Berlinguer – Moro: il compromesso storico

di: Domenico Rosati

Enrico Berlinguer

A 35 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer (25 maggio 1922 – 11 giugno 1984) non sono mancate le commemorazioni e i riferimenti all’ondata di emozione che percorse il paese sia per il fatto in sé che per le modalità in cui avvenne: la perdita di conoscenza nel corso di un comizio a Padova e la lunga agonia nei giorni seguenti.

Antonio Padellaro ha poi dedicato un volumetto al rapporto singolare tra Berlinguer e Giorgio Almirante, allora segretario del MSI, il partito neofascista, e Nicola Zingaretti ha evocato il clima del funerale, la strabocchevole folla di Piazza San Giovanni in Roma, non senza un cenno commovente al ruolo che egli, giovanissimo, ebbe come portatore di fiori nella cerimonia funebre.

Non vi sono stati invece, che io ricordi, troppi richiami alla visione politica di Berlinguer come promotore del «compromesso storico», come suggestione dell’alleanza tra il Pci e la Dc dopo decenni di contrapposizione in nome della democrazia contro il comunismo.

Nasce a Lucca nel 1967

A dire il vero, di «compromesso storico» non si parlava più dopo l’assassinio di Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse – e già dal 1980, con il discorso di Salerno, Berlinguer aveva inaugurato il nuovo corso della «alternativa» – mentre della versione morotea simmetrica del «compromesso», in casa democristiana s’era smesso di parlare dall’inizio del 1980 con il congresso del «preambolo», l’espediente con cui tutte le correnti democristiane, meno quelle rimaste fedeli a Moro, avevano sottoscritto una dichiarazione comune.

Nella quale affermavano il pieno vigore della pregiudiziale anticomunista e così chiudevano come in una parentesi da dimenticare la fase politica della ricerca di un nuovo rapporto con il Pci iniziata, secondo le cronache, nel 1973 con i famosi articoli di Berlinguer sul caso cileno, ma in realtà databile al 1967 con il discorso dello stesso Moro al convegno cattolico di Lucca sui compiti dei cattolici «nei tempi nuovi della cristianità», cioè dopo il Concilio.

In quella occasione si discusse animatamente, anche tra i democristiani, sul tema dell’unità politica dei cattolici, ritenuta non più derivata da una visione di fede ma collegata ad una valutazione delle circostanze storiche in base all’ispirazione cristiana.

Qui si ebbero due posizioni contrapposte che però non si svilupparono nel dibattito rimanendo per così dire mimetizzate: quella di Mariano Rumor, che sosteneva l’unità politica dei cattolici come necessaria per combattere e sconfiggere la perdurante minaccia comunista, e quella, appunto, di Aldo Moro, che era oggettivamente più articolata e ricca di spunti più aderenti al Concilio.

I due grandi partiti

Diceva dunque Moro che i cattolici dovevano essere uniti per sostenere la causa della pace (era in corso la guerra del Vietnam), per promuovere il lavoro per tutti (il governo stava varando il piano quinquennale per lo sviluppo economico) e per raggiungere l’obiettivo del compimento della democrazia.

Che voleva dire quest’ultimo passaggio nel linguaggio moroteo sempre attento alle implicazioni istituzionali dei concetti politici? Non è difficile immaginare che ad analisti non distratti sulle cose cattoliche, come i comunisti, sfuggissero le potenzialità politiche delle proposizioni morotee, più di quanto non accadesse tra gli stessi cattolici. Questi ultimi, infatti, vennero subito travolti dall’ondata del ’68 e dell’autunno caldo che reclamavano un’alternativa di sistema più che di governo, mentre i comunisti da tempo lavoravano sulla pista istituzionale per creare le condizioni di un ricambio di governo basato sulle forze della sinistra.

La novità della posizione morotea stava però in questo: che prometteva l’intero pacchetto del consenso cattolico a un’eventuale convergenza con la forza del Pci. E Moro dava il suo avallo a questa posizione quando richiedeva che alla strategia della solidarietà nazionale non venisse sottratta, come ebbe a dire, «l’intatta forza della Democrazia cristiana», cioè della massa dei voti cattolici, quanti abitualmente confluivano sulle liste Dc per effetto del traino di partito e del sostegno delle organizzazioni cattoliche.

È nelle pieghe di questo discorso che vanno rintracciate le basi di alcune posizioni assunte dai contraenti del «compromesso storico/solidarietà nazionale» negli anni in cui tale iniziativa ebbe corso: il giudizio negativo e l’ostilità verso le posizioni frazioniste dei rispettivi retroterra democristiano e comunista; la ritorsione della gerarchia cattolica e dello stesso pontefice verso l’unica secessione di massa, quella delle Acli, dall’obbligo vincolante dell’unità; il rispetto dei massimi dirigenti del Pci per le opzioni elettorali delle associazioni cattoliche, che non turbassero i rapporti tra queste e la gerarchia.

La preghiera a Piazza San Giovanni

La ricostruzione che precede del binomio «compromesso storico/solidarietà nazionale» presenta caratteri di novità che andranno approfonditi nel seguito della ricerca storica. Chi scrive possiede elementi per comprovare l’esistenza e la consistenza del fenomeno a partire dall’esperienza diretta compiuta nel circuito delle Acli e dalle ricerche realizzate sui rapporti ecclesiali dell’organizzazione nel corso degli anni della crisi.

DC - PCIPer questo, all’indomani della morte di Moro, ritenni necessario stare vicino a Zaccagnini perché, ricandidandosi o sostenendo una candidatura omogenea, proponesse una linea di continuità con l’eredità morotea.

Il dolore umano di Zaccagnini al quale mi trovai di fronte non impediva infatti soluzioni di questo tipo.

Ma quando appresi che si profilava una convergenza sul nome di Flamino Piccoli, mi caddero le braccia e andai a dirlo al segretario uscente. Di più, essendo iscritto a parlare, in congresso non riuscii a tenere il microfono per più di tre minuti: l’intervento più breve della storia dei congressi della Dc.

E Berlinguer? Di lui parlai invece a Piazza San Giovanni, il pomeriggio del funerale (13 giugno). Ero emozionato, ma lucido. Tracciai il profilo di quello che mi pareva essere stato «un uomo di buona volontà»; ignorai completamente l’«alternativa» di Salerno che pareva aver entusiasmato i militanti ed enunciai un passaggio che mi parve appropriato; dalla «solidarietà nazionale» alla «solidarietà popolare», come dire da una dimensione istituzionale ad una dimensione politica. Forse avevo in mente un partito, che fosse il partito popolare o il partito democratico non so. Oppure, visto come sono andate le cose, forse nessuno dei due.

Il mio discorso, non incluso nei filmati di partito, è rimasto nella memoria dei militanti dl Pci come quello di un cattolico che al funerale di un laico riesce a dire, altrettanto laicamente, un «riposa in pace», la stessa preghiera che spinge Luigi Accattoli a includere l’episodio nella sua ricerca tra i Fatti di Vangelo.

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Un commento

  1. Elios 14 giugno 2019

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