ONU, vescovi e fedi sul clima

di: Maria Teresa Pontara Pederiva
Leader mondiali al COP 22

Leader mondiali al COP22 di Marrakech

I primi a reagire sono stati i vescovi austriaci attraverso l’organismo di coordinamento della Conferenza episcopale (Koo) e si può dire che non hanno atteso molto a farsi sentire.

Già venerdì, alla conclusione della Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, che si è tenuta a Marrakech dal 7 al 18 novembre scorsi (COP22), è arrivata la loro richiesta ai decisori politici di «intensificare in maniera considerevole ogni sforzo per l’applicazione effettiva delle misure concordate lo scorso anno a COP21».

Del resto, è esattamente quanto aveva auspicato papa Francesco nel suo Messaggio alla Conferenza dove scriveva che appare necessario un «continuo supporto e incoraggiamento politico» per l’applicazione dell’accordo sul clima raggiunto a Parigi, nell’interesse dei più poveri e delle generazioni future, e per questo occorrerà «agire senza indugio, in maniera quanto più libera possibile da pressioni politiche ed economiche, superando gli interessi e i comportamenti particolaristici».

Marrakech, una tappa centrale

Un tema, quello della custodia del creato, che Bergoglio ha sostenuto fin dai suoi primi interventi e la sua sollecitudine era sfociata nella pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ in vista – come ha dichiarato lui stesso – della Conferenza ONU del dicembre 2015 a Parigi.

L’azione individuale e/o nazionale non è sufficiente, ma è necessario attuare una risposta collettiva responsabile intesa realmente a «collaborare per costruire la nostra casa comune», scrive il Papa citando proprio la Laudato si’, l’enciclica sulla cura della casa comune. «D’altro canto, la rapida entrata in vigore dell’Accordo rafforza la convinzione che possiamo e dobbiamo veicolare la nostra intelligenza per indirizzare la tecnologia, nonché coltivare e anche limitare il nostro potere, e metterli “al servizio di un altro tipo di progresso, più sano, più umano, più sociale e più integrale”, capace di porre l’economia al servizio della persona umana, di costruire la pace e la giustizia, di salvaguardare l’ambiente».

«La COP22 rappresenta una tappa centrale di questo percorso – continuava Francesco –. Esso incide su tutta l’umanità, in particolare sui più poveri e sulle generazioni future, che rappresentano la componente più vulnerabile dal preoccupante impatto dei cambiamenti climatici e ci richiama alla grave responsabilità etica e morale di agire senza indugio, in maniera quanto più libera possibile da pressioni politiche ed economiche, superando gli interessi e i comportamenti particolaristici».

Muoversi presto

E i vescovi dell’Austria, ma sarebbe meglio dire, l’intera Chiesa d’oltre-Brennero non ha mai mancato occasione per promuovere la salvaguardia del creato e stili di vita più rispettosi dell’ambiente, in particolare dell’integrità dell’atmosfera all’interno di un paese perlopiù di montagna dove l’attenzione al territorio è frutto di una lunga tradizione come quella della solidarietà con chi è nel bisogno.

Ciononostante, il CEO del Coordinamento, Heinz Hödl, ritiene che l’Austria, a differenza della Germania, non abbia ancora raggiunto lo standard migliore nella riduzione dei gas serra e nel sostegno dei paesi in via di sviluppo. Citando uno studio di Germanwatch, sottolinea come l’Austria si collochi solo al 41° posto nella classifica dei paesi attivi contro il cambiamento climatico (solo 2 posti avanti agli Stati Uniti). Ai primi posti al mondo per la produzione di energia idroelettrica, l’Austria non è stata in grado di ridurre le emissioni di CO2 al di sotto del livello del 1990. La richiesta del Coordinamento è quella di raddoppiare il contributo austriaco ai finanziamenti per il clima entro il 2020, per una cifra di 150 milioni di euro all’anno.

