Nei paraggi del “caso Guidi”

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Il corto respiro della memoria comune determina la pubblica sorpresa ogni volta che esplode un “caso” nella cronaca politica. Così viene percepita come inedita una realtà che, invece, si ripete in varie forme nel tempo e nello spazio. Aver presente tutto questo – ad esempio davanti allo scandalo Guidi-Gemelli – non deve però condurre all’indifferenza o alla rassegnazione del “tanto non si può evitare”. Semmai deve spingere a interrogarsi sul da farsi per liberare la politica e il costume civile da fardelli così ingombranti.

Non è del resto la prima volta che un qualsiasi faccendiere usa tutte le “entrature” possibili per svolgere una funzione di intercessione tra i poteri. La particolarità del caso sta nella circostanza che vede una donna, ministro della Repubblica, assecondare i desiderata del compagno in modo che questi possa accreditarsi presso i soggetti di cui s’è fatto referente per lucrarne vantaggio in proprio. Si chiama – ed è un reato di nuovo conio – “traffico di influenze”: una delle fattispecie escogitate per colpire una delle manifestazioni più ovvie e frequenti di quel fenomeno complesso che si definisce come corruzione.

Il luogo del malaffare

Semmai la particolarità del caso mette in luce un aspetto sul quale poco si riflette quando si affronta l’argomento. Si ritiene infatti che il luogo in cui il malaffare si realizza è il parlamento; e questo è vero se si tiene presente che nei concitati confronti sulle “leggi finanziarie” del passato” – oggi “leggi di stabilità” –, specie quando si ricorre all’espediente procedurale che associa voto di fiducia e tecnica del “maxiemendamento”, è agevole infilare la “parolina” o il “comma” che servono in un testo sul quale non si può discutere.

In queste evenienze, però, il singolo parlamentare – e anche il gruppo di appartenenza –, contano solo perché esercitano il voto; chi decide è sempre e comunque il governo e per esso i ministri con le mani in pasta.

Ne consegue che le misure che si vogliono adottare per regolare la funzione delle lobbies in parlamento hanno, oggettivamente, una portata limitata, perché riguardano i punti terminali del processo legislativo. L’esperienza è diversa. Il singolo parlamentare che viene avvicinato da un “agente” che gli illustra una determinata soluzione per un problema all’ordine del giorno, sa bene che la volontà politica (e la disponibilità economica) dipendono dal governo. Per cui delle due l’una: o s’impegna a “raccomandare” l’istanza al ministro competente o liquida il lobbista suggerendogli di inoltrare la richiesta direttamente allo stesso indirizzo. E l’esperienza certifica inoltre che, in genere, le grandi corporazioni e i potentati economici “trattano” direttamente con i livelli più alti, quelli che chiamano “i decisori”.

Tutto questo non rende inutile la disciplina delle lobbies, a partire dall’identificazione dei lobbisti. È bene che il parlamentare sappia che la persona con cui sta parlando rappresenta un determinato interesse che egli, come rappresentante del popolo, è chiamato a contemperare con altri interessi in vista di una sintesi politica che non coincide mai con le posizioni di una parte. Ma spostare l’attenzione dal livello parlamentare a quello governativo – al netto delle reazioni di propaganda, comprese la mozioni di sfiducia – non garantisce l’uscita dal labirinto. Il filo d’Arianna che serve non è, infatti, quello degli aggiustamenti normativi e regolamentari che pure sono necessari ed utili.

Un allarme motivato

Quel che è accaduto ancora una volta – e i cultori della materia sanno dove rintracciare i tanti precedenti – mostra che le lezioni del passato non sono state assimilate perché il malanno si riproduce in forme sempre più estese ed invasive. Con il conseguente dilagare della sfiducia verso tutto ciò che sa di politica e l’altrettanto pernicioso distacco dalle occasioni di ricerca e di verifica.

Non migliorano il quadro, come è ovvio, le espressioni del populismo aggressivo che si esercita nello sparare sul mucchio, rinunciando ad ogni analisi problematica pur di affermare se stesso. Ma non giovano neppure gli atteggiamenti gladiatori di un governo che sembra voler propugnare un referendum per ogni questione, richiedendo sempre un voto di fiducia: o al parlamento o al popolo. In tal modo, gli spazi per il discernimento politico, per l’apprezzamento delle differenze e persino per la scelta del male minore, si azzerano. E l’esigenza di presidiare la fortezza assediata porta ad operazioni di arruolamento eterogeneo nelle quali non è il meglio ad emergere.

È dunque giustificato l’allarme di quanti abbiano a cuore il destino della democrazia come luogo della partecipazione e della solidarietà. Ed è qui che giova evocare un doppio concetto del magistero di Pio XII.

Primo: «… né nuove leggi né nuove istituzioni sono bastevoli per dare al singolo la sicurezza di essere al riparo da ogni costrizione abusiva e di potersi liberamente evolvere nella società».

Secondo: «Tutto sarà vano, se l’uomo comune vive nel timore di subire l’arbitrio e non perviene ad affrancarsi dai sentimento che egli sia soggetto al buono o cattivo volere di coloro che applicano le leggi o che come pubblici ufficiali dirigono le istituzioni e le organizzazioni; se si accorge che nella vita quotidiana tutto dipende da relazioni, che egli forse non ha, a differenza di altri; se sospetta che, dietro la facciata di quel che si chiama Stato, si cela il gioco di potenti gruppi organizzati» (1° maggio 1955).

La domanda è: chi può oggi assumere il carico di riproporre un simile insegnamento civico a tutti i cittadini e ai credenti in particolare?

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