La Polonia fuori dall’Unione Europea?

di: Tadeusz Pieronek

I polacchi sono contenti che il 1° maggio 2004 la Repubblica polacca abbia aderito all’Unione Europea. Nel referendum nazionale svoltosi nel 2003 il 77,45% dei votanti si era espresso a favore dell’integrazione europea, e un sondaggio effettuato nel gennaio del 2018 dimostra che l’84% degli intervistati si esprime a favore dell’adesione della Polonia all’Unione.

Dichiarazioni e fatti  

È una chiara prova che i cittadini polacchi non pensano a un’eventuale uscita del Paese dall’Unione. Tuttavia, nonostante questo, le voci, ma soprattutto le azioni del governo polacco sembrano mirare ad un abbandono dell’Unione Europea, pur dichiarando pubblicamente di non avere tale intenzione. Tale comportamento del governo polacco si potrebbe spiegare dicendo che in realtà esso non intende far uscire la Polonia dall’Unione, ma semplicemente non consente che la Polonia sia membro della Comunità come lo è oggi. Oppure dire che il governo polacco si aspetta che l’Unione Europea gli permetta di governare la Polonia di testa propria ma nello stesso tempo gli lasci pieno accesso ai finanziamenti europei.

Le sole dichiarazioni del governo polacco di non voler abbandonare l’Unione non bastano se ad esse non seguono i fatti. Le ”riforme” della magistratura, che durano ormai da due anni, violano le norme costituzionali in quanto rifiutano il principio della separazione dei poteri senza la quale non esiste uno Stato democratico. Esse negano pure l’indipendenza e l’autonomia della magistratura sottomettendola al potere esecutivo.

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Mateusz Morawiecki, primo ministro

Riforme azzardate

Uno dei metodi per raggiungere gli obiettivi del governo è l’abbassamento dell’età pensionabile fino a 65 anni nel caso dei magistrati attivi per cui circa il 40% dei giudici, che secondo la Costituzione sono inamovibili, dovrebbero lasciare i loro posti perdendo diritti acquisiti. Perfino la presidente della Corte suprema dovrebbe andare in pensione, benché la Costituzione le garantisca expressis verbis di rimanere in carica per l’espletamento del mandato per 6 anni, cioè fino all’anno 2020.

La ”riforma” della Corte costituzionale si spinge perfino oltre, creando ben tre nuove camere: di diritto pubblico, di diritto privato e la Camera disciplinare. Quest’ultima deve occuparsi delle questioni disciplinari di un’ampia cerchia di persone, a partire dai giudici della Corte costituzionale, attraverso i magistrati e i pubblici ministeri, fino agli avvocati, consulenti legali, notai ed ufficiali giudiziari. Indubbiamente tale Camera viene in fondo creata per sorvegliare ed applicare misure disciplinari a tutti i giudici, secondo le intenzioni delle autorità.

L’unico risultato del ”risanamento” del potere giudiziario è, per il momento, la sostituzione di magistrati e funzionari della magistratura con coloro che sono favorevoli al partito che governa. Invece il numero delle cause presso i tribunali continua a crescere e i tempi delle procedure si allungano.

Tutto ciò conferma espressamente che la Polonia, con tale sistema giudiziario, ha perso il suo carattere di Stato democratico. Inoltre, l’intero potere legislativo è di fatto nelle mani di un unico deputato, presidente del partito ”Prawo i Sprawiedliwość” (Diritto e Giustizia). Il Parlamento bicamerale (Camera dei deputati e Camera dei senatori) approvano, a sua richiesta, le leggi, senza consultazioni, a grande velocità, dopo di che tali leggi, fatte coi piedi, vengono più volte emendate. Inoltre, chi le propone, è pienamente consapevole che possono violare i principi costituzionali.  In pratica, abbiamo già a che fare con il regime dittatoriale.

Ai confini della legalità

La società polacca è indignata dal fatto che il presidente della Repubblica, i primi ministri, i legislatori, violino i principi costituzionali. Per giunta loro non riconoscono affatto le proprie colpe, appellandosi alle opinioni pubblicistiche di ”esperti costituzionalisti” che sono in netto contrasto con i criteri di interpretazione delle leggi vigenti nel mondo moderno. E non si tratta, purtroppo, di fatti incidentali, bensì di chiara disobbedienza alla Costituzione e la volontà di approvare leggi che mirino a stabilire un nuovo regime anticostituzionale. Va a questo punto ricordato che la coalizione governativa non ha raggiunto nelle elezioni una maggioranza tale da poter cambiare la Costituzione.

La condizione della legislazione e della diplomazia polacca è disastrosa come dimostra, da una parte, la legge malfatta sull’Istituto della memoria nazionale (IPN), approvata alla svelta dalla Camera dei deputati e da quella dei senatori, e dall’altra le mosse della diplomazia che hanno seminato la discordia tra la Polonia e numerosi Paesi.

La legge sull’IPN, giuridicamente difettosa, ha suscitato proteste in tutto il mondo, soprattutto in Israele e negli Stati Uniti. Essa prevedeva l’applicazione di sanzioni nei confronti delle persone di tutto il mondo (sic!) e avessero chiamato i campi di sterminio/concentramento organizzati dai tedeschi nel territorio polacco ”campi di sterminio polacchi”. Inoltre la legge dava l’impressione che si volesse stabilire la verità storica per legge.

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Il presidente polacco Andrzej Duda ha proposto di modificare la Costituzione

Referendum sulla Costituzione

Il presidente della Repubblica ha preso l’iniziativa e si è fatto avanti con la proposta di organizzare, in data 11 novembre 2018, nel centenario del ripristino dell’indipendenza della Polonia, un referendum nazionale riguardante la necessità e la forma della futura Costituzione polacca. Però certi giochi in seno al partito che governa hanno fatto sì che la proposta sia stata respinta dal Senato. L’opposizione sottolinea che il presidente, principale custode della Costituzione, non può avanzare tali proposte in quanto egli stesso ha violato più di una volta la Costituzione attualmente in vigore.

Le proteste di massa di migliaia di persone si sono svolte per decine di giorni davanti alla sede del Parlamento, a quella del presidente, ma anche davanti alle numerose sedi di tribunale in molte città, grandi e piccole, di tutto il Paese. La gente vi portava candele accese, striscioni di protesta contro le azioni delle autorità e altri inneggianti all’importanza della Costituzione, tutti gridavano: ”Costituzione! Costituzione!  Ultimamente gli oppositori vestono i monumenti, tra cui quelli dell’ex presidente Lech Kaczyński, con magliette con la scritta ”Costituzione”.

Polizia assillante

La sede del Parlamento è diventata luogo protetto, interamente circondato da barriere, con il divieto di avvicinarsi all’entrata, con pochi permessi di accesso, e comportamento oppressivo da parte di centinaia di poliziotti che chiedono i documenti a tutti i manifestanti, pur agendo questi ultimi in piena conformità alla legge. La stessa attività del Parlamento è stata limitata, il numero delle sedute diminuito, e quelle che si fanno sono organizzate caoticamente e in fretta, spesso di notte, in un’atmosfera propria di un circo e non della più importante istituzione legislativa.

Il metodo adottato dalla polizia – controllare chi è la persona e che cosa fa – è un modo per intimidire le persone e per spaventare tutti coloro che, pur esercitando solo i loro diritti stabiliti dalla Costituzione, devono subire le conseguenze dei controlli polizieschi, delle accuse infondate della procura, per essere alla fine rilasciati di fronte all’insussistenza di ogni ipotesi di reato. Si tratta prima di tutto di creare un’atmosfera di paura nei confronti della polizia che sorveglia l’ordine mentre il diritto a manifestare è stato in Polonia da tempo limitato.

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Manifestazioni pro UE in Polonia

Le richieste della società  

Il governo polacco ha seri problemi a soddisfare le richieste di numerosi settori della vita sociale. Protestano, chiedendo aumento degli stipendi, i giovani medici, le infermiere, i poliziotti, e perfino le persone disabili che, con le loro famiglie, hanno occupato per quaranta giorni un corridoio del palazzo del Parlamento, in quanto lo Stato non dà loro un sostegno sufficiente a vivere in modo degno. La protesta dei disabili ha rivelato il vero volto del governo che regala ai propri ministri numerosi e consistenti premi in denaro pubblico mentre nega aiuto ai bisognosi, assegnando loro solo misere sovvenzioni per acquistare materiali igienico-sanitari.

Un serio problema politico è il modo con cui il governo tratta l’opposizione parlamentare: come un nemico che va eliminato. Così agisce ogni regime dittatoriale che non prende in considerazione la voce di coloro che hanno uno sguardo sulla politica diverso da quello del governo. È una chiara violazione dei principi democratici secondo i quali ogni cittadino ha il diritto di esprimere la propria opinione e realizzare la propria visione dello Stato e per i quali l’opposizione svolge il ruolo di controllo nei confronti del governo.

Il piano di riforme

Il governo ha un piano di riforme che mirano a modificare il sistema politico del Paese. E le sta sistematicamente implementando, senza preoccuparsi delle opinioni degli esperti polacchi e stranieri come quelli della Commissione veneta – alla quale lo stesso governo si era all’epoca rivolto – e soprattutto della Commissione europea, guardiano dei Trattati, i quali tutti hanno indicato espressamente seri difetti contenuti nelle leggi approvate da entrambe le Camere del Parlamento polacco.

L’oggetto principale della controversia sono le leggi che „riformano” l’intero sistema giudiziario. Se si è riusciti a politicizzare la Corte costituzionale e poi il Consiglio nazionale della magistratura e poi i tribunali di tutti i gradi, l’ultimo passo doveva essere quello di soggiogare la Corte suprema, tra le cui competenze è quella di sentenziare in tema di validità delle elezioni parlamentari.

