La politica terremotata

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Questo giugno 2017 sembra destinato ad essere archiviato come un mese di terremoti politici. La Gran Bretagna, conosciuta come il regno della stabilità, conosce le incognite e i rischi di un’elezione (affrettata e strumentale) che non ha prodotto una maggioranza.

La Francia è come travolta dalla valanga Macron che non sembra porre argini ad una vittoria che ha rottamato l’intero quadro politico.

Negli Stati Uniti il presidente Trump sperimenta le pene che quel paese sa infliggere a chi si fa sorprendere a dire bugie al Congresso. E l’Italia?

terremoti politici

Clamorosi contrasti

Come al solito, il nostro si rivela un paese di clamorosi contrasti. In pochi giorni siamo passati dalla cognizione di un massimo di disordine e di sbandamento alla percezione di un livello soddisfacente di normalità e di equilibrio.

Il primo polo del contrasto è stato rappresentato dalla conclamata incapacità delle maggiori forze politiche di dar vita ad una plausibile legge elettorale. L’altro è costituito dai risultati delle elezioni amministrative.

Sul primo versante – com’è noto – sono falliti i tentativi di realizzare, in Parlamento, un accordo di ferro su un impianto definito come “tedesco”, ma in realtà calibrato sulle convenienze dei contraenti: il Pd, il M5S, Forza Italia e la Lega, con l’impegno tacito ma trasparente di andare alle urne in autunno.

Sul fondamento di tali previsioni era lecito dubitare come noi avevamo suggerito introducendo l’ipotesi del voto a primavera. Un dubbio legittimo che si è rivelato ben motivato.

È bastato infatti un voto segreto su un emendamento non concordato (iniziativa di una deputata di Forza Italia e di un grillino) per favorire l’imboscata dei franchi tiratori e, con essa, la presa di coscienza dell’impossibilità di procedere oltre nell’esame della legge.

Se non sull’estensione del metodo proporzionale alle elezioni del Trentino-Alto Adige (era l’oggetto del contendere), lo smottamento sarebbe di certo avvenuto su un altro qualsiasi comma delle nuove norme.

Meglio dunque sospendere e tentare di ripensarci – si è detto – dopo le elezioni amministrative. Ed è il secondo versante.

Il segnale dei comuni

Il segnale della consultazione si colloca però su una lunghezza d’onda assai diversa da quella su cui s’era pensato di innestare le nuove regole per le elezioni nazionali. Le elezioni amministrative – pur con tutte le differenze rispetto alle consultazioni politiche – hanno consegnato all’attenzione comune un panorama che, se non ci fossero altri fattori da considerare, si inscriverebbe nell’ordine della normalità istituzionale.

Nove milioni di cittadini hanno votato in mille comuni, in alcuni hanno eletto i sindaci, in altri hanno individuato i protagonisti dei ballottaggi, così come è previsto e abitualmente si verifica ad ogni scadenza.

Cinquestelle senza sindaci

C’è stato però un fatto nuovo che ha minato gli schemi e sta facendo girare a rovescio gli ingranaggi. È accaduto infatti che una delle quattro “grandi potenze” che avevano concorso a redigere le nuove norme elettorali, i “grillini”, sono stati quasi del tutto esclusi dalla partecipazione al secondo tempo delle competizione, quello dei ballottaggi. Come dire che saranno presenti nei consigli comunali ma non avranno sindaci, tranne alcuni casi in piccoli centri.

La circostanza dovrà essere esplorata soprattutto dai diretti interessati. Per quanto sia arduo in politica ammettere che si è sbagliato, l’evidenza impone di farlo quando si constata che qualcosa non ha funzionato.

Se si comparano i risultati delle penultime elezioni comunali (quelle che portarono il M5S ad espugnare Roma e Torino) con quelle ora celebrate, si deve constatare che una voragine si è aperta nel panorama politico italiano.

Ma Grillo dice che…

La dove ci si era abituati a stimare la presenza dei “Cinquestelle” come una costante ormai stabilizzata, si scopre un vuoto di cui è arduo spiegare l’origine.

Per il leader del Movimento, «i risultati sono l’indice di una crescita lenta ma inesorabile». È come descrivere un uomo in fuga come colui che “rinculando finge di avanzare”.

Sarà un bene per tutti se, in nome della tanto invocata trasparenza, questo movimento, che pure ha mostrato di avere una presa popolare non irrilevante, riuscirà a chiarire a se stesso la natura e le cause, di struttura, di configurazione ideale e di taratura psicologica, i fattori cioè che ne costituiscono il fascino e ne provocano il rigetto. Fino a buttarlo giù dal podio dei ballottaggi comunali.

Voglia di coalizioni

Sostieni SettimanaNews.itMa non c’è un solo settore della politica ad essere interpellato dalla nuova situazione e dagli impulsi istintivi che essa alimenta.

Non era ancora terminato lo spoglio delle schede che già i “social” pullulavano di suggestioni. Non è più tempo di proporzionale (come fino a ieri si era sostenuto); bisogna ripristinare le coalizioni o, quantomeno, riabilitare i premi di maggioranza.

In fondo, nei comuni sono state le coalizioni, di centrodestra, di centrosinistra o civiche, a buttare giù dal podio i candidati di Grillo.

Come d’incanto, sembrano scomparsi i motivi di attrito che nel centrodestra hanno contrapposto la Lega di Salvini alla residua falange di Berlusconi. Il quale, dopo aver perseguito l’intesa sulla legge elettorale (e sul governo?) con Renzi, sostiene ora di voler marciare insieme con i leghisti.

Uno squillo a sinistra…

L’ipotesi, dichiarata o meno, è che si stiano riproponendo le condizioni per un confronto bipolare. Così, allo squillo di tromba che chiama la destra (e il centrodestra) ad una nuova adunata, a sinistra risponde uno squillo che, al di là di ogni vocazione maggioritaria o di autosufficienza del Pd, rivaluta la funzione di un centrosinistra tanto “largo” (è l’aggettivo in voga) quanto indeterminato.

Sarebbe una rettifica importante e anche un interessante, comunque lo si voglia chiamare, ritorno all’Ulivo prodiano o altrimenti. E sarebbe utile soprattutto al Pd, il quale anche in queste elezioni ha potuto prendere cognizione delle sue potenzialità ma anche dei suoi limiti.

La tenuta complessiva delle liste a partecipazione democratica e anche qualche loro successo si collega ad una circostanza che non può essere ignorata: l’apporto locale delle componenti che, ultimamente, a livello nazionale si sono scisse in polemica soprattutto con la linea del Segretario.

Qualcosa di serio e di utile

Il tramite di un recupero di rapporto, quale che ne sia la natura, è costituito dalla iniziativa di Giuliano Pisapia, al quale gli scissionisti si collegano e al quale lo stesso Renzi guarda con interessata attenzione.

Ma qui l’analisi delle novità ripiomba nel già visto delle diffidenze e rimette in campo il cumulo degli errori (di tutti) che sempre determina le rotture che danneggiano sia chi esce sia chi rimane.

Ci sarebbe, a volerlo, il modo e anche il tempo per cercare di ragionare sul futuro. Che è fatto di censimento delle forze ma anche di scelte programmatiche sulle questioni cruciali di questo tempo. Se non torna la smania di andare subito al voto, qualcosa di serio e di utile si può ancora fare.

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