Paolo Giannoni: la duplice obbedienza

di: Lorenzo Prezzi

Del prete-monaco, don Paolo Giannoni (nato nel 1935 e morto domenica 7 ottobre 2018) ricordo una visita al suo eremo di Mosciano (Scandicci), l’antica pieve di Sant’Andrea dedicata a Santa Maria degli angeli. Era molto contento di abitare come eremita camaldolese l’antico monastero, abitato fin dall’anno 1054 dai monaci regolari, della visione sulla valle e sulla città di Firenze, del silenzio dei piccoli ambienti che costituivano la sua abitazione. Orgoglioso di mostrarmi nella cripta una monofora, una finestrella del tutto asimmetrica. Da lì, nel giorno del solstizio d’inverno, una lama di luce attraversava l’ambiente e segnava la vittoria della luce sulle tenebre.

Luce e tenebre giocavano nell’antica chiesa risalente al X secolo. Le aperture erano studiate appositamente per non fare mancare mai la luce naturale a seconda dei periodi dell’anno. Come diceva in una relazione del 2009 ricordando come il battesimo trasformi la polvere in luce e la persona in figlio di Dio: «Questa è la luce divina presente in ogni uomo e donna e in ogni sorella e fratello come ricchezza che non può essere perduta, perché “natura” è la divinità umanizzata. Questa luce ci dà la gioia di trovare la benedizione di un succo divino anche nel grappolo più rinsecchito e marcio».

Anni mirabili

Nato a San Mauro a Signa nel 1935 è diventato prete diocesano a Firenze nel 1958. Dopo nove anni nella pastorale giovanile, diventa parroco a Strada in Chianti dal 1970 al 1992, senza mai abbandonare il suo insegnamento in seminario e nella Facoltà teologica. Poi, sulla base di una profonda convinzione personale, entrava a Camaldoli e diventava monaco camaldolese. D’intesa col monastero apriva, nel 1997, a Mosciano, un eremo, anche su spinta del vescovo di Firenze, card. Piovanelli. Viveva la doppia obbedienza, al vescovo e all’abate.

Colpito da ischemia cardiaca e cerebrale, nel 2017 faceva ritorno a Camaldoli. Quando l’ho rivisto all’infermeria del monastero, mi raccontò della sua malattia: «Cerco di prepararmi al grande passo. Posso morire in ogni momento».

Negli anni ’80 ha frequentato la redazione de Il Regno dove l’ho conosciuto condividendo i suoi tre “amori”: la pastorale parrocchiale, la teologia e la vita monastica.

In parrocchia, a Strada in Chianti, accudito dalla madre, viveva di uno stile povero e amicale respirato nella grande stagione fiorentina degli anni ’50–’70 del secolo scorso. «Anni mirabili della Chiesa fiorentina» come lui ricordava, nati «dal travaglio attento e da una silenziosa documentazione accumulata negli anni 1920–1940, animati dalla presenza di uomini spirituali e sapienziali che, in un fecondo silenzio, hanno lavorato nel profondo». Erano abituali i riferimenti a G. Facibeni, Elia Dalla Costa, L. Milani, R. Rossi, G. La Pira, A. Nesi, E. Balducci, D. Barsotti, A. Paoli. Un clima di grande tensione spirituale e di apertura cordiale ai poveri.

Sono emblematiche due note: sulla liturgia e sul prete. Scriveva su Settimana: «Chi scrive, da sempre ha presentato una fondazione e un’esplicazione teologica della fede popolare e proprio lavorando sul campo e non facendo giri del mondo sulla propria scrivania (come avviene spesso per i cosiddetti pastoralisti) e proprio per questo può dire che è possibile vivere l’oggettività misterica della liturgia e favorire la soggettività e l’esperienzialità della devozione». L’eucaristia si spegne «se si riduce la celebrazione liturgica a un rito ingessato. Se la parola diventa un potere in mano a chi crede di essere padrone della fede e delle coscienze e non la vive come eulogia (preghiera) dei grandi fatti di Dio e commento liberatore della vita al servizio della gioia».

Ai sacerdoti faceva la domanda: «Quanto tempo i preti usano per chattare e quanta disponibilità offrono a coloro che chiedono di poter parlare? È giustificata o falsa la lamentela sul fatto che troppi non riescono a incontrare i preti nelle loro parrocchie?».

Dio in relazione

Professore per 40 anni allo Studio teologico fiorentino, «non mi sono mai reputato un teologo. Chi mai lo è? Ma è bello ricordare il servizio di insegnamento della teologia: un dono ricevuto e trasmesso nello spirito di Guglielmo di Auxerre: una conoscenza cercata come tensione verso l’intimo essere di Dio, che non diminuiva l’impegno scientifico, ma c’era sempre un oltre».

Parlava di Dio in tono lirico e testimoniale, come in questo passaggio durante un incontro con i preti di Padova nel 2009: «L’intimo di Dio è donazione. Il suo essere intimo e profondo è per darsi, per essere verso l’altro. Il suo farsi carne corrisponde alla profonda essenza del Dio-in-relazione, il Dio che nel suo intimo ha l’altro. Il dono del Verbo (che dà un particolare intenso suono al dono della Parola scritturistica) è una forma dell’essere dell’unico Dio: il Verbo che si fa carne e ci racconta il Dio inconoscibile, resta sempre unito e rivolto verso la fonte del proprio essere. In questi due movimenti: l’essere-l’altro e l’essere-nella-fonte sono le caratteristiche del donarsi totale di Dio, che diventa altro da sé rimanendo se stesso. È il Dio “svuotato di sé” (Fil 2,7) che si fa presente in noi, nella storia».