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Procedura di infrazione

Il dialogo con la Commissione è iniziato nel gennaio del 2016, ma fino ad oggi le autorità polacche non hanno dato ai rappresentanti dell’Unione spiegazioni sufficienti a destare speranza che il governo polacco fosse disposto a fare marcia indietro di fronte alle accuse. Per questo motivo – elencando solo le tappe più importanti della procedura – in data 20 gennaio 2017 l’Unione ha avviato nei confronti della Polonia la procedura che indica il rischio di grave violazione dello stato di diritto nel nostro Paese. Il 27 giugno 2018, il collegio dei commissari ha autorizzato il vicepresidente della Commissione, Frans Timmermans, ad avviare il procedimento d’infrazione previsto contro i Paesi che violano la legislazione  unitaria, ai sensi dell’art. 7, comma 2 dei Trattati europei.

La Commissione Europea procede in maniera sistematica: ha già inviato alle autorità polacche alcune raccomandazioni contenenti conclusioni riguardanti le ”riforme” della legislazione polacca. Purtroppo, la parte polacca non le ha prese affatto in considerazione. Sembra che le autorità polacche facciano orecchie da mercante e vogliano continuare ad ogni costo il folle cammino intrapreso, senza preoccuparsi delle sanzioni che possono privare la Polonia del diritto di voto e di qualsiasi importanza all’interno dell’Unione Europea.

La presunta riforma della magistratura non è ancora terminata. La Corte suprema, che continua a svolgere le sue funzioni, si rivolge alla Corte di giustizia dell’Unione Europea di Lussemburgo sollevando un rinvio pregiudiziale e chiedendo se il diritto polacco nel caso specifico sia compatibile con il diritto unitario. La Corte di giustizia  può sospendere la procedura fino all’emissione della sentenza. Tale ”sentiero di Lussemburgo”  ha già dato un certo risultato che si può chiamare ”effetto della spada di Damocle” che pende e che un giorno farà riconquistare la giustizia.

La posizione della Chiesa cattolica

La gente vuole sapere qual è la posizione della Chiesa cattolica in questa difficile situazione di continua violazione della Costituzione, limitazione delle libertà, soprusi da parte della polizia nei confronti di coloro che protestano e hanno idee diverse. La gente si chiede perché i vescovi tacciono.

Difficile rispondere a queste domande. Ci si può difendere dicendo che la Chiesa non deve immischiarsi nella politica in quanto è stata sempre criticata per averlo fatto. Ora viene criticata per il silenzio dei vescovi. Forse in questa situazione ci si dovrebbe rivolgere ai fedeli laici affinché difendano i principi fondamentali dello stato di diritto.

Solo che ora non si tratta di combattere per il potere, si tratta invece di conoscere la posizione della Chiesa di fronte alla continua inosservanza della Costituzione, di fronte alle menzogne e alla divisione dei polacchi in buoni e cattivi, polacchi veri e traditori, cattolici veri e sostenitori dell’ideologia di sinistra. Questioni che richiedono una chiara presa di posizione da parte della Chiesa cattolica i cui pastori hanno il dovere di pronunciarsi su tutto ciò che accade.

Alla domanda su quali siano le situazioni nelle quali la Chiesa non può tacere il vescovo di Gliwice, mons. Jan Kopiec, risponde: «Nelle situazioni in cui è stato intaccato non solo l’ordine costituzionale, ma anche quello morale che garantisce lo sviluppo armonioso di ogni comunità. Anche quando vediamo gli abusi del potere, quando l’autorità fa un uso smodato dei mezzi di cui dispone».

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Wojciech Polak, primate di Polonia

Alcuni vescovi, specialmente il primate della Polonia mons. Wojciech Polak, si esprimono in pubblico invocando il rispetto della Costituzione, l’accoglienza dei profughi («bisogna riconoscere in loro il volto di Cristo»; «coloro che istigano alla paura degli immigrati seminano violenza»),  mettono in guardia dal nazionalismo e dall’atteggiamento benevolo del partito che governa nei confronti della Chiesa in quanto è «una relazione che non serve».  Sono contrari alla divisione dei polacchi in buoni e cattivi.

Alla voce del primate fa eco il vescovo della diocesi di Gliwice: «Non si può dire che la Chiesa intera si schieri dalla parte di un partito. Ma lo fanno alcuni suoi rappresentanti che vogliono dare l’impressione di parlare in nome della Chiesa. Non dovrebbe essere così». «È una grave negligenza da parte nostra (dei vescovi) la troppa indulgenza verso il processo di occupazione dello Stato da parte di una sola opzione politica. La riforma dello Stato, sempre necessaria e utile, non lo richiede. È un peccato quello che stiamo commettendo. Capita che singoli sacerdoti o vescovi sostengano un  determinato partito. Non dovrebbe essere così». «Dovrebbe sempre essere garantita l’indipendenza della magistratura dal potere politico».

Da alcune settimane sono apparsi in almeno tre riviste cattoliche articoli che criticano le nuove norme sulla magistratura nonché il disegno di legge sulle nuove regole riguardanti le elezioni dei candidati al Parlamento europeo. Una rondine che fa primavera? Speriamo!

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