Napoli: una città e il suo pastore

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nuovo vescovo

Oggi, martedì 2 febbraio, fa il suo ingresso in cattedrale il nuovo arcivescovo di Napoli, Domenico Battaglia. Ad Angelo Berselli, parroco nel quartiere popolare di Forcella, abbiamo chiesto quale situazione l’arcivescovo incontrerà.

  • Caro don Angelo, come va a Napoli per quel che vedi dalla tua parrocchia?

Ad aprile avevo detto che la storia del virus avrebbe portato grossi interessi all’usura e che questa avrebbe messo in ginocchio tanti piccoli commercianti che sarebbero arrivati a vendere il loro negozio alla malavita organizzata: ebbene, è quanto si sta puntualmente verificando attorno a me, anche nella mia parrocchia.

Tuttavia, da parroco, sento il dovere di evidenziare il positivo che c’è. Ci sono segni positivi di cui voglio far sapere. Non mi va di condividere la posizione di chi vede questa città tutta in negativo. Non è nello spirito di Napoli e di chi vi abita.

In ambito sociale, è positivo, ad esempio, il fatto che si stia organizzando una nuova associazione dei commercianti di Forcella, il mio quartiere. Molti sono senza ristori da mesi. Hanno ricevuto addirittura delle multe per le pedane all’aperto – per l’acquisto e il consumo di generi – che il comune aveva dapprima autorizzato.

Le persone che conosco protestano civilmente. Vogliono confrontarsi con le istituzioni e con le forze dell’ordine. Via Duomo – un tempo la via illustre e vivace dei matrimoni – è diventata spoglia come un cimitero. Queste persone hanno buone ragioni da sostenere. Io sono con loro, con i miei consigli.

In ambito pastorale, è positivo il fatto che nei prossimi giorni si riprenda il catechismo in presenza. Ci siamo organizzati. Siamo in grado di garantire il distanziamento. Abbiamo i prodotti e abbiamo le energie per garantire la sanificazione. I ragazzi si son fatti, da mesi, la “didattica a distanza”. Non ne possono più. Ho ascoltato gli insegnanti. Mi hanno detto di tante situazioni discriminatorie e assai poco efficaci dal punto di vista educativo, con i giovani che stanno a letto, assonnati, con in mano un cellulare.

Non è solo una questione di scuola o di catechismo in senso stretto. Questi bambini e questi ragazzi hanno bisogno di vedersi e di stare insieme, guidati da qualcuno che è capace. Sono contento che si riprenda a fare qualcosa. Spero che funzioni e che possa durare.

Voglio dunque dire che sto notando segnali di recupero e di speranza nella buona umanità di Napoli e dei napoletani. Se non avessi questa umana speranza, non potrei avere speranza neppure nel Signore. E viceversa.

Certo, se esco dalla mia chiesa e vado a destra, incontro immediatamente – sulla strada in cui passa anche la polizia – chi vende le sigarette di contrabbando, poi, più avanti, chi spaccia la droga e – alla fine dei vicoli – chi si prostituisce. Questa è Napoli, una realtà estremamente complessa e differenziata.

  • Oggi fa il suo ingresso in cattedrale il nuovo arcivescovo, Domenico. Come sarà?

C’è molta attesa. Anche da parte mia. Dopo tutte le presentazioni che lo descrivono come un prete di strada, non vedo l’ora di incontrarlo a faccià a faccià, come si dice a Napoli, e di potergli parlare. Abbiamo bisogno di un pastore che innanzi tutti ci ascolti, come ha fatto Gesù con le persone che incontrava. La cosa simpatica è che ha già programmato gli incontri con i decanati. Il primo sarà il mio.

Nessuno può capire Napoli e il popolo napoletano se non vivendo dal di dentro questa città e questi quartieri. Dal di fuori si colgono solo alcuni aspetti, i soliti, spesso quelli che fa comodo cogliere per fare notizia. Io penso dunque che l’arcivescovo Domenico debba innanzi tutto ascoltare chi, in questa città e in questi quartieri, ci vive dalla nascita o quasi.

Chi ha il ruolo di condurre questa Chiesa, così come questa città, penso debba essere coadiuvato da persone che conoscono e che hanno spirito di abnegazione. È difficile cambiare delle situazioni ataviche. Bisogna mettere insieme tanti piccoli sforzi, con pazienza.

  • Si legge di immagini di criminali usate come santini. Qual è il rapporto tra malaffare e religiosità popolare?

Come ricorderete, in ottobre, a Forcella, è stato ucciso dai falchi in motocicletta, ossia dai poliziotti in borghese, un ragazzo di 17 – Luigi Caifa –, mentre stava facendo una rapina. Poco tempo dopo, mentre si trovava agli arresti domiciliari, è stato ucciso pure il padre, Genny ‘a carogna, ultras del Napoli e noto spacciatore.  La drammatica vicenda familiare ha prodotto nel quartiere una sorta di santificazione del ragazzo: il suo atto delinquenziale viene spacciato da alcuni come un atto eroico.

Sulla facciata di un condominio è comparso persino un murale con la sua immagine. Il sindaco ha fatto un’ordinanza di rimozione. In realtà, ha diffidato i condomini perché togliessero il murale. Figuriamoci! È ancora al suo posto. Questo è solo un esempio di come si reagisce a Napoli in certe situazioni, ammantando tutto di una religiosità ovviamente di maniera.

Il modello eclatante è quello di Maradona. In città, nei quartieri popolari, ci sono le sue gigantografie vestito da vescovo. Stiamo evidentemente parlando della santificazione a furor di popolo di un cocainomane. Eppure, Maradona ha fatto vincere al Napoli due scudetti. Per capire qualcosa di quanto avviene, dovremmo aver provato la gioia che Maradona ha donato a questa gente.

Dovremmo poi calarci nel clima delle grandi processioni coi santi. Quando ero parroco ai Quartieri Spagnoli, per 16 anni ho visto dei pregiudicati alternarsi sotto il peso delle statue, nella calca, per ore e ore: non c’era uno di questi portatori che non fosse un pregiudicato. È sempre stato così. Chi può cambiare, specie dall’oggi al domani, queste cose?

L’altro esempio che posso fare è quello delle azioni cattoliche operaie: sono delle belle sigle che nascondono la gestione del gioco d’azzardo. Hanno proposto anche a me di aprirne una in parrocchia. Per molti non ci sarebbe niente di male. Chiaramente io non ho voluto saperne. Ma non è stato facile sottrarsi.

  • Cambierà qualcosa?

Questa è la triste realtà. Ma è con questa realtà che io devo ogni giorno confrontarmi. «L’errore più grande è fare niente perché convinti di fare troppo poco», come ha scritto Raymond Burke, ovvero: «affinché il male trionfi è sufficiente che i buoni non facciano niente».

Dall’oggi al domani, appunto, non è possibile cambiare queste cose. Per questo, non fare nulla è, per me, fare peccato. Io conto nelle piccole cose che posso fare e che tutti insieme possiamo fare qui a Forcella, a Napoli e non solo: insieme possiamo determinare un lento ma autentico cambiamento. Citando papa Francesco, mi piace dire che nessuno «si salva da solo», ma mi piace aggiungere anche che nessuno può salvare tutti gli altri, da solo.

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