Ci saranno altre Bolzaneto?

di: Vincenzo Passerini

«Mi ricordo che, prima di andare nei bagni, i miei compagni di cella mi davano dei consigli su come comportarmi nella toilette per non ricevere percosse, per esempio perché qualcuno era stato picchiato perché non si era lavato le mani, ma ogni volta che qualcuno andava alla toilette, si poteva sentire urlare e per tutto il periodo della mia permanenza a Bolzaneto ho sentito urlare. Ho sentito persone chiamare padre e madre e supplicare di smettere di picchiare e all’interno delle celle c’erano delle materie viscose, delle materie un po’ liquide, anche un po’ spesse, una mischia di vomito, di sangue e odore di urina e mi ricordo queste materie liquide nel corridoio, anche macchie di sangue perché tantissimi giovani presenti a Bolzaneto erano coperti di sangue, soprattutto il viso, ancora sgocciolante, il sangue che continuava a colare, a scorrere e tante persone vomitavano, soprattutto al momento dell’arrivo, penso per i gas utilizzati, e mi ricordo di una persona sdraiata per terra, più o meno nel corridoio, davanti alla stanza chiamata Digos, sulla sinistra, che era sdraiata nel suo vomito tutto intorno al collo… che non si poteva riconoscere, era piena di piaghe, ferite alla testa e sembrava aver perso coscienza».

patteggiando il risarcimento con questi sei ricorrenti

Massacro alla scuola Diaz, dipinto di Dario Fo

Comincia così, con la durezza adeguata a ciò che si appresta a raccontare, il primo capitolo del libro Gridavano e piangevano. La tortura in Italia: ciò che ci insegna Bolzaneto, pubblicato da Einaudi nel 2014 e scritto da Roberto Settembre, magistrato estensore della sentenza d’appello sui fatti di Bolzaneto, resa poi definitiva dalla Corte di Cassazione. Comincia, il libro, con la testimonianza in tribunale di Melody T., una giornalista francese trentenne, portata insieme a più di duecento altri pacifici manifestanti nella caserma di Bolzaneto il 20 luglio 2011.

Anni di inchieste

Erano i giorni del G8 di Genova (20-23 luglio 2001), i giorni degli incontri di tanti movimenti alternativi, giovanili, politici, sociali, ecologisti, ecclesiali riuniti sotto lo slogan “un altro mondo è possibile”, delle manifestazioni con decine e decine di migliaia di partecipanti di ogni colore e di ogni età, della morte di Carlo Giuliani durante gli scontri in piazza, dell’irruzione e delle violenze delle forze dell’ordine nella scuola Diaz dov’era il centro organizzativo del Genoa Social Forum, delle violenze di alcune centinaia di black bloc lasciati indisturbati a distruggere per delegittimare, cosa che in gran parte riuscì, l’intero movimento alternativo, nella stragrande maggioranza pacifista e nonviolento.

Erano i giorni di esordio sulla scena internazionale del secondo governo Berlusconi (11 giugno 2001- 23 aprile 2005), con Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, alla vicepresidenza, l’irrefrenabile voglia di far vedere all’Italia e al mondo chi “costruiva” e chi “distruggeva”, unita ad una altrettanto irrefrenabile voglia di far vedere come avrebbe tutelato l’ordine il nuovo governo. I giorni terribili delle torture nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz.

Seguirono anni di inchieste, giornalistiche e della magistratura, processi, condanne, prescrizioni, assoluzioni. Inchieste coraggiose, ostacolate dalla reticenza di parecchi organi dello Stato e dalla mancanza nella legislatura italiana del reato di tortura.

Il patteggiamento

Il 6 aprile scorso il governo italiano ha deciso di risarcire, con 45 mila euro ciascuna, sei vittime delle violenze e delle torture subite nella caserma di Bolzaneto che avevano fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

Il governo italiano, patteggiando il risarcimento con questi sei ricorrenti, spera di evitare una condanna per tortura dello Stato italiano da parte della Corte europea medesima che, già nel 2005, aveva dichiarato che le violenze alla scuola Diaz dovevano essere configurate quali reati di tortura. Ma i sei patteggianti sono solo una minima parte dei 65 ricorrenti alla Corte di Strasburgo per i fatti di Bolzaneto. Le cause vanno avanti, dunque.

Le trattative avviate dal governo Renzi per patteggiare un risarcimento con tutti i ricorrenti per evitare un’altra condanna per tortura hanno avuto questo esito limitato.

