Basilicata, ultimo test

di: Franco Monaco

Nonostante si tratti di una piccola regione, il test elettorale della Basilicata ha richiamato l’attenzione degli osservatori politici nazionali. Essenzialmente perché esso si è situato lungo la traiettoria che, dopo l’Abruzzo e la Sardegna, conduce alle elezioni politiche europee, alle quali, non a torto, generalmente si attribuisce un singolare rilievo, sia per l’Europa che per le dinamiche politiche nostrane. A cominciare dalle ripercussioni sul governo nazionale.

I risultati e le analisi

Il risultato lucano è chiaro. Lo sono meno le risposte agli interrogativi che esso dischiude. Ha vinto con largo margine il centrodestra a trazione leghista. In una regione da gran tempo – venticinque anni – governata dal centrosinistra.

Di rilievo l’ennesimo exploit della Lega, che ha quasi triplicato i suoi voti rispetto alle politiche di un anno fa. Confermando la propria affermazione come partito nazionale anche nel profondo sud. Una dinamica, ripeto, che ribadisce e consolida un trend in corso da un anno: dal Friuli, al Molise, all’Abruzzo, alla Sardegna. Nel giro di un anno le regioni governate dal centrodestra sono passate da quattro a dieci; quelle dal centrosinistra da quindici a nove.

I 5 stelle passano dal 44% delle politiche al 20% di queste regionali lucane. Essi si consolano vantando di essere il primo partito, per il risultato di lista (scontando però ancora una volta la loro solitudine, la non volontà-capacità di stringere alleanze).

Il PD consegue un modesto 8%, pur dentro una coalizione di centrosinistra che si piazza seconda con un 33%, grazie a varie liste civiche e soprattutto a un 10% ottenuto da una lista Pittella, cioè intestata al presidente uscente della regione iscritto al PD. Certo, il PD e il centrosinistra scontavano un handicap: elezioni a valle della traumatica crisi del governo regionale guidato da Pittella, investito da un caso giudiziario. E tuttavia resta la sconfitta in una regione dominata dal centrosinistra per l’intero arco della cosiddetta seconda Repubblica.

Un po’ tutti gli analisti concordano sulla circostanza che il risultato non avrà effetti immediati sul governo e tuttavia esso ripropone interrogativi che si proiettano sulle prossime elezioni europee. È facile prevedere che Salvini, di nuovo vincitore di questa tornata, non intenda abbandonare l’attuale maggioranza di governo, che lo premia elettoralmente e lo rafforza politicamente. Al più, dopo il suo probabile successo alle europee, Salvini si adopererà per ridefinire a proprio vantaggio gli equilibri di governo. Nelle politiche e magari anche nella squadra. Nonostante la pressione di FI, egli – e lo si capisce – non ha nessuna intenzione di tornare all’antico schema del centrodestra su base nazionale.

Il suo problema potrebbe sortire piuttosto dal malumore di quel nord produttivo che rappresentò la sua storica base sociale e territoriale di riferimento e che non gradisce il connubio con i 5 stelle, che mal sopporta le loro priorità programmatiche e i loro dinieghi. Specie nelle due regioni chiave del Veneto e della Lombardia, che invocano a gran voce l’attuazione dell’autonomia differenziata. La quale, a sua volta, non piace al M5S.

In sofferenza i 5 stelle

Chi più dovrebbe entrare in sofferenza – e non da oggi – è ovviamente il M5S, in calo verticale e progressivo. Facile prevedere la moltiplicazione delle quotidiane tensioni con il partner leghista e l’acuirsi dei conflitti interni alle anime del movimento. Conflitti che, dopo il voto europeo, potrebbero anche terremotare il governo. A motivo di una spirale che potrebbe sfuggire di mano ai vertici politici e parlamentari. Ma non per loro volontà e iniziativa.

Il cemento del potere è forte. Essi sono perfettamente consapevoli che, nel caso di un’anticipata interruzione della legislatura seguita da nuove elezioni, difficilmente disporrebbero di un’occasione paragonabile, in termini di posti, di potere, di governo, di rappresentanza parlamentare. Dunque, un legame, quello tra 5 stelle e Lega, obbligato e costringente, il cui corollario sarebbe la sostanziale paralisi dell’azione di governo che, a dispetto del profluvio di chiacchiere e di promesse, in realtà è già visibile da tempo. Con il curioso risultato di reiterare un governo bipolare diviso su tutto: Tav e infrastrutture, autonomie regionali, famiglia, immigrazione, sicurezza, Europa… Da ultimo gli accordi con la Cina, a monte dei quali – scusate se è poco – stanno visioni diverse circa gli assi portanti della nostra politica estera. O peggio: nessuna visione, solo confusione e improvvisazione.

Un connubio di mero potere che i due partner di governo non vogliono o non possono recidere e che, tuttavia, dovrà presto fare i conti – questo il vero, decisivo ostacolo – con l’andamento dell’economia, che tutto fa pensare decisamente critico. In particolare, con riguardo ai conti pubblici fuori controllo. Con una finanziaria alle porte che dovrà reperire 30-35 miliardi. Due partiti così divisi ma entrambi ossessionati dalla ricerca del facile consenso ottenuto dispensando promesse dissennate – ecco l’interrogativo – si accolleranno l’onere di una legge di bilancio lacrime e sangue?

Esiste un’alternativa?

Qui si innesta il problema delle alternative a questo governo. Doppiamente auspicabile: sia per la qualità della democrazia che si nutre di un’aperta competizione tra alternative, sia per lo stimolo che la disponibilità di un’alternativa rappresenta per lo stesso governo in carica. Dunque, il PD e il centrosinistra. L’impressione è che il percorso che li attende sia ancora lungo e difficile. I test regionali ci dicono che essi, allo stato, dispongono di un bacino di consenso di circa un terzo degli elettori. Più del modesto 18% totalizzato alle politiche da un PD incapace e indisponibile a stringere alleanze.

I risultati mostrano che, solo in piccola parte, la cospicua emorragia di voti subita dal M5S prende la via del centrosinistra. Dunque, lo attende un percorso lungo e complesso, che passa dalla ricostruzione del PD come partito, dalla ridefinizione della sua cultura politica e della sua agenda programmatica, dall’organizzazione di un campo di forze civiche e politiche largo e inclusivo. Da inaugurare già a partire dalle imminenti elezioni europee, ove studiare con cura il messaggio politico e la strategia elettorale più appropriata.

A mio avviso: né un listone politicamente indistinto (ipotesi Calenda) di “tutti contro i sovranisti” (farebbe il loro gioco), né una proliferazione/frammentazione di liste che, stante la soglia del 4%, produrrebbe una dispersione del consenso. Forse, in una logica di saggia razionalizzazione, sarebbe utile approntare due liste, entrambe ancorate all’ideale europeista ma con diverso profilo e posizionamento politico: l’una di ispirazione liberale, l’altra democratico-socialista, che facciano riferimento alle due corrispondenti famiglie politiche europee, ma destinate poi a cooperare nel futuro parlamento. Una differenziazione/articolazione dell’offerta politica che, considerata la regola elettorale proporzionale, potrebbe avere un saldo positivo. Per gli equilibri dell’europarlamento e per porre le basi di un’alternativa nazionale. In vista di eventuali elezioni nazionali che potrebbero d’improvviso profilarsi. In un quadro sistemico nel quale si ripristini la fisiologica polarità destra-sinistra, anziché quella, anomala, di un fronte nazional-populista – per altro attraversato da insanabili contraddizioni – cui si oppone un campo disarticolato di forze per definizione incapaci di rappresentare un’alternativa di governo.

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