Paolo VI, uomo di Dio e uomo dell’uomo

di: Michele Giulio Masciarelli

Paolo VI

L’annuale ricordo di Paolo VI è solo un piccolo debito d’affetto e di gratitudine verso un uomo che ha dato tanto alla Chiesa del XX secolo e a quella che s’è incamminata sui sentieri nuovi del terzo millennio. Poca cosa questa memoria anniversaria, ma il suo senso s’accresce se vuole essere un invito a ricordare Paolo VI in modo significativo, come un Padre della Chiesa contemporanea. Possiamo anche esprimerci con tono più modesto: egli è un maestro di fede e di sapienza del nostro tempo.

È importante rimetterci all’ascolto di maestri e di testimoni che sappiano decifrare l’enigma di un tempo malato di presentismo, in cui anche noi cristiani potremmo rimanere incagliati se non riacquistiamo la virtù di ricordare e di guardare al futuro di Dio.

Giovanni Paolo II, a Puebla, nel 1979, rivolse un’esortazione che conserva per intero il suo valore: «Parlate con il linguaggio del Concilio, di Giovanni XXIII, di Paolo VI: è il linguaggio dell’esperienza, del dolore, della speranza dell’umanità contemporanea». Un simile linguaggio non nasce che dall’incrocio dei tre tempi cristiani: dal passato (l’“esperienza”), dal presente (il “dolore” per le croci dell’ora), dal futuro (“la speranza” che non ha abbandonato neppure gli uomini d’oggi).

Un uomo umano

Non è un pleonasmo dire “uomo umano”, perché non è affatto scontato che un uomo sia, di fatto e nella vita, umano: si potrebbe dire che l’uomo è fatto per essere umano, ma poi se lo diventa e lo mostri davvero occorre sentirlo raccontare dai fatti di vita. Paolo VI è un uomo umano nel senso ora detto.

Un uomo umano in senso autobiografico. S’è spesso ragionato su questo suo aspetto. È noto lo stereotipo che lo voleva freddo e distaccato, e forse vi fu anche, nei suoi confronti, una certa avarizia di trasporto d’amore, perché non sempre s’è saputo scoprire il prezioso tesoro d’umanità delicata e raffinata, racchiuso in questa persona apparentemente così fragile. Gli è che il suo carattere, assorto e interiore, non incoraggiava la facile fiorettistica; tuttavia, la sua umanità era vivissima, intensa, e chi gli è stato vicino annota che la sua umanità era sempre qualcosa di disarmante che conquistava. Ogni incontro con lui, anche breve, era un’esperienza che lasciava un solco sull’anima.

Attorno alla sua persona ha voluto un’atmosfera di semplicità. L’umanità di Paolo VI traluceva anzitutto nel suo rapporto con la gente: con le singole persone, con le folle, con i giovani e con gli adulti, con i grandi e i potenti di questo mondo, con i vescovi, che sentiva profondamente come suoi fratelli.

Papa Montini era uomo sobrio, misurato, possedeva in misura grande quella rara virtù che attrae ed è riposante: la virtù della discrezione. Sulla tolda del mondo, non parlava mai di sé; coltissimo, non creava intorno a sé, nemmeno in minima misura, quell’antipatico e insopportabile strascico lasciato da chi possiede un’erudizione spocchiosa.

Si presentava sempre concentratissimo, con discrezione fine e catturante: allo sguardo acuto dei suoi occhi grigio-azzurri (così erano), mobilissimi ed espressivi, non sfuggiva nessuna cosa, nessuna persona, nessuna situazione spirituale, che coglieva (dicono ancora quelli che gli sono stati vicini) in profondità e fino alle sfumature.

Paolo VI era capace di grande ascolto, una dote e una virtù che nutrivano costantemente la sua paternità e la sua piacentissima capacità di parola. Erano in lui strettamente congiunte la sensibilità e la partecipazione, vale a dire la sua maniera d’ascoltare, di percepire, di capire, di parlare e perfino di tacere.

Testimoniano di lui che aveva aperta propensione all’accoglienza e nulla lo trovava estraneo, distratto, impreparato, anche se amava sorvolare sulle formalità per rendere più cordiale ogni suo incontro con chi l’accostava. Un giorno ha affermato che il suo cuore era come un «sismografo» nel quale si ripercuotono tutte le «vibrazioni della umana passione». È cosa che abbiamo potuto constatare con gioia e gratitudine.

