Costi della politica e costi della “casta”

di: Domenico Rosati

Era tutto già scritto. I grillini sapevano che non sarebbe passata la loro proposta di “taglio lineare”, a metà, delle spettanze fisse dei parlamentari. E quelli del Partito democratico sapevano che su un argomento del genere non potevano permettersi di esprimere un voto contrario. Di qui la soluzione: rinviare il testo in commissione in modo che gli uni possano sostenere che vogliono approfondire la questione e gli altri abbiano tutto il fiato per urlare la loro protesta per un voto negato. Che, se fosse stato concesso, li avrebbe comunque visti soccombere.

Così il 25 ottobre, in ora pomeridiana, il sipario si è alzato ed è subito calato su una delle questioni, quella dei così detti privilegi della “casta”, che più intrigano la sensibilità popolare; e che tra le tante che formano l’agenda politica può vantare un singolare primato: quello di essere stata malamente impostata e, al tempo stesso, mai seriamente affrontata.

Con i giovani degli anni ’80

Per una trattazione meno convulsa, mi rifarò ad un’epoca, gli anni 80 del secolo scorso, in cui la parola “casta” non era ancora in uso. Facevo il mio noviziato parlamentare nel territorio aretino e i ragazzi del liceo di Castiglion Fiorentino mi… convocarono per rispondere alla domanda: “perché i parlamentari guadagnano tanto”?

Mi presentai esibendo la mia “busta paga” (che allora era comparativamente più pingue di quelle di oggi, anche perché l’emolumento era esentasse) e rendicontai analiticamente i modi in cui impiegavo quelle risorse: tanto per l’affitto di una casa ad Arezzo (dove stavo dal venerdì al lunedì), tanto per l’affitto di un ufficio a Roma (allora il Senato offriva soltanto un posto in un tavolo per 8 senatori), tanto per un segretario ad Arezzo e un altro a Roma. E inoltre: i costi di un periodico quindicinale per informare gli elettori e della frequente organizzazione, sul territorio, di iniziative di varia importanza ma tutte onerose. Il saldo a mio vantaggio non risultava smodato.

Vero è che avevo scelto di fare il parlamentare “ad alta intensità”, come ironizzavano i colleghi che mettevano in tasca tutto quel che ricevevano e spesso ottenevano contributi extra dai potentati locali. Ma devo dire che i ragazzi, per quanto non del tutto persuasi, mostrarono di apprezzare il mio atteggiamento accompagnandomi con una sincera attenzione per tutta la durata del mio mandato.

Pienezza dei diritti e vaccino anticorruzione

Naturalmente, nelle mie “lezioni” scolastiche non mi limitavo alla presentazione dei miei… scontrini. Cercavo di risalire alle ragioni per cui in Italia si era passati dal divieto di compensi ai parlamentari (contenuto dello Statuto Albertino, 1848) alla progressiva affermazione del diritto ad una speciale indennità, sancito poi nella Costituzione della repubblica. Raccontai delle traversie di quel deputato ligure che, non avendo di che pagare l’albergo a Roma, passava le notti sul treno dalla capitale a Firenze e ritorno e mi soffermai sulla condizione dei deputati-operai per i quali erano i compagni di lavoro a promuovere apposite sottoscrizioni.

Il concetto era semplice: il compenso per il lavoro parlamentare è stato una conquista democratica. Per due ragioni: innanzitutto per consentire che la rappresentanza popolare – l’elettorato passivo – fosse garantita anche a quanti appartenevano ai ceti meno economicamente dotati; e soprattutto per impedire che un ceto politico male in arnese divenisse preda dei «potenti gruppi organizzati» (citazione di Pio XII) o, più banalmente, degli operatori della corruzione sempre presenti negli ambulacri della politica.

L’ondata anticasta

Guardando retrospettivamente, credo di poter affermare che la questione dei privilegi (prerogative) parlamentari era già matura in quei tempi lontani e che, per affrontarla correttamente, sarebbe stata necessaria un’applicazione assai più assidua e intensa di quella che c’è stata.

Sotto la pressione degli eventi, specie dopo Tangentopoli, e in presenza di evidenti degenerazioni della prassi politica, le forze in campo hanno proceduto a ritoccare alcuni aspetti qualitativi e quantitativi del sistema. L’indennità è stata assoggettata al regime fiscale ordinario e così pure il trattamento per gli ex deputati e senatori, il così detto “vitalizio”, che è stato prima decurtato e poi, a partire dalla passata legislatura, agganciato al volume dei contributi versati.

Ma, nel frattempo, l’ondata anticasta è divenuta inarrestabile e le misure di contenimento si sono rilevate inefficaci, tanto più da quando una forza politica, il Movimento5stelle, ha issato la bandiera dell’onestà e della trasparenza, attaccando frontalmente anche il nucleo quantitativo dell’indennità come espressione di un’ingiustizia da rimuovere. Né finora si sono manifestate energie di contrasto che non fossero quelle del mero mantenimento dell’esistente.

Al punto da dubitare che possa esistere non una qualsiasi via di fuga polemica (calibrare l’indennità sulle presenze in Aula, come auspica Renzi), ma una soluzione che risponda alle ragioni della democrazia e non agli stimoli della demagogia.

Uno slalom fra tre articoli

Per tentare di trovare tale soluzione – è il mio punto di vista – occorre imboccare un sentiero di ricerca che attraversa due territori della Costituzione: quello dell’art. 69 («I membri del parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge») e quello dell’art. 54 («I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina e onore»).

È indispensabile stabilire una connessione tra il diritto all’indennità legato alla funzione parlamentare e la sua fruizione concreta, specificata anche nell’ammontare, come condizionata all’adempimento del dovere di cui all’art. 54. Proprio alla periferia dell’impresa grillina di cui all’inizio si sono ascoltate affermazioni del tipo «Io alla Camera ci vado quando mi pare», che non sembrano denotare né disciplina né onore in chi le ha pronunciate. Ma una valutazione di merito dell’attività del singolo parlamentare, fatte salve tutte le guarentigie della dignità, potrebbe fornire gli elementi per una gradazione dei corrispettivi economici.

La democrazia nei partiti

Penso, infine, che il risultato della ricerca sarebbe più incisivo e anche più armonico se il richiamo ai due articoli citati fosse accompagnato dall’attuazione, finalmente, del dettato dall’art. 49, quello che sancisce il diritto dei cittadini di associarsi liberamente in partiti e, nel contempo, esige che questi seguano il metodo democratico nel compito di concorrere a determinare la politica nazionale.

È il caso di notare che, tirando un filo, ti viene dietro tutta la tela? Il sistema politico ha una sua unitarietà che non sopporta frammentazioni. È il caso di sottolinearlo nel momento in cui, da più parti (e adesso oltre che dai grillini anche dal centrodestra) tende a reintrodurre in Costituzione il «vincolo di mandato» per i parlamentari. È una visione falangista della politica dove gli eletti esistono in quanto obbediscono ad una entità esterna, che sia il partito o un “capo” o una qualche impersonale entità cibernetica, poteri superiori che possono revocarli in caso mancato gradimento.

È una trama complicata. Ma si va fuori strada se si cede alle spinte di chi pretende di risolvere le questioni complesse semplicemente affermando che sono semplici.

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