Come professore, non si sottraeva al dibattito ecclesiale, anche il più acceso ed esposto.

Ripercorrendo Il Regno e Settimana si può agevolmente leggere i suoi commenti durante i conflitti circa il referendum sul divorzio e sull’aborto, come anche nella discussione sulle unioni civili. Fino all’autoconvocazione dei «cattolici del disagio», organizzato con don Pino Ruggeri a Firenze nel maggio del 2009. Caratteristica dei suoi interventi era, da un lato, il rigore autocritico e, dall’altro, la lucidità della denuncia combinata con una piena appartenenza ecclesiale.

Dopo quattro secoli del Dio della metafisica rispetto al Dio di Gesù Cristo, «è necessario dire che questa, l’attuale Chiesa, sta finendo e mentre si ha una dirigenza che sta cercando di acquistare l’inutile forza del cavallo, la contestazione rischia di essere la discussione su come disporre le poltrone sulla tolda di una nave che sta affondando. Sta nascendo una cosa nuova. Parliamo così in forza della perenne speranza che ogni tormentosa condizione di sofferenza sia il segno non dell’agonia di un uomo che muore, ma segnali del parto di una madre feconda (Rm 8,22)». Con l’arrivo di papa Francesco il suo giudizio era diventato più sereno e fiducioso.

«La vita monastica è accoglienza», «il silenzio è la “patria delle voci”», «asciugare le lacrime»: sono alcune espressioni delle motivazioni del suo essere monaco ed eremita. Non è una scelta per principianti. Occorre una prolungata esperienza di assestamento per entrare nel monastero e, ancora più, per la vita eremitica. Così ne parla in una lettera a Settimana nel 2011: «Ogni eremita – proprio perché ha una sua vita particolare – è “solitario”, ma non “solo”, se non altro perché è una porzione di Chiesa e io ho avuto il dono perché il vescovo (card. Silvano Piovanelli) è stato felice per questa scelta di Dio, non solo per me, ma anche per la nostra Chiesa». «Ho il bene doppio di Dio: il vescovo, che mi ha voluto nel presbiterio, e ho avuto il dono di un eremo aggregato alla fraternità di Camaldoli con il cuore grande di don Benedetto Calati».

«Il caro silenzio dell’eremo vive in una chiesa in cui a volte risuona, lontano, il rotolare dell’autostrada del sole. La liturgia eremitica è richiamata in chiesa da un antico “guardingo” di età longobarda. Dio mi ha chiesto di essere “sentinella”. Nei momenti di “spaziamento”, pregando sui sentieri dei boschi, continuamente la città mi è davanti: le case, le vie, le parrocchie, il comune, le scuole, la fabbriche, l’ospedale e il carcere (Sollicciano), il cimitero: tutto mi chiede di essere con e per loro. Alcuni vengono in questo margine che è il mio eremo. Un gruppo di cari preti, il piccolo gruppo della lectio divina del giovedì e la liturgia domenicale: i pochi presenti condividono anche con alcuni poveri che bussano alla porta. E il vescovo Silvano (morto nel 2016, ndr), che ora vive nel suo eremo sui monti ad oriente, mentre io sono a occidente, ha detto che (presuntuosi!) io e lui abbracciamo l’intera Firenze».

Umanesimo: una nuova stagione

Se c’è un’istanza che attraversa tutte le sue stagioni, è la cura di non ridurre la fede alla morale. Scriveva nel 2012: «Riusciranno a capire quanti hanno responsabilità di direzione nella Chiesa che si va verso una Chiesa più povera, povera di persone e povera di quattrini? Riusciranno a capire che non possiamo assestarci sul solo valore della morale, o prevalentemente su di esso? Non si riduce il Vangelo ad un valore etico e a morale l’opera ecclesiale. In verità, ciò costituisce un’essenziale falsificazione del Vangelo. Quando insistiamo sulla prevalenza di essere un corpo etico o un’agenzia etica, sacrifichiamo inesorabilmente l’animazione spirituale e ci candidiamo a una presunzione di egemonia che non ha più alcun riscontro nella realtà secolare. La mentalità generale oggi ha propri codici etici, diversi da quelli di patrimonio ecclesiale. Forzare la coincidenza fra i nostri codici e quelli diffusi per via politica significa mettere a rischio la credibilità del Vangelo e la stessa possibilità di intesa sull’etica».

Lo caratterizzava la freschezza fiorentina della lingua, la vivacità dello sguardo e il sorriso disarmato. «È una vita che sono in minoranza e vivo la cosa con amabile ironia». Senza mai rinunciare al suo legame con la città. Mi indicava da lontano il «bel san Giovanni», ricordandomi che nelle formelle a losanga vi erano i pianeti, le virtù, i sacramenti e le arti liberali, mentre in quelle esagonali si raccontava la creazione, le attività umane e le arti. Sopra i profeti, per una torre che voleva toccare il cielo per lodare Dio. Testimoniando l’integralità dell’umano (uomo-Dio) e un umanesimo che meritava una nuova stagione.

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