Il card. Simonis e la Chiesa olandese

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morte simonis

È morto il 2 settembre all’età di 88 anni il card. olandese Adrianus Simonis. Era di Lisse, diocesi di Rotterdam. Sacerdote nel 1957, eletto vescovo di Rotterdam alla fine di dicembre 1970, consacrato nel marzo 1971, coadiutore di Utrecht il 27 giugno 1983 e arcivescovo il 3 dicembre dello stesso anno. Fu creato cardinale nel Concistoro del 25 maggio 1985 da Giovanni Paolo II. Divenne arcivescovo emerito di Utrecht nell’aprile 2007.

Negli anni ’70, i Paesi Bassi erano inquieti per l’affare Schillebeeckx, il noto teologo di Nimega, sotto processo da parte della Congregazione per la dottrina della fede.

Il 29 maggio 1979, Giovanni Paolo II decideva di riunire a Roma un sinodo dei vescovi dei Paesi Bassi per trattare con loro i principali problemi teologici e pastorali della provincia ecclesiastica olandese. Era arcivescovo di Utrecht e presidente della Conferenza episcopale il card. Willebrands, succeduto al mitico card. Alfrink.

Lo scopo del sinodo olandese – comunicava la Conferenza episcopale – era di rafforzare la collegialità dei vescovi tra loro e dei vescovi con il papa, promuovere l’unità della gerarchia, discutere della vita della Chiesa e della sua responsabilità nel mondo contemporaneo.

Il sinodo iniziò lunedì 14 gennaio 1980 in Vaticano. Era noto che i vescovi non andavano d’accordo. Tutto era iniziato al tempo del famoso concilio pastorale (1965-1970), che metteva in discussione “troppe” cose, secondo Roma, e sferrava continui attacchi all’indirizzo del Vaticano, che però non si fece attendere.

L’occasione buona venne con la nomina dei due vescovi tradizionalisti, Simonis e Gijsen, rispettivamente a Rotterdam e a Roermond. Fu un’imposizione contro il parere della popolazione. Il vescovo Simonis non era per la verità sulle rigide posizioni ultraconservatrici di Gijsen e, per un po’, si mantenne silenzioso.

Roma intervenne contro il concilio pastorale, che tenne assemblee nazionali nel 1973-74-78 e poi disse un categorico basta!

Simonis commentò: «I delegati hanno mostrato una grave carenza di responsabilità sui problemi dell’unità della Chiesa». Le assemblee nazionali vennero accusate di essere dominate da sociologi, Goddijn in testa, e dalle spregiudicatezze teologiche di Schillebeekx e scuola.

Dopo il sinodo olandese del 1980

Il sinodo olandese si tenne dal 14 al 31 gennaio 1980: sedici giorni di lavoro, ventotto sedute generali, circa trecento interventi. Fu escluso il cardinale Alfrink, arcivescovo emerito di Utrecht, personalità conciliare “storica”. Mancò del tutto una discussione serena e obiettiva.

Non si credeva molto al sinodo, anche se i giornali olandesi andavano da tempo schierando le formazioni, che le curiose vignette riproducevano. Simonis e Gijsen in difesa con i cardinali di curia Baggio e Oddi, Bluyssen di ’s-Hertogenbosch ed Ernst di Breda all’attacco, con un arbitro, il papa, che interveniva a separare i litiganti. Fu certamente un sinodo “romano”.

Alla fine di gennaio 1981 – il sinodo era terminato già da un anno – mi trovavo in Olanda e intervistai vescovi, alcuni teologi, pastoralisti, sociologi, religiosi e laici.

Intervistai anche Simonis. Brillante parlatore, al quale per la verità venivano riconosciuti doti e intuito pastorali. Era ritenuto un conservatore per motivi pastorali e non dottrinali. Mi disse che la situazione permaneva difficile, date la manipolazione e la cattiva informazione alle quali si aggiungeva il sorgere di nuovi problemi per la mancanza di soluzioni concrete. I preti erano scoraggiati, delusi, e scossi i teologi: «Perché molti sacerdoti pensano che siamo ritornati alla vecchia Chiesa, quella prima del Vaticano II, ma non è vero. Pensano che si debba dare un’interpretazione molto libera del concilio: accettarne lo spirito, ma non la lettera».

Simonis era certamente un conservatore: «Nel senso di san Paolo: “Provate tutto, ma conservate il buono”. Sono conservatore per questo. È un obbligo. Dobbiamo conservare il buono del passato». Come rimediare alla «spaventosa» deriva? «Tentare di convincere i fedeli. E questo è molto difficile. Incominciare una pastorale diversa con nuovi sacerdoti giovani. Io sono schierato con il seminario di Gijsen a Rolduc, nella diocesi di Roermond.

Per me i nuovi sacerdoti devono venire solo da questo seminario. Quest’anno (1981) ne saranno ordinati sei, provenienti da questo seminario». E come si comporta con quei futuri preti, che non condividono le decisioni del sinodo? «Non li ordino. No. No. Se non sono “ortodossi”, non li ordino. Per ordinarli, devo verificare se sono in linea con le direttive della Chiesa».

Apro una parentesi su quel seminario e sul vescovo Gijsen.

Al tempo di Gijsen, il seminario di Rolduc, abbazia retta dai gesuiti, entrò nelle cronache per abusi sessuali. Si parlava del rapporto del vice-rettore con un seminarista e di altri casi. Gijsen ne era al corrente. Si diceva di lui che negli ’50 avesse abusato di adolescenti.

Gijsen fu spedito nella lontana Reykjavik, capitale dell’Islanda, dove i cattolici erano circa 10 mila e vi rimase dal 1996 al 2007.

Nei miei tanti viaggi in Olanda, questo mi veniva sempre confermato. Anche dagli stessi vescovi.

Tornando al mio dialogo con Simonis, gli chiesi del caso Schillebeekx: «Sono d’accordo con la Congregazione romana per quanto riguarda il suo caso: non condanna, ma chiarimenti. Ma crede lei che sia teologia quella dei cosiddetti “teologi olandesi”? È antropologia e nulla più». Ha mai pensato di avere due tipi di prete, quello sposato e quello celibe? «Ma lei scherza. Non è possibile. Si creerebbe uno scisma alla Lefebvre».

Apriti cielo quando, l’8 luglio, venne annunciata la nomina di Adrianus Simonis ad arcivescovo coadiutore di Utrecht con diritto di successione.

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Vescovo a Utrecht

L’8 dicembre prese ufficialmente il posto del card. Willebrands, il quale scrisse ai suoi fedeli congedandosi: «Questo cambio sarà per molti inaspettato e anche deludente. Molti lo sentiranno come doloroso. Lo capisco e lo sento insieme con voi. Vi chiedo però pressantemente di andare incontro a mons. Simonis, mio coadiutore e successore, con comprensione e appoggio».

Il capitolo di Utrecht, che aveva presentato alla Congregazione dei vescovi una terna di nomi e aveva sostenuto con una serie di argomenti e considerazioni la candidatura di un “diocesano”, dichiarava: «Accettiamo questa nomina, tuttavia non possiamo nascondere che essa, nella nostra fede della Chiesa, provoca in noi una delusione profonda».

Lo stesso Willebrands, la sera dell’8 dicembre, parlando alla radio e alla televisione, dichiarava di avere difficoltà con la nomina, commentando: «In Olanda le opinioni sono diverse da quelle del papa. Se si fossero tenute in conto le riflessioni del capitolo e altre, la delusione sarebbe stata evitata. Certamente il papa non le ha ritenute motivo sufficiente per cambiare le proprie scelte».

Un centinaio di preti, in una lettera aperta al papa, chiedeva perché non si fosse tenuta in considerazione la presentazione dei candidati, preparata con cura dal capitolo. Gli stessi scrissero a Simonis domandandogli perché avesse accettato la nomina, pur sapendo che il suo nome non figurava nella terna presentata dal capitolo.

Gli facevano presenti alcuni punti fermi, tra i quali: la scelta dei deboli e dei poveri; la necessità della collaborazione di tutti i fedeli; l’uguaglianza di uomini e donne nella Chiesa; la necessità della collaborazione pastorale e il reinserimento di sacerdoti sposati; la leale consultazione con il Consiglio pastorale diocesano e con i decani; la fiducia nella formazione al ministero pastorale della scuola cattolica superiore con sede a Utrecht.

Rividi Simonis nel 1987. Era appena tornato da un incontro con Giovanni Paolo II sull’applicazione del discusso sinodo particolare dei Paesi Bassi. «È stato – mi disse – un giro d’orizzonte sulle “conclusioni”, il documento redatto dopo il sinodo. La situazione è triste. Come sono strani questi olandesi! Rigoristi e cocciuti. Meglio gli italiani».

Un sinodo presto dimenticato

Nel luglio dell’89, lo incontrai nella sua casa. Era ossessionato dalla richiesta continua di abolire la legge del celibato: «Lei crede che abrogandola si risolvano i problemi della nostra Chiesa? No, no… Il problema è più profondo, più serio. Qui, in Olanda, molti cattolici dicono di avere difficoltà con il santo padre perché è troppo severo, restauratore, non concede l’accesso delle donne al sacerdozio, è rigorista in campo sessuale ecc. I protestanti non hanno il papa, concedono alle donne il ministero, sono meno rigoristi in campo sessuale, eppure sono in difficoltà. Hanno un calo che è più rilevante della Chiesa cattolica. Sono convinto che siamo di fronte a una vera crisi di fede».

E la famosa “teologia olandese“? «Parlo a titolo personale. Ho pochissimi contatti con i teologi. Non vengono da me e io non ho il tempo di andare da loro, perché ho tante cose da fare: visitare le parrocchie, ricevere tanta e tanta gente. Non ho tempo».

Era nota la sua posizione sul femminismo, sull’omosessualità, che facevano imbestialire femministe e omosessuali: «Sì, ho subito due processi, che si sono risolti a mio favore. Le femministe però hanno fatto ricorso in appello e la causa va avanti. Io parlo come vescovo della sessualità e spiego la posizione della Chiesa riferendomi ai documenti della Santa Sede. Mi hanno accusato di incitamento alla discriminazione».

A dieci anni dal sinodo dell’80, c’era ancora chi cercava di dare una risposta alle tante questioni aperte, ma i più l’avevano totalmente dimenticato. Corale l’ammissione che la formula era totalmente sbagliata, imposta dall’alto.

La politica della Santa Sede nella nomina dei nuovi vescovi non era stata certamente brillante e se ne vedevano le conseguenze. Mi confidava Van Munster, il francescano segretario della Conferenza episcopale: «Ne avremo per altri dieci anni di questa situazione». La colpa? Un sorriso triste.

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4 Commenti

  1. Luc Van Looy 9 settembre 2020
  2. Bregolin don Adriano 6 settembre 2020
    • Marcello Neri 6 settembre 2020
  3. Andrés Torres Queiruga 6 settembre 2020

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