La Chiesa e gli universitari

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Siamo onesti, il titolo è molto lungo. Forse un po’ troppo. D’altronde, i cinque verbi di Evangelii gaudium 24 sono talmente importanti che è difficile scegliere quale togliere. Così il titolo del Convegno nazionale di pastorale universitaria, tenutosi a Roma il 16 e 17 marzo, è risultato essere Prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare.

pastorale universitaria

La partecipazione è stata buona: un centinaio di persone tra preti, laici, consacrate e consacrati, collaboratori a vario titolo nella pastorale universitaria delle diocesi di tutta Italia.

Provocazioni

Si inizia con i saluti di Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio nazionale per l’educazione e l’università della CEI, il quale dirige e modera i lavori. A seguire, Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma e incaricato per la pastorale universitaria, dà il benvenuto ai presenti, con una riflessione breve ma tagliente.[1] Mons. Leuzzi non va per il sottile: è importante «ritornare a parlare di pastorale universitaria, perché i giovani non ci sono più nelle parrocchie» e quindi ne va non solo del «futuro dell’evangelizzazione, ma soprattutto dei giovani». La pastorale universitaria è una «pastorale d’ambiente», senza la quale «ogni altra riflessione sulla condizione giovanile rischia di essere astratta e fuorviante». La carità ha molte facce e può essere anche legata alla cultura e allo studio: è necessario «diventare “operatori della carità intellettuale”».

Don Rossano Sala, docente all’Università Pontificia Salesiana e direttore di Note di pastorale giovanile, ha tenuto la relazione centrale della mattinata e dell’intero convegno. Il titolo, anche qui, è  abbastanza lungo: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. Prospettive per la pastorale universitaria dal documento preparatorio del sinodo dei vescovi 2018.

Nove pilastri sostengono la relazione, ricca di spunti e di profonde riflessioni: tre affermazioni, tre provocazioni, tre interrogazioni. Prima di tutto le affermazioni, che danno sicurezza e che ci dicono che la pastorale universitaria si muove nella direzione delineata da Evangelii gaudium. Con la pastorale universitaria

1) siamo lì dove sono i giovani,
2) per decifrare con loro la realtà,
3) secondo uno stile pastorale audace e creativo.

Ma i tempi attuali provocano la nostra pastorale, nella misura in cui siamo chiamati a

1) camminare con la Chiesa (con buona pace dei «battitori liberi»),
2) curare la qualità personale degli educatori e cappellani universitari,
3) rendere sempre più protagonisti i giovani nella pastorale universitaria.

Infine, ci vengono consegnate tre domande, che ci spingono alla riflessione:

1) come dare qualità vocazionale alla pastorale universitaria?
2) Come fare per accompagnare i giovani con pazienza e autorevolezza? E ancora:
3) come avviare processi, piuttosto che occupare spazi?[2]

Interessante, a questo proposito, l’analisi dei tempi attuali: la situazione di povertà delle strutture pastorali in cui viviamo sembra rivelarsi, per una pastorale d’ambiente come quella universitaria, una vera e propria opportunità, se solo riusciamo ad essere elastici e ad andare incontro alla mobilità giovanile.

Gli “ultimi” nelle università

Concludono la mattinata tre brevi relazioni. La prima, dell’ing. Angelo Giornelli, presidente ACRU (Associazione collegi e residenze universitarie) e direttore EDUCatt, è centrata sui collegi e sulle varie residenze per universitari in Italia.[3]

Giornelli tiene a precisare che tutte le residenze dell’ACRU sono in perdita economica, perché non vogliono essere luoghi di business, ma educativi, nella misura in cui fanno crescere nello stile della convivenza, aiutano a decifrare la realtà, fungono da stimolo e da animazione culturale, promuovono le soft skills, oggi essenziali per qualunque posto di lavoro (capacità di relazione, di discussione costruttiva, di adattamento ed elasticità, di pensiero laterale per il problem solving dei problemi quotidiani ecc.).

Molto personale l’apprezzatissima relazione di don Roberto Bianchini, responsabile della pastorale universitaria della diocesi di Siena e cappellano dell’università di Siena. Più che una relazione, in realtà, è una testimonianza. Da esperto di letteratura russa («per la precisione nasco slavista»), ha dovuto affrontare un intenso percorso di crescita personale, nella disponibilità d’ascolto dei giovani, nel «mettersi da parte» (perché «accompagniamo e lasciamo») e nel lavoro d’équipe (a Siena lavora con delle religiose). Ironico ed equilibrato, sul finale si fa molto serio e lancia una domanda di quelle pesanti: come aiutare gli “ultimi” dell’università? Come farci vicini a coloro che restano indietro, che vivono «l’università come un calvario»? Se davvero si tratta di “pastorale”, la domanda deve interrogarci e deve essere posta al centro.

Infine, Mariachiara Rizzo, laureata in fisica all’università La Sapienza, parla della sua personale esperienza di contatto e di partecipazione alla pastorale universitaria gestita dai padri gesuiti.[4] Tre i pilastri della pastorale che lei ha incontrato e che tanto l’hanno colpita: formazione alla capacità di compiere scelte, che richiede rinuncia e conoscenza di sé, stile di accoglienza e di ascolto e radicalità della proposta.

I laboratori

Dopo il veloce pranzo ci troviamo divisi in gruppi per i laboratori. Già l’iscrizione ci chiedeva a quale gruppo volevamo partecipare, a seconda del nostro interesse. I laboratori sono sei:

1) Chiesa locale e studenti fuori sede,
2) La pastorale universitaria nella pastorale diocesana e parrocchiale,
3) L’accompagnamento degli adulti nell’università (docenti e personale),
4) Dalla formazione al servizio: strumenti diversi di pastorale universitaria,
5) Orientamento: scelte di vita, 6) Pastorale universitaria e cultura.