Limitato, ma comunque significativo, molto significativo, perché il governo ammette le violenze di Bolzaneto e ammette l’«assenza di leggi adeguate». Ammette, cioè, che ci furono torture e ammette che lo Stato italiano non ha ancora una legge che consenta alle torture di essere chiamate torture e di essere perseguite come tali. Tanti impegni, tante promesse, tanti tentativi: ma legge che introduce il reato di tortura ancora non c’è.

Quanto questa assenza abbia pesato, ce lo ricorda nel suo libro il magistrato Roberto Settembre. Se ci fosse stato il reato di tortura, non ci sarebbero state tante assoluzioni per prescrizione, accanto comunque all’accertamento di quasi 120 condotte illecite e alla condanna di sette imputati, perché non c’è prescrizione per il reato di tortura, è un reato che non viene estinto dopo un certo tempo.

L’impegno dei magistrati

Scrive Settembre, e noi possiamo cogliere dietro le parole misurate del magistrato la drammatica situazione di un ordinamento giuridico che ostacola l’accertamento di verità terribili, ma anche la perdurante tragedia di un paese democratico come l’Italia dove pezzi di Stato impediscono ad altri pezzi di Stato che si faccia luce su terribili episodi: «Bisogna riconoscere che l’azione penale ha condotto la vicenda al suo esito, ancorché deludente per l’assenza dal nostro ordinamento del reato imprescrittibile di tortura, per l’abnegazione, la caparbietà, la determinazione e l’alta professionalità di due sostituti procuratori della Repubblica di Genova, Patrizia Petruziello e Ranieri Vittorio Miniati, che la iniziarono e la esercitarono strenuamente, e che non arretrarono di fronte alle difficoltà dell’indagine non certo agevolata dalle amministrazioni che contavano indagati fra i loro appartenenti» (p. XV).

Nel momento in cui dobbiamo prendere atto che l’Europa, questa volta con la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, impone allo Stato italiano un’azione di civiltà, di umanità e di diritto che lo Stato italiano non è in grado e non vuole attuare, dobbiamo anche ricordare l’azione coraggiosa ed esemplare di un gruppo di magistrati, cioè di un pezzo di Stato italiano. E ringraziarli per quello che hanno fatto.

Un retaggio fascista?

Il governo italiano, infine, si è impegnato a «predisporre corsi di formazione specifici sul rispetto dei diritti umani per le forze dell’ordine».

Un impegno illuminante, tristemente illuminante. Dopo sedici anni da quei fatti si ammette che c’è bisogno di corsi di formazione sui diritti umani per poliziotti e carabinieri. Ma c’è da chiedersi non solo quali corsi si fanno o non si fanno nei luoghi dove si formano le forze dell’ordine, ma quale cultura respirano quei giovani in quegli ambienti.

A Bolzaneto, come alla Diaz, le violenze e le torture inflitte a inermi cittadini si accompagnavano a slogan e urla inneggianti al Duce, a Hitler, a Pinochet. Urla e saluti romani, insieme a violenze, umiliazioni, torture. Nessuno dei funzionari di polizia e dei carabinieri disse “Basta!”, ci ricorda ancora nel suo libro il magistrato Settembre. Per tre giorni si torturò e, insieme, si inneggiò al Duce e al fascismo.

È questa la cultura civile, giuridica e politica che si respira nelle scuole dove si formano le forze dell’ordine? Se è questa, allora il problema non è solo quello di corsi di formazione ai diritti umani, ma quello se lo Stato italiano, anche là dove si formano i suoi tutori dell’ordine, ha fatto i conti o no col passato fascista e le sue violenze.

Nello scorso febbraio il governo tedesco ha rinunciato a dare, com’era intenzionato in un primo momento, una onorificenza ai due agenti di polizia italiani che, nei giorni precedenti il Natale 2016, uccisero a Sesto San Giovanni l’attentatore di Berlino (che con un camion aveva ucciso 12 persone) mentre era in fuga. Ha rinunciato dopo aver scoperto che sui loro profili social i due agenti inneggiavano al Duce e al fascismo. Un giovane poliziotto ventenne e uno più maturo, ambedue uniti dalle stesse simpatie fasciste.

È così che si continuano a formare coloro che devono difenderci e devono difendere i valori della Costituzione della Repubblica?

Ci saranno altre Bolzaneto?

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