Repubblica Centrafricana senza pace

di: Samuel Mgbecheta e Franz Jussen (a cura)

Quanto sia drammatica la situazione di questo paese lo descrive in questa intervista il provinciale degli spiritani d’Europa, p. Emeka Nzeadibe, dopo un viaggio compiuto nei mesi di luglio e agosto in una delle zone tuttora sotto il controllo dei gruppi ribelli armati. La Repubblica Centrafricana è uno dei paesi più poveri del mondo. Per lungo tempo qui i cristiani e i musulmani sono vissuti insieme pacificamente. Ma da quando nel 2013 i ribelli musulmani Seleka hanno preso il potere il paese è precipitato nel caos. Alle armi, le milizie cristiane anti-Balaka rispondono con le armi. In tutto questo tempo sono morte migliaia di persone e centinaia di migliaia sono stati costrette a fuggire. Come si ricorderà, papa Francesco aprì l’anno giubilare, proprio in questo paese, nella capitale Bangui, il 29 novembre 2015. Aprendo la Porta Santa della cattedrale aveva esclamato: «Deponete le armi, armatevi di giustizia». Ma nel paese la pace ancora non c’è.

– Padre Emeka, lei ha visitato i suoi confratelli spiritani in Africa centrale. Che cosa ha visto? Qual è la situazione nel paese?

Ho trascorso la maggior parte del tempo a Mobaye, capitale della prefettura di Basse-Kotto. A Mobaye lavora il nostro confratello tedesco Olaf Derenthal. Vive in comunità con un giovane diacono spiritano.

Mobaye si trova sulla riva destra del fiume Ubangi; di fronte c’è Mobayi-Mbongo, che appartiene alla Repubblica Democratica del Congo. È impressionante vedere come entrambi i confratelli assistono persone che hanno perduto tutto. Non c’è quasi una famiglia che non abbia perso dei membri, le case o tutti gli averi.

La gente ha dovuto temporaneamente fuggire in Congo. Anche i confratelli della comunità spiritana di Mobaye, in seguito alle minacce molto gravi contro la Chiesa cattolica, sono stati costretti anch’essi temporaneamente a fuggire.

Dall’inizio di dicembre 2017, nella prefettura di Basse-Kotto, c’è stato un cambiamento politico-militare. I due gruppi armati contrapposti, i Seleka e gli l’anti-Balaka, hanno dichiarato la “fine delle ostilità” a Mobaye. Il cessate il fuoco regge a Mobaye e dintorni.

Questo sviluppo ha consentito agli spiritani di tornare a Mobaye a gennaio. Tuttavia, la situazione rimane fragile, perché il più piccolo incidente tra i due gruppi ribelli può far precipitare di nuovo il paese nel conflitto. Attualmente, dal 30 al 40% della popolazione vive ancora in Congo. Coloro che tornano trovano le loro case completamente saccheggiate e distrutte. E ciò che i ribelli non hanno preso è stato alla fine distrutto dalle termiti.

– È un quadro drammatico. Può dirci altre cose sulla situazione? Cos’è davvero successo?

Il quadro è veramente drammatico. Nella prefettura di Basse-Kotto, e specialmente a Mobaye, il contesto politico-militare è molto complesso. I ribelli Seleka combattono qui dall’inizio del 2013.

Mobaye è diventata teatro di scontri mortali. Molte persone hanno perso la vita, le case sono state bruciate, gli abitanti hanno dovuto fuggire nel vicino Congo attraversando in massa il fiume. I ribelli infuriavano e il terrore regnava in questa città caduta nelle loro mani.

Dopo quattro anni di angherie quotidiane che la popolazione ha dovuto sopportare, anche se in una relativa tranquillità sul piano politico-militare, Basse-Kotto ha conosciuto una nuova fiammata di violenza.

Tutto è cominciato con tre violenti atti insurrezionali, durati tre giorni, contro la popolazione civile di Alidao. Questi nuovi fatti hanno seminato il panico in tutta la zona di Basse-Kotto. A Mobaye, i ribelli sono diventati sempre più aggressivi.

Nei villaggi circostanti si erano formati nuovi gruppi di “anti-Balaka”, contro-ribelli di autodifesa, “cristiani”, e tra i due gruppi ci sono stati violenti scontri. Ci sono state vittime soprattutto tra la popolazione civile. Così la gente ha cominciato a fuggire nella Repubblica Democratica del Congo e anche i nostri confratelli della comunità spiritana sono dovuti fuggire.

Sono stati accolti dal vescovo Dominik Blamatari, di Molegbe, la diocesi congolese che sorge di fronte. Il vescovo ha aperto la sua casa per ospitarli. Dalla loro residenza a Gbadolite, i nostri confratelli hanno proseguito il loro impegno pastorale e umanitario presso i rifugiati dell’Africa Centrale.

– I caschi blu delle Nazioni Unite sono pur presenti per garantire la pace. Giusto?

In effetti, c’è una massiccia presenza di caschi blu. Si possono vedere dappertutto. Hanno la missione di mantenere la pace. Ma possono intervenire solo per autodifesa. Il loro compito non consiste nello stabilire la pace. Come potrebbe essere? Ovviamente, la loro presenza non è abbastanza intimidatoria. Come può essere mantenuta la pace se la pace non c’è?

– Cosa fanno esattamente gli spiritiani in questa zona? Con quali mezzi?

La comunità degli spiritani e la missione cattolica di Mobaye sono circondate dai ribelli Seleka. I nostri confratelli incontrano quotidianamente questi ribelli armati che si sono stabiliti nei loro paraggi.

Molti abitanti di Mobaye si trovano ancora in Congo e attraversano quotidianamente il fiume Ubangi per andare a scuola o per i loro affari. In questa situazione disperata, gli spiritani sono diventati un segno di speranza. Sono tutto: pastori, guide spirituali, aiutanti, educatori, infermieri e operatori sanitari. Visitano i cristiani dispersi lungo il fiume sul suolo congolese. Li ascoltano. In particolare, operano nel campo sanitario per accogliere i profughi, gli sfollati, le vittime delle aggressioni e della guerra.

– Durante la sua visita, ha incontrato anche i ribelli?

Sì, padre Olaf e io abbiamo dato uno sguardo a Mobaye. Abbiamo visitato le persone. Abbiamo incontrato continuamente i “Seleka” e gli “anti-Balaka”. Ci siamo recati dai “capi” della guerra. Tenevano i kalashnikov puntati, abbiamo parlato con loro. Sentivo i brividi per la schiena pensando che parlavo con gente che ha ucciso, rubato e violentato.

Il capo Lubangi degli “anti-Balaka” voleva convincermi che stavano difendendo la loro terra e mi ha pregato di sostenerlo. Nella semplicità dell’incontro disarmato, i nostri confratelli mantengono il contatto e il collegamento con loro. Se questo collegamento si interrompesse o cessasse, potrebbe succedere il peggio.

Un tipico episodio può illustrare quanto fragile e precaria sia la situazione. Mentre stavamo andando alle prefettura, venne da noi un diciottenne. Ci mostrò le sue ferite e ci chiese di aiutarlo. Era tornato dal Congo con la piroga ed è era stato arrestato da un gruppo di ribelli Seleka che gli chiedevano 500 franchi (50 centesimi in euro), per riavere le sue cose. Il ragazzo non aveva soldi. Fu mandato in città a cercarli. È venuto da noi e ci ha descritto la sua situazione. Lo abbiamo accompagnato al posto dei ribelli e trattato con loro per più di mezz’ora.

I ribelli conoscevano Olaf, ma io non ero conosciuto da loro. Mi hanno chiesto da dove venivo. Glielo spiegai. Uno di loro mi chiese cosa avevo portato in dono per sostenerli materialmente. Ho risposto che non avevo niente. Lui mi rispose che potevo almeno dargli la mia camicia. Una storia davvero surreale!

– Cosa sta facendo lo stato per ristabilire la pace?

Il governo centrale statale è estremamente debole. La sua autorità è costantemente messa in discussione. Dipende molto dagli aiuti stranieri, attraverso le organizzazioni non governative, i benefattori e le Nazioni Unite per riuscire a garantire una specie di stato. Più ancora, il paese è un campo da gioco di alcune potenze straniere che considerano l’Africa Centrale come loro terreno di caccia.

Da gennaio, grazie all’arrivo in Basse-Kotto di un nuovo prefetto, accompagnato da sei sottoprefetti della Prefettura, si nota un progressivo ritorno di una parte della popolazione a Mobaye e anche nei villaggi circostanti.

Occorre sottolineare che la cooperazione tra il sottoprefetto di Mobaye, Cyrille Lebangue, e i fratelli spiritani è eccellente. Ho avuto diverse volte l’opportunità di incontrarlo e di parlare a lungo con lui. Non dispone di mezzi, ma non ha freddezza nello sguardo. È molto impegnato nella ricerca della pace. La missione cattolica gli mette a disposizione il veicolo della clinica mobile per i suoi viaggi importanti.

– C’è speranza per un ritorno alla normalità?

Cosa significa normalità? Niente è normale qui. Il lavoro svolto dai nostri confratelli è un lavoro di rifondazione e di ricostruzione nel senso pieno della parola. A Mobaye manca tutto. C’è da ricostruire tutto. La città ha bisogno di aiuto urgente per la formazione dei catechisti, la ricostruzione delle case, la riapertura della scuola e la ricostruzione dell’infrastruttura sanitaria della clinica mobile e dei trasporti dei malati. Occorrono medicamenti, cibo e medicinali. C’è bisogno di un progetto per il mantenimento dei rifugiati, nonché di un sostegno materiale e spirituale per le vittime della ribellione di Mobaye.

Su un altro piano, bisogna chiedersi: come si possono fasciare le ferite di coloro che sono stati colpiti dalla violenza e dalla morte? Come ricostituire una parvenza di normalità in un luogo dove comanda chi possiede un kalasnikov? Questi può fare quello che vuole: uccidere, violentare, rubare.

Gli spiritani di Mobaye sono impegnati a ricostruire i cuori, la vita, gli alloggi. Nonostante le poche risorse e i pochi mezzi, cercano di ricostruire la vita della gente loro affidata, dal punto di vista spirituale, educativo, materiale, sanitario, in una parola: di ogni genere. Organizzano dei corsi e offrono l’accompagnamento dei giovani. Lavorano nella formazione degli scout, organizzano campi per consentire un maggior incontro, l’educazione alla pace e la convivenza.

Si tratta di un lavoro missionario di primo ordine che merita di essere sostenuto a partire dalla base. Personalmente, sono grato e pieno di ammirazione per questa presenza spiritana a favore della popolazione di un paese che spera giorni migliori e non rinuncia alla speranza della pace.

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