Secondo l’Emission Gap Report 2016, presentato dall’UNEP (United Nations Environment Programme), se le emissioni globali cominceranno a diminuire solo nel 2020, ci sarebbe solo una probabilità del 50 per cento di raggiungere l’obiettivo di un innalzamento della temperatura globale dell’atmosfera entro 1,5 gradi. «Questo dimostra ancora una volta che la comunità internazionale deve iniziare al più presto la trasformazione in un futuro sostenibile libero dai gas serra. Il nostro clima si riscalda ad una velocità allarmante e senza precedenti e dobbiamo rispondere al dovere imperativo» conclude il comunicato di Hödl a nome dei vescovi.

Il patriarca Bartolomeo e gli altri leader religiosi

Se i pastori d’Austria sono intervenuti a Conferenza conclusa, altri leader religiosi avevano fatto sentire la propria voce alla vigilia, come il Patriarca ecumenico Bartolomeo I di Costantinopoli, o nel corso delle giornate di lavoro. Bartolomeo aveva sottolineato nel suo Messaggio come il ricordo della mancata ratifica da parte di troppi paesi degli accordi di Rio de Janeiro del 1992 sia ancora bruciante.

«Da quel momento, una serie di protocolli e accordi hanno portato a numerosi negoziati e a decisioni di ben 22 sessioni internazionali di convenzioni delle Nazioni Unite. In un certo senso, allora, abbiamo percorso una lunga strada. Eppure, in molti modi, abbiamo fatto pochi progressi. Per ventidue anni, poi, principali autorità e politici di tutto il mondo si sono fondamentalmente ritenute d’accordo sui problemi del cambiamento climatico globale e hanno tenuto infinite consultazioni e conversazioni ad alto livello su qualcosa che richiede misure concrete e azioni concrete. Ventidue anni, tuttavia, è un periodo di tempo troppo lungo per rispondere alla crisi ambientale, soprattutto quando siamo consapevoli delle sue connessioni intime e globalmente inseparabili con la povertà, la migrazione e i disordini. Ventidue anni, inoltre, è un periodo ingiustificatamente interminabile per affrontare la diffusione dei combustibili fossili, quando gli scienziati ci informano che abbiamo meno di due decenni non solo per ridurli, ma in realtà per sostituirli con le energie rinnovabili». «Ma dopo 22 anni è giunto il momento di riconoscere i nostri peccati ecologici», concludeva il patriarca verde.

Oltre 230 leader religiosi poi, provenienti da 44 paesi, hanno sottoscritto una Dichiarazione con la quale invitavano le nazioni a gestire con giustizia la transizione verso un’economia a basso contenuto di carbonio ed esortavano i governi a spostare migliaia di miliardi di investimenti nei combustibili fossili in energia da fonti rinnovabili, in linea con l’accordo di Parigi e con gli obiettivi di sviluppo sostenibile.

La dichiarazione è coerente con il forte richiamo, espresso a più riprese dal Segretario Generale delle Nazioni Unite per riorientare gli investimenti verso l’energia pulita. «I mercati hanno ora il chiaro segnale di cui hanno bisogno per esprimere tutta la forza dell’ingegno umano e aumentare gli investimenti in grado di generare una crescita a basse emissioni di gas serra».

Ban Ki-Moon: il ruolo delle fedi è enorme

Tra i firmatari della dichiarazione figurano sua santità il Dalai Lama, mons. Marcelo Sánchez Sorondo, Cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze, il Rev Olav Fykse Tveit Dr, Segretario Generale del Consiglio Mondiale delle Chiese, Sayyid M. Syeed, Islamic Society del Nord America, l’arcivescovo Desmond Tutu e altri leader religiosi da tutto il mondo inclusi buddisti, musulmani, indù, Jain, Sikh. Accanto alle Chiese cattolica e luterana si collocano quelle ortodossa, anglicana, episcopale, battista, pentecostale, Quaker, e altre.

Al vertice sui cambiamenti climatici, Ban Ki-Moon ha detto che l’impatto potenziale del settore della fede è enorme, descrivendolo come «la terza più grande categoria di investitori, che può investire eticamente in prodotti sostenibili e suggerire un esempio di stili di vita a miliardi di persone nel mondo, le cui azioni possono incoraggiare i leader politici ad agire con più coraggio nel proteggere le persone e il pianeta. «Le comunità di fede gestiscono in proprio l’8 per cento delle terre abitabili del mondo e il 5 per cento delle foreste commerciali. Il settore religioso contribuisce anche a più della metà delle scuole e delle attività educative mondiali e, secondo il Pew Research Center, offre una guida morale e spirituale a circa l’84 per cento degli abitanti del pianeta.

