È morto il vescovo Emile Destombes (Cambogia)

di: Francesco Strazzari

Il coraggioso mons. Emile Destombes è morto il 28 gennaio all’età di 80 anni. La sua figura ha qualcosa di eccezionale. Siamo nella Cambogia degli inizi del 1990. Il 7 aprile il comitato centrale del Partito Popolare Rivoluzionario della Cambogia ( Kampuchea) consente l’apertura di una chiesa e la celebrazione del nuovo anno khmer secondo la tradizione della religione cristiana. In marzo i cristiani cambogiani avevano inviato al presidente del consiglio nazionale del Fronte unito nazionale per la salvezza della Cambogia la richiesta. Una lunga dichiarazione letta alla radio di Phnom Penh l’11 aprile del ‘90 rende pubblica la risposta del comitato centrale alla supplica dei cristiani». Il mattino del 14 aprile, sabato santo, 1500 cristiani si riuniscono in un teatro della capitale Phom Penh per celebrare la Pasqua. E’ il timido inizio di una certa libertà religiosa. La cerimonia è presieduta tra le lacrime da p. Emile Destombes, delle Missioni Estere di Parigi, rappresentante ufficiale della Caritas Internazionale in Cambogia. La televisione, la sera stessa, diffonde immagini della cerimonia. Dopo quindici anni è la prima messa ufficiale e pubblica. Incontro Destombes, che mi racconta dei suoi contatti con i vari ministeri per un’azione incisiva della Caritas. Il Paese è allo stremo e Destombes stabilisce una stretta collaborazione con le autorità locali. A metà giugno del ‘90, Destombes viene autorizzato a recarsi nella città di Battambang, a 300 chilometri a nord-ovest di Phnom Penh. Vi celebra pubblicamente la messa, alla presenza di oltre un migliaio di persone, in maggioranza khmer, nei locali del Fronte nazionale di solidarietà. Anche in questa città la chiesa era stata rasa al suolo dai khmer rossi nel 1975.

Con il tiranno e despota Pol Pot la chiesa aveva perso tutto: vescovi, preti, religiosi, religiose, catechisti. Per lunghi quindici anni era stata obbligata a vivere nella clandestinità. I cristiani erano stati costretti dalle tragiche circostanze a privatizzare la loro fede. Mi raccontava Destombes: «Non si può immaginare un regime più diabolico. La gente ridotta a bestie da soma. I fanciulli strappati alle famiglie, formati agli ideali della rivoluzione e poi rimandati a casa per spiare i genitori. Dovunque l’ossessione di essere traditi, denunciati, di andare a finire a marcire nelle carceri».

Solo nel 1998 si apre il seminario a Phnom Penh. Nel 2001 vengono ordinati quattro diaconi, che diventano preti il 9 dicembre dello stesso anno. Un avvenimento storico! Un certo numero di giovani mostra interesse per il sacerdozio. Al vicario apostolico, mons. Yves Ramousse, subentra nell’aprile 2002 Emile Destombes, in Cambogia dagli anni ‘60, espulso e ritornato all’inizio del 1990. La comunità cristiana, 30 mila fedeli, si mette in movimento con un impressionante slancio missionario. In occasione dei 450 anni di evangelizzazione si tiene un sinodo di circa 150 delegati dei vari « comitati» per riflettere sulla sua storia. Ciascuna delle settanta comunità cristiane è organizzata attorno a tre comitati per poter sopravvivere da sola, senza prete: il comitato liturgico celebra la fede ogni domenica; il comitato di trasmissione della fede cura la formazione dei catecumeni e il terzo s’interessa dei più poveri.

Mons. Destombes, malato, rinuncia il 1° ottobre 2010. Ricordo il suo ritiro: un’abitazione semplicissima in riva al lago. Lo ascoltai senza quasi mai interrompere il suo sofferto racconto. Mi parlò dei missionari «sepolti vivi». Sepolti vivi nella cultura di terre dominate dal buddhismo, una cultura antica, spesso impenetrabile, se non ostica. Sepolti vivi in un clima ancora di diffidenza e sospetto. Sepolti vivi in una società che faticava a darsi leggi solide e durature. Sepolti vivi in mezzo a malati di AIDS, che aumentavano a dismisura; in mezzo alle nuove generazioni in balia della frustrazione e senza speranza; in mezzo a uomini e donne che abbandonavano con leggerezza i figli. Missionari sepolti vivi e anche dimenticati.

Il successore, Olivier Schmitthae Usler, continua con intelligenza e spiccata sensibilità l’azione del coraggioso Emile Destombes.

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