La leadership nella Chiesa /3

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Il rischio di chi è in autorità è l’autoesaltazione. Le inevitabili avversità che incontra lo aiutano ad avere di sé una visione oggettiva e realistica.

L’esercizio di una qualunque forma di leadership è spesso fonte di grande frustrazione. Tra le tante ragioni che determinano questo esito una delle più rilevanti è rappresentata dalle aspettative molto alte che i membri di una qualsiasi organizzazione, ecclesiale o di altra natura, tendono ad avere nei confronti di coloro che li guidano.

Da un lato, sono consapevoli del fatto che un leader è solo un essere umano, limitato come tutti i suoi simili, ma, dall’altro, si aspettano che abbia le idee chiare sul bene delle persone che gli sono state affidate e che sia capace di tradurre queste idee in scelte operative efficaci, superando le resistenze che inevitabilmente sorgono quando qualcuno che ha autorità prende una decisione di qualunque tipo.

Fatica e costanza

Il problema è che le persone che appartengono ad un’organizzazione hanno spesso idee diverse su ciò che costituisca il loro bene, e quindi sugli obiettivi che il loro leader dovrebbe perseguire.

Così, ad esempio, quando viene nominato un nuovo parroco o un nuovo vescovo, alcune persone si aspettano che questi abbia la capacità di far lavorare insieme le persone come un navigato responsabile del personale, altre che sappia prendere rapidamente le decisioni giuste e farle rispettare con il vigore e la sicurezza di un capo d’altri tempi.

Per qualcuno il pastore dovrebbe riportare al centro la dimensione contemplativa dell’esperienza cristiana esibendo una sapienza spirituale degna di un padre del deserto, per altri dovrebbe essere un acuto interprete dei problemi della società e un instancabile ricercatore della giustizia.

Tutti, poi, si attendono che sappia capire in fretta la situazione in cui si è venuto a trovare, in modo da non perdere troppo tempo e iniziare efficacemente a cambiare le cose.

Tutto questo rende la leadership ecclesiale estremamente pesante, al punto che la virtù più importante per esercitare questo servizio sembra essere la costanza, cioè la capacità di restare al proprio posto nonostante la frustrazione di vedersi incapaci di corrispondere alle aspettative di tutte le persone della propria comunità.

Poiché, però, questa virtù si consegue difficilmente, un leader può affrontare questa difficoltà ricercando altrove il proprio riferimento affettivo, oppure costruendosi all’interno della sua comunità un piccolo gruppo di sostenitori incondizionati che gli garantiscano una riserva costante di consenso.

Per qualcuno, però, il fatto di percepire una stima ambigua e altalenante da parte delle persone può rappresentare una sfida troppo pesante che, col tempo, lo porta a fare un passo indietro.

Non mancano poi coloro che, immaginando come le cose andranno a finire, rifiutano anzitempo incarichi potenzialmente conflittuali, preferendo dei ruoli più neutrali in cui siano sostanzialmente sottratti al giudizio negativo delle persone.

Per affrontare queste difficoltà, la via più ovvia sembra essere quella di accettare che qualunque servizio susciti inevitabilmente dei conflitti, delle opposizioni, con cui occorre imparare a convivere. Gregorio Magno, tuttavia, dà una lettura sorprendente di questa dinamica.

Così egli scrive nella Regola Pastorale: «Nella prosperità l’animo si innalza, ma nell’avversità, anche se prima si fosse innalzato, si prostra. Nella prosperità l’uomo dimentica ciò che è, ma nell’avversità, anche non volendolo, è richiamato quasi per costrizione a ricordarsene. Nella prosperità spesso anche il bene compiuto prima si corrompe, ma nell’avversità viene cancellato ciò che di male si è commesso anche nel corso di un lungo tempo. Infatti, per lo più sotto il magistero dell’avversità il cuore è come costretto dalla disciplina, ma se poi si innalza fino al più alto grado di governo, per l’esperienza della gloria si muta ben presto fino all’esaltazione» (n. 3).

Il positivo delle avversità

Si deve osservare che per Gregorio l’avversità non coincide con la malattia o la sofferenza, ma piuttosto indica il contrario dell’auto-esaltazione. Prima del testo citato, infatti, il nostro autore richiama l’atteggiamento esemplare di Gesù, che in Gv 6 fugge dalla folla che voleva farlo re e si ritira su un monte a pregare. Dunque, la prosperità che danneggia la leadership non è il benessere in quanto tale, ma la condizione di esaltazione, cioè quel senso di sicurezza in sé stessi che porta a sentirsi all’altezza del proprio compito e perfettamente capaci di guidare la propria comunità.

Dunque, Gregorio afferma che, per un leader, le avversità così intese non sono semplicemente un aspetto problematico da tollerare, cioè un prezzo da pagare per poter compiere il proprio servizio, ma sono il contesto migliore nel quale svolgerlo.

Questa visione un po’ sorprendente va compresa a partire dal fatto che la leadership cristiana è sostanzialmente un farsi strumento dell’azione di Dio che, attraverso il discernimento e le decisioni di un essere umano, sceglie di guidarne altri nella via della salvezza. Perciò, la qualità principale di questa guida è la sua apertura all’azione della grazia, più ancora che particolari qualità o competenze. Questa apertura, però, suppone una profonda umiltà, ovvero una visione oggettiva e realistica di sé stessi come povere e piccole creature.

In questo quadro, si può convenire con Gregorio sul fatto che nella prosperità l’essere umano dimentichi facilmente ciò che è e inizi ad esaltarsi, mentre nelle avversità si ricordi forzatamente della sua debolezza e si renda così strumento particolarmente efficace dell’azione divina.

In effetti, quando un leader comincia a pensare di essere all’altezza del suo compito con le sue sole forze e competenze perché ormai prigioniero di una visione grandiosa di sé, rischia di avere un’incidenza devastante sulla sua comunità. Non importa se questi è una persona brillante, capace e intelligente, e se riesce ad infondere un senso di sicurezza nelle persone che gli sono state affidate. Il suo orgoglio, anche se non è affatto evidente, gli impedirà di essere strumento della grazia e lo renderà un ostacolo per il cammino della sua comunità.

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