Un uomo umano perché ha cercato il senso dell’uomo. Paolo VI s’è interrogato molto, con passione, sull’identità e sulla sorte dell’uomo contemporaneo. Paolo VI ha mostrato, con verità e sincerità, che cosa significhi avere «l’ansia per l’uomo», per dirla con Romano Guardini, o come non si possa amare «la propria idea più dell’uomo» per non essere «fuori dell’uomo», secondo l’ammonizione di don Primo Mazzolari, o come si debba considerare «l’uomo via della Chiesa», secondo il noto assioma magisteriale di giovanni Paolo II.

paolo VI, durante lo svolgimento del concilio Vaticano II, ha delineato un sapiente paradigma antropologico. È una pagina d’alto profilo spirituale, che sapora di tutto e che conviene lasciare alla sua trasparente bellezza, senza toccarla affatto: «tutto l’uomo fenomenico, cioè rivestito degli abiti delle sue innumerevoli apparenze, si è quasi drizzato dinanzi al consesso dei Padri conciliari, essi pure uomini, tutti Pastori e fratelli, attenti perciò e amorosi: l’uomo tragico dei suoi propri drammi, l’uomo superuomo di ieri e di oggi e perciò sempre fragile e falso, egoista e feroce; poi l’uomo infelice di sé, che ride e che piange; l’uomo versatile pronto a recitare qualsiasi parte, e l’uomo rigido cultore della sua realtà scientifica, e l’uomo com’è, che pensa, che ama, che lavora, che sempre attende qualcosa, il filius accrescens (Gn 49,22); e l’uomo sacro per l’innocenza della sua infanzia, per il mistero della sua povertà, per la pietà del suo dolore […]. L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella sua terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo si è scontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso» (Omelia nella 9ª sessione, 4° periodo, in Enchiridion Vaticanum, I/Documenti ufficiali del Concilio Vaticano II, EDB, Bologna 198112, p. [281]).

Un uomo umano perché ha difeso l’uomo. Infine, il terzo senso in cui Paolo VI ha dimostrato d’essere un uomo umano: ha preso coraggiosa difesa dell’uomo. Ha avuto, in particolare, preoccupazione e cura per l’uomo (l’uomo detto al singolare e al plurale).

Quando le sofferenze dipendono dall’uomo e dalle oppressioni, non ha paura di denunciarlo coraggiosamente, come nell’enciclica Populorum progressio (26.3.1967), in cui riveste una tremenda attualità quanto è affermato: «Si danno delle situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo. Quando popolazioni intere, sprovviste del necessario, vivono in uno stato di dipendenza tale da impedir loro qualsiasi iniziativa e responsabilità, e anche ogni possibilità di promozione culturale e di partecipazione alla vita sociale e politica, grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana» (n. 30).

L’amore per gli uomini lo rendeva instancabile nelle iniziative per la giustizia e il progresso; dell’uomo si sente difensore e fratello, in nome dello stesso mandato di Cristo. Egli è stato, inoltre, l’avvocato dei popoli della fame.

Nella Populorum progressio esordisce dicendo che «i popoli della fame interpellano in maniera drammatica i popoli dell’opulenza» (n. 3). Perciò, per lui, la Chiesa, «esperta in umanità», deve proporre uno sviluppo che non sia semplice crescita economica, ma uno sviluppo “integrale”, «volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo» (n. 14).

Il vero sviluppo, per papa Montini, è il passaggio da condizioni meno umane a condizioni più umane. Scrive finemente nella stessa enciclica: «Meno umane: le carenze materiali di coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo. Meno umane: le strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transizioni. Più umane: l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui flagelli sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura. Più umane, altresì: l’accresciuta considerazione della dignità degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace. Più umane, ancora: il riconoscimento da parte dell’uomo di valori supremi, e di Dio che ne è la sorgente e il termine. Più umane, infine e soprattutto: la fede, dono di Dio accolto dalla buona volontà dell’uomo, e l’unità nella carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini (n. 21)».

Anche qui è bene lasciare lo scritto montiniano rigorosamente sine glossa.

Un uