parrocchie che dipendono dalla pieve camminino in sintonia, sulla stessa strada. Per questo terrà un contatto settimanale con i vari curati. Sarà il responsabile del discernimento per scegliere i nuovi curati e per proporli al vescovo che prenderà la decisione finale.

Presente nella storia della Chiesa, il pievano celebrerà l’eucaristia e il pane consacrato sarà distribuito nelle varie cappelle. Preparerà i punti centrali della riflessione che in ogni celebrazione festiva sarà fatta dal curato. Infine, sarà il responsabile della gestione economica per quanto riguarda la parte più delicata, quella del personale.

Il prete del futuro dovrà essere anche un piccolo imprenditore e non dovrà per niente scandalizzarsi di questo compito.

Basteranno cinquanta preti (compresi quelli dei servizi diocesani) per gestire una diocesi come Vicenza di seicentomila abitanti circa.

Il numero così ridotto ci permetterà di andare molto più a fondo nel discernimento e di non prendere paura se, per un anno, non ci saranno nuove ordinazioni presbiterali. Sarà poi sufficiente un unico seminario per più regioni.

Print Friendly, PDF & Email
Facebooktwitterredditpinterestlinkedintumblrmail

3 Commenti

  1. Fabrizio 13 settembre 2021
  2. Marco Ansalone 17 agosto 2021
  3. Tobia 17 agosto 2021

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi