Caccia all’uomo “nero”

di: Vinicio Albanesi

Il Decreto sicurezza è stato approvato il 28 novembre di quest’anno, diventato legge (L. 132/2018) dopo la terza lettura alla Camera dei Deputati e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre 2018, n. 281.

Contiene una serie di disposizioni, con l’obiettivo centrale contro l’immigrazione, oltre ad altre misure di “sicurezza”.

Decreto sicurezza

Per quanto riguarda gli stranieri prevede:

– La cancellazione del permesso di soggiorno per motivi umanitari (articolo 1), che aveva la durata di due anni e consentiva l’accesso al lavoro, al servizio sanitario nazionale, all’assistenza sociale e all’edilizia residenziale. Al suo posto vengono introdotti permessi per «protezione speciale» (un anno), «per calamità naturale nel Paese di origine» (sei mesi), «per condizioni di salute gravi» (un anno), «per atti di particolare valore civile» e «per casi speciali» (vittime di violenza grave o sfruttamento lavorativo).

– La durata massima del trattenimento degli stranieri nei Centri di permanenza per il rimpatrio viene allungata (articolo 2) dagli attuali 90 a 180 giorni, periodo ritenuto necessario all’accertamento dell’identità e della nazionalità del migrante.

– Viene rinforzato il Fondo rimpatri del Viminale (art. 6): 500.000 mila euro per il 2018, un milione e mezzo per il 2019, un milione e mezzo per il 2020.

– Viene negata la protezione internazionale nel caso di condanna definitiva (art. 7) anche per i reati di violenza sessuale, spaccio di droga, rapina ed estorsione. Tra i reati di «particolare allarme sociale» sono inclusi la mutilazione dei genitali femminili, la resistenza a pubblico ufficiale, le lesioni personali gravi, le lesioni gravi a pubblico ufficiale in servizio di ordine pubblico, il furto aggravato dal porto di armi o narcotici.

– Dal Ministero dell’Interno sarà approntata una lista dei Paesi di origine sicuri, così da accelerare la procedura di esame delle domande di protezione internazionale delle persone che provengono da uno di questi Paesi.

– L’art. 8 dispone la revoca della protezione umanitaria ai profughi che rientrano senza «gravi e comprovati motivi» nel paese di origine, una volta presentata richiesta di asilo.

– Il questore del territorio può dare comunicazione alla Commissione competente nel caso in cui il richiedente sia indagato o sia stato condannato, anche con sentenza non definitiva, per uno dei reati riconosciuti di particolare gravità. L’eventuale ricorso non sospende l’efficacia del diniego.

– L’art. 12 ridisegna lo Sprar, il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (gestito con i Comuni): vi avranno accesso solo i titolari di protezione internazionale e i minori stranieri non accompagnati. Per snellire le procedure di registrazione e gestione dei migranti, vengono istituite, a partire dal primo gennaio 2019, dieci nuove Commissioni territoriali per l’esame delle domande.

– La revoca della cittadinanza italiana (art. 14) scatta anche per i colpevoli di reati con finalità di terrorismo o eversione dell’ordinamento costituzionale. Tempi raddoppiati (4 anni) per la concessione della cittadinanza per matrimonio e per residenza.

– Viene meno (art. 15) la possibilità del gratuito patrocinio nei casi in cui il ricorso del migrante contro il diniego della protezione sia dichiarato improcedibile o inammissibile.

Ostilità che viene da lontano

Queste misure contro l’immigrazione rappresentano il proseguimento dell’ostilità nei confronti degli stranieri. Ostilità iniziata già con il governo Gentiloni con l’accordo in Libia (ministro Minniti) per impedire che i profughi dell’Africa si imbarcassero verso l’Europa. Era continuata con la campagna diffamatoria contro le navi di salvataggio gestite da Onlus, accusandole di agire per lucro, rafforzata recentemente introducendo il dubbio che i vestiti indossati dai profughi potessero essere causa di malattia.

Una campagna ossessiva, così da ottenere i risultati della diminuzione degli sbarchi in Italia.

La logica politica di questi passaggi è rendere estremamente difficile l’accoglienza in Italia. Se ne è fatto portavoce il Ministro dell’Interno, sicuro di raccogliere ampi consensi nella coalizione di governo (anche se imponendo la fiducia alla Camera e al Senato) e nella popolazione.

A proposito di quest’ultima, il 52° rapporto del Censis, pubblicato pochi giorni fa, dichiara che il nostro è un «Paese incattivito, più povero e più anziano, che trova il capro espiatorio dei propri guai negli immigrati. Il processo strutturale chiave dell’attuale situazione è l’assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive».

Per entrare nei dettagli, il 63% degli italiani vede in modo negativo l’immigrazione da Paesi non comunitari, mentre per i Paesi membri dell’Unione Europea l’avversione scende al 45%.

I più ostili verso gli extracomunitari sono gli italiani più fragili: il 71% degli over 55 anni e il 78% dei disoccupati, mentre il dato scende al 23% tra gli imprenditori.

Inoltre, il 58% degli italiani pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro in Italia e il 63% pensa che rappresentino un peso per il nostro sistema di welfare. Solo il 37% degli intervistati sottolinea l’impatto favorevole dell’immigrazione sull’economia nazionale.

Per il 75% degli italiani l’immigrazione aumenta il rischio di criminalità e il 59,3% è convinto che, tra dieci anni, nel nostro Paese non ci sarà un buon livello di integrazione tra etnie e culture diverse.

Il 44,5% degli italiani è pessimista sul futuro del Paese, mentre solo il 18,8% si dichiara ottimista. Secondo il 56,3% degli intervistati, non è vero che le cose in Italia hanno iniziato a cambiare. Il 63,6% è convinto che nessuno ne difenda interessi e identità e che quindi ci si debba pensare da soli.

Questo si traduce – secondo il Rapporto Censis – in un atteggiamento di chiusura verso gli altri: l’essere diverso diventa così, nella percezione, un pericolo da cui proteggersi. Il 69,7% degli italiani non vorrebbe come vicini di casa dei rom. Il 69,4% non vorrebbe a portata di occhio e udito persone con dipendenze da droga o alcol. Il 52% è convinto che vengano prima gli immigrati.

L’Italia è il Paese dell’Unione Europea con la più bassa quota di cittadini che affermano di aver raggiunto una condizione socio-economica migliore di quella dei genitori: il 23%, contro una media UE del 30. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l’89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita.

Minoranza resistente

L’attenzione alla situazione sociale del nostro paese fa emergere due dati preoccupanti: le disuguaglianze e l’invecchiamento.

La mancanza di prospettive fa il resto. La debolezza della politica consiste nel non dettare (e tanto meno realizzare) prospettive di lungo periodo. In quella specie di “contratto” tra Lega e 5stelle si gestisce il presente, come d’altra parte era avvenuto con i precedenti governi.

Il dubbio – atroce – è se si tratta di una crisi passeggera o di un vero proprio decadimento. Se dalla società civile non emerge alcun “sogno”, nel prossimo tempo le relazioni sociali diventeranno più crudeli.

I fenomeni delittuosi emergenti – suicidi, omicidi, femminicidi, furti, corruzione – indicano la frantumazione della convivenza a livelli preoccupanti. Una sciatteria che non è solo materiale. Saltate le indicazioni educative della scuola, delle famiglie, delle istituzioni, dilagheranno pressappochismi e ruberie. Con l’aggravante che è invalso il beneplacito per chi riesce a sopravvivere meglio degli altri.

Nonostante le leggi difensive, i popoli poveri continueranno a bussare alla porta, con conseguenze portatrici di morti e di sofferenze.

Anche la Chiesa, nella sua pastorale, è dispersa. Sembra sottrarsi alle dinamiche sociali, nonostante i continui e pertinenti richiami di papa Francesco. Si ritira in se stessa, appellando alla tradizione, oppure creando “circoli magici”, dimenticando il mondo.

Eppure la via maestra rimane la stessa: quell’amore di Dio e del prossimo che è la regola aurea del cristianesimo.

Fa notare un teologo: «Cristo vivrà in noi tanto quanto noi sposteremo il centro della nostra vita dall’ego al Sé».[1]

L’indicazione dell’amore di Dio e del prossimo ha un’unica via di uscita; non rinchiudersi nel narcisismo che impedisce di incontrare Dio e chi è accanto, dove c’è spazio per il trascendente e per il vicino, compreso il perdono.

La descrizione della crisi non vuole essere apocalittica, ma aiuta a comprendere che cosa sta attraversando il nostro mondo. Un mondo opulento che, in difficoltà, si chiude in se stesso, pieno di rancore, di rabbia fino ad arrivare alla cattiveria.

Chi ha buoni sentimenti e fede in Cristo deve resistere non negando le proprie convinzioni, anche se appartiene a minoranze senza ascolti.


[1] T. Halik, Voglio che tu sia – L’amore dell’altro e il Dio cristiano, Vita e pensiero, Milano, 2017, pp. 117-119.

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Un commento

  1. Maria Teresa Pontara Pederiva 11 dicembre 2018

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