Verso il 4 marzo /4 Come ritrovare il futuro perduto

di: Domenico Rosati

Scorrendo le gesta e i detti di questa campagna elettorale, ormai decisamente avviata verso lo sbocco del 4 marzo, si ha l’impressione che in Italia la politica si stia consumando nella ricerca di un futuro che non riesce più ad immaginare. E che, anzi, tenda a ritrarsi nel ventre caldo di un passato in cui crede di trovare le certezze che non ha. Tanto da rivalutarne anche il peggio di quei rottami.

Il fenomeno si presenta con le dimensioni tragiche del ricorso alla violenza – privata o di stato, praticata o minacciata – per la soluzione di non importa quale contrasto.

Ne è icona attendibile il presidente americano Trump sia quando scatena, nel suo paese, l’ennesima guerra dei ricchi contro i poveri, sia quando si cimenta nella disfida dei bottoni (nucleari) con l’altrettanto pittoresco dittatore coreano.

La scala domestica

Pulsioni e suggestioni tutte al di sotto dei livelli di relativa tranquillità raggiunti dalla comunità internazionale dopo le prove del XX secolo.

In un diverso scenario e in una scala ovviamente domestica, sono dello stesso segno i sempre più frequenti riferimenti di esponenti politici a utensili dell’armamentario totalitario e fascista. A parte il folklore dei saluti romani e di altre pratiche evocative, pesano certi riferimenti storici di segno encomiastico sui presunti meriti del “duce”.

E poi ci sono le uscite di stampo razzista, come quella del candidato della destra unita alla guida della Lombardia, per il quale i migranti non solo invadono l’Italia, non solo vengono per delinquere, ma soprattutto minacciano la “razza bianca”.

Il “noi” contro “loro”

Più ancora colpisce che, per sviare le proteste suscitate dal “lapsus”, si sia voluto sostenere che anche la nostra Costituzione usa il termine “razza”, omettendo di aggiungere che lo fa in modo inequivoco per esorcizzare ogni incarnazione di razzismo o di discriminazione.

D’altra parte, a tali risultati si giunge inevitabilmente nel momento in cui si adotta, come criterio del giudizio politico, una separazione arbitraria tra “noi” e “loro”; un criterio che conduce inevitabilmente ad una diminuzione della qualità umana di ogni “diverso” e, dunque, autorizza ogni forma di repressione per contenerne il presunto pericolo.

Il saccheggio dei “precedenti”

C’è, infine, un “ricorso al passato” meno truculento anche se non privo di insidie per la corretta formazione del giudizio politico. Ed è il saccheggio per fini elettorali del bagaglio di progetti e di promesse già esibiti in precedenti consultazioni.

Qui non si può fare a meno di censurare, a scelta, o per recidiva o per inadempienza contrattuale, il fatto che Berlusconi, nel formulare il programma per il 2018, abbia riprodotto, cambiando le parole, quel “contratto con gli italiani” che firmò davanti al… notaio Vespa in una non dimenticata performance televisiva nel 2001.

Inadempienza contrattuale

Una scelta, quella del Cavaliere, che si offre alla critica non per il contenuto opinabile delle scelte in materia fiscale, di previdenza, di opere pubbliche e di lavoro (materie per le quali, del resto, anche i competitori non lesinano le promesse), ma per la circostanza che, in base al citato contratto, quegli impegni avrebbero dovuto essere adempiuti entro i 5 anni di governo a partire da quelle elezioni.

Di più: c’era una clausola di chiusura per cui – era scritto – «nel caso in cui, al termine dei cinque anni di governo, almeno 4 su 5 di questi traguardi non fossero stati raggiunti, Silvio Berlusconi si impegna formalmente a non ripresentare la propria candidatura alle successive elezioni politiche». Seguiva firma, naturalmente “in fede”.

Qui, però, non c’entrano né il trumpismo né il fascismo di ritorno perché si tratta di un caso di candidatura a figurare nella galleria delle facce di bronzo.

Il discorso su questa vana ricerca del futuro perduto come timbro dell’attuale fase politica esige invece qualche ulteriore sviluppo.

campagna elettorale

Viaggio nella “retrotopia” di Bauman

In questa direzione spinge l’ultima opera di Zygmunt Bauman, il cui titolo – “Retrotopia” – descrive la tendenza generalizzata ad un “ritorno al passato” nel momento stesso in cui si è chiamati a governare il futuro.

Tanti sono gli spunti offerti dall’analisi del grande sociologo polacco sui quali sarebbe utile chiamare ad intrattenersi coloro che hanno responsabilità politiche.

Il primo e più importante, a mio avviso, è quello che segnala la «progressiva globalizzazione del potere» mentre «la politica conserva ancora una dimensione locale».

La “nazione-tribù”

Così la politica – e, per essa, lo stato – ha perso non tanto il monopolio della forza quanto la prerogativa di determinare il confine tra l’uso legittimo e illegittimo di essa.

Ne sono consapevoli gli statisti attualmente in carica o aspiranti tali?

Quanto è diffusa la coscienza di quello che Bauman chiama «il ritorno alle tribù»?

Quell’istituzione arcaica oggi prende corpo nelle manifestazioni del nazionalismo chiuso e nel rifiuto crescente delle istituzioni di integrazione, per quanto perfettibili, come l’Unione Europea.

E quanto i fautori della moltiplicazione delle frontiere fortificate hanno presente che la condizione feriale della politica, nei prossimi decenni, dovrà confrontarsi con un miliardo di sfollati?

La rivincita della ricchezza

La sfida non è dunque quella di fabbricare piccoli recinti ma di rendersi conto che, «dopo la globalizzazione dei capitali e delle merci, è finalmente giunta l’ora della globalizzazione dell’umanità»; con la quale bisogna misurarsi se davvero si vuole incidere sul futuro.

La descrizione del “grande ritorno” al passato si arricchisce poi con la ricognizione della povertà e della disuguaglianza nonché della rivincita che esse stanno ottenendo sull’idea, diffusa tra gli economisti e lungamente accreditata in politica, che fosse possibile realizzare un equilibrio tra il capitalismo che crea ricchezza e l’intervento pubblico che garantisce il pieno impiego.

L’attività umana

C’è da chiedersi se anche le tante più o meno attendibili suggestioni di interventi perequativi oggi in circolazione non siano l’esito di un definitivo abbandono di quella via maestra che, sulle due sponde dell’Atlantico, è stata percorsa dal riformismo nelle sue varie versioni.

Più radicalmente, c’è da interrogarsi sulla fondatezza della prospettiva che riduce o cancella il lavoro umano (così come è venuto realizzandosi) da una prospettiva di lungo periodo, attrezzandosi però non a compiere un tamponamento mediante sussidi o altri espedienti ma a individuare nuove e inedite dimensioni di espansione socializzante dell’attività umana.

Il grembo materno

L’ultimo capitolo di Bauman che qui usiamo per completare una provocazione rispetto all’insufficienza dell’analisi politica corrente e della percezione della portata dei problemi che incombono, è quello dedicato al «ritorno al grembo materno», tradotto nel fenomeno della «privatizzazione della speranza», con conseguente caduta della propensione alla solidarietà.

È materia complessa che intreccia la politica con la sociologia e la psicologia. Del resto, già in uno dei precedenti articoli si evocava un crescente deficit di energia solidale con un conseguente invito a riabilitare o a reinventare i luoghi e le fonti di riabilitazione di tale risorsa.

Organizzare la speranza

Ma se il compito che abbiamo (la politica ha) è quello di «innalzare l’integrazione umana a livello dell’umanità intera», allora dobbiamo prepararci ad un periodo piuttosto lungo «di domande più che di risposte», sapendo che il successo è difficile e il fallimento possibile.

È uno sfondo che cambia il colore delle questioni in discussione anche nelle prove elettorali in svolgimento, e costringe, se si vuole incidere in modo non superficiale o strumentale, a guardare davvero più alto e più lontano.

Non dimenticando che compito della politica, come dicevano i giovani cattolici degli anni 30 del ’900, è quello di «organizzare la speranza».

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