Interessanti le tematiche, ma, come purtroppo spesso succede, è difficile gestire gruppi con così tanti componenti e i risultati sono a volte scarsi, dato anche il poco tempo a disposizione. La cosa più importante e proficua che riscontro è sicuramente la facilità di dialogo e la voglia di condividere esperienze molto diverse. È sicuramente ciò di cui tutti gli operatori sentono di più il bisogno.

Una segnalazione particolare per gli studenti dell’università di Aversa, presenti in un folto gruppo, che “autogestiscono” una pastorale universitaria interessante, dove i giovani sono decisamente protagonisti. Sicuramente ci sono molti punti su cui dobbiamo riflettere e da cui abbiamo da imparare.

Il pomeriggio passa così, scambiandosi idee, esperienze, esperimenti, contatti e organizzando pure degli «scambi culturali», in modo da visitare la cappella universitaria di qualche altra università rispetto alla propria. Qualcuno lo dice pure, storpiando Ligabue: «metti in circolo il tuo sapere».

A questo proposito i momenti dei pasti sono decisivi. Si creano relazioni e si coltiva quel buon clima dal quale può nascere qualche idea, qualche amichevole consiglio e un po’ di passione educativa in più. Quel tanto che basta per pensare a progetti nuovi, ad esperimenti inediti.

Il pomeriggio si conclude con la messa, celebrata da Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Commissione episcopale CEI per l’educazione cattolica, la scuola e l’università.

Non c’è riposo neanche in serata! Sergio Perugini, della Fondazione Ente dello Spettacolo, ci propone una carrellata di spezzoni di film riguardanti l’università, scelti a partire da quattro ottiche differenti: la figura dell’insegnante e il suo rapporto con lo studente, l’università ai tempi della contestazione, il temibile e misterioso dopo che incombe sull’universitario, la dimensione della relazione con i propri colleghi/compagni. Provocazione interessante e particolarmente utile anche a livello pastorale.

Le “buone pratiche”

La giornata successiva si apre con la messa, presieduta da mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI. Poi un incaricato dell’ufficio di pastorale giovanile, don Calogero Manganello, ci espone il cammino della Chiesa italiana in vista del sinodo sui/per/dei giovani del 2018. Come ci dice lui stesso, «chi ha partecipato al Convegno nazionale di pastorale giovanile a Bologna può dormire tranquillamente»: in effetti il contenuto e la presentazione del suo discorso sono i medesimi di quelli tenuti da don Michele Falabretti a Bologna qualche tempo prima.[5]

Poi vengono riportati all’intera assemblea i risultati dei lavori di gruppo. Difficile, impossibile riportare qui tutte le esperienze condivise, le piccole o grandi “buone pratiche” che ogni gruppo ha messo in sharing, come pure tutte le provocazioni e le richieste all’ufficio nazionale.

Mettiamo in evidenza solo quattro di queste, non perché più significative di altre, ma perché centrate sulla qualità della relazione e sulla possibilità di un servizio “permanente” e continuativo, che vada oltre l’attuale cappellano di questa o quella università:

  • centralità dell’accompagnamento personale dei giovani universitari,
  • esigenza di maggior coordinamento tra diocesi, territorio, università e pastorale universitaria,
  • entrare nei seminari e proporre corsi o lezioni specifici sulla pastorale universitaria,
  • grande importanza della formazione culturale degli educatori e dei ragazzi.
Uno spazio per la Chiesa

Sempre più la pastorale universitaria mostra una complessità globale che la differenzia in maniera chiara da una “pastorale degli universitari” e che, quindi, la separa anche dalla pastorale giovanile, di cui non è semplicemente una branca o un ramo particolare.

L’oggettiva distanza della Chiesa italiana da un ambiente culturale così fervido e così popolato («abbiamo un milione settecentomila studenti in Italia… una “GMG stabile”! E non ce ne preoccupiamo», queste le parole chiare di don Sala) ci deve provocare e far riflettere. Si tratta davvero di una pastorale strana, sempre da inventare, perché non si limita ad accogliere i giovani restando fermi, ma vuole andare loro incontro. Da questo punto di vista è decisamente segno di una «Chiesa in uscita».

Infine, c’è grande passione e speranza. La generosità di tutti nel condividere pensieri e progetti, dubbi e buone pratiche è palpabile. Si sente chiaramente il desiderio di unire e di coordinarsi, perché nel periodo dell’università moltissimi giovani vivono un passaggio chiave della loro vita, che può permettere loro di divenire protagonisti attivi del proprio futuro. È quindi terreno importante per una pastorale centrata sulla persona e sulla relazione, che voglia davvero accompagnare, aiutando a rintracciare gli strumenti per dare un senso e una direzione alla vita.

Questi «giovani-Telemaco» (don Sala cita Recalcati) hanno bisogno, per elaborare questa capacità, di adulti che li aiutino e li accompagnino. È una sfida, è responsabilità, è avventura, è gioia: la Chiesa vuole esserci.


[1]     Tutti i documenti (o almeno le loro tracce) sono disponibili qui.
[2]     Cf. Evangelii gaudium 222.
[3]     http://www.acru.it
[4]     http://www.uniroma1.it/sapienza/cappella
[5]     http://www.settimananews.it/pastorale/giovani-la-passione-educare/

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