Harper Fletcher, direttore esecutivo di GreenFaith, dichiarava: «Siamo onorati che il segretario generale delle Nazioni Unite abbia ricevuto la comunicazione a COP22. Si tratta di un traguardo importante per far progredire l’impegno da parte dei leader religiosi per l’accordo di Parigi e per gli obiettivi di sviluppo sostenibile. È importante sottolineare che le comunità religiose a livello mondiale sono unite dalla preoccupazione di rispondere alla crisi climatica, la cura per i più vulnerabili e siamo impegnati a portare energie rinnovabili per 1,1 miliardi di persone nel mondo che non hanno accesso all’elettricità entro il 2030».

Significativo che, a sostegno della Dichiarazione, fosse giunto già a Marrakech l’annuncio della Islamic Society of North America (ISNA), che si è detta impegnata a cedere le azioni in combustibili fossili e ha incoraggiato le organizzazioni affiliate a fare altrettanto.

Impegno irrinunciabile, ma non a costo zero

Anche nelle settimane precedenti l’evento di Marrakech si sono registrati altri segnali che inducono alla speranza nella direzione di una consapevolezza crescente da parte dei cristiani. Gruppi, associazioni e movimenti hanno scritto o hanno inviato rappresentanti in Marocco per esprimere il loro sostegno ai decisori politici e per sollecitare maggiore coraggio nelle scelte locali e internazionali.

E non si può dimenticare, per restare al contesto ecclesiale, le dichiarazioni del nuovo generale eletto dalla 36ª Congregazione Generale della Compagnia di Gesù riunita a Roma: padre Arturo Sosa, designato lo scorso 14 ottobre come il 31 superiore generale dei gesuiti, ha chiesto una «riconciliazione nel mondo», che significa «che dobbiamo lottare per la riconciliazione tra gli esseri umani, la riconciliazione con Dio e con il mondo creato».

José Ignacio García, gesuita, coordinatore della Conferenza dei Provinciali europei e delegato alla GC36 ha condiviso alcune riflessioni sulla Laudato si’: «Non possiamo combattere la povertà, non possiamo guardare a un mondo diverso, senza essere a conoscenza dei collegamenti ambientali di tutte queste situazioni. Ci sono confini fisici di questo pianeta, stiamo spingendo questi limiti, e abbiamo bisogno di cambiare questo paradigma. Capisco che per molte persone questo è difficile da accettare, perché siamo consapevoli di godere una vita migliore rispetto al passato. Ma ciò che sta accadendo è che contemporaneamente stiamo mettendo a rischio il futuro del pianeta e sicuramente il futuro delle prossime generazioni. Questo non è qualcosa che sarà risolto solo con il “compro questo prodotto” oppure “smetto di acquistarlo”. La vera trasformazione passerà attraverso i cuori e le menti di tutti noi, e per questo, le nostre convinzioni religiose possono fare la differenza. Noi dobbiamo essere in grado di fornire una testimonianza di solidarietà, di impegno, di misericordia. Dobbiamo essere in grado di essere vicino a coloro che soffrono di più ed essere pronti a mobilitare i nostri sforzi per contribuire ad alleviare il loro dolore e la sofferenza. Dobbiamo radicare bene le nostre azioni, i nostri cambiamenti, non in modo saltuario, ma come nostre convinzioni profonde. Pensare che tutto questo sarà a costo zero, è impossibile. Dobbiamo supporre di preventivare un qualche costo per noi singoli e anche per le imprese, tutto il mondo delle imprese. Abbiamo però bisogno di superare la mentalità a breve termine: Solo se saremo in grado di pensare a medio e lungo termine, potremo realizzare il cambiamento che molti di noi auspicano».

E il gesuita papa Francesco concludeva il Messaggio a Marrakech ricordando che «la coscienza della nostra responsabilità deve spronare ognuno di noi a promuovere seriamente una “cultura della cura che impregni tutta la società” (LS 231)».

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