Trump e la reazione araba

di: Francesco Strazzari

Nella cosiddetta “Guerra dei sei giorni” del giugno 1967, poiché quella guerra durò solo sei giorni, Israele occupò il Sinai e tutta la parte occidentale di Israele, compresa la Gerusalemme araba. Il giorno in cui il generale Moshé Dayan occupò tutta Gerusalemme, dichiarò: «Qui ci siamo e qui resteremo per sempre».

Siamo quindi di fronte a due posizioni inconciliabili. Da una parte, Israele che considera tutta Gerusalemme, quella araba e quella moderna, come unica capitale dello Stato di Israele. Dall’altra, l’autorità palestinese, che vuole vedere riconosciuto lo Stato di Palestina con Gerusalemme araba come sua capitale.

Da molti anni la S. Sede aveva proposto, come soluzione delle due pretese inconciliabili, che Gerusalemme fosse sotto l’autorità dell’ONU, aperta a tutti, ma non la capitale di un solo Stato, né tutta Gerusalemme, né la parte araba di essa. Ovviamente, questa soluzione non fu accettata da nessuno dei due contendenti.

Ora Trump si lancia in una soluzione unilaterale: mercoledì 6 dicembre ha dichiarato di voler riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e quindi trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. Trump è convinto che la sua decisione ha come scopo la pace tra Israele e Palestina. Il primo ministro israeliano, Beniamin Netanyahu, ha dichiarato che la decisione di Trump è «coraggiosa» e «giusta».

Subito papa Francesco ha chiesto di rispettare lo status quo, un insieme di migliaia di regole fatte dalla Turchia alla caduta dell’Impero Ottomano (il Califfato fu abolito nel 1924) per mantenere l’ordine in quella zona così complicata perché ha in sé i monumenti più prestigiosi di ben tre religioni: giudaismo, cristianesimo e islam.

La reazione degli arabi alla decisione di Trump è furiosa. Mahmoud Abbas (Abou Mazen), presidente dell’autorità palestinese, rifiuta di ricevere il vicepresidente USA Mike Pence. Si mette su questa linea anche il patriarca copto-ortodosso dell’Egitto, papa Tawadros II. Anch’egli non ne vuole sapere di incontrarlo e ha affermato che l’amministrazione americana «ha fallito nel non tenere in considerazione i sentimenti di milioni di persone».

Il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdogan, e il presidente francese Emmanuel Macron, sono d’accordo di lavorare insieme per distogliere Trump dal suo piano.

Un membro del Comitato per la Liberazione della Palestina, Hanan Ashrawi, ha dichiarato che il Consiglio di Sicurezza dell’ONU dovrebbe portare gli Stati Uniti ad accettare la marcia indietro.

Il ministro degli Affari Esteri palestinese, Riad Malki, ha dichiarato al Cairo che la situazione di Gerusalemme deve essere trattata con pacifici negoziati con Israele.

Sheykh Mouhammad Bin Zayed Al Nahyan, il principe ereditario di Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, ha affermato che la linea di Trump dà via libera a gruppi terroristi e ad organizzazioni armate, che ultimamente avevano incominciato a perdere terreno nella regione, ed ha espresso la speranza che Trump possa cambiare posizione.

Il 10 dicembre scorso, i ministri arabi degli Affari Esteri hanno affermato con insistenza che riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele aumenterà la violenza in tutta la regione.

Il ministro degli Affari Esteri del Libano, Gibran Basil, ha detto che si dovrebbero imporre sanzioni all’America, a partire da quelle diplomatiche, quindi da quelle politiche e poi da quelle economico-finanziarie.

Altre dimostrazioni violente si sono verificate a Beirut in Libano, a Rabat in Marocco e a Giakarta in Indonesia. Il mondo musulmano è in rivolta.

La Lega Araba ha dichiarato che la decisione dell’amministrazione americana è illegale, aumenterà la tensione, accenderà la rabbia che farà piombare l’area nella violenza e nel caos. Ha aggiunto che chiederà al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di intervenire perché la decisione di Trump sia rigettata.

Ha pure affermato che gli arabi sono delusi di Trump; lo avevano sostenuto nella campagna elettorale e all’inizio del suo mandato. Ora si sentono traditi nella fiducia che avevano posto in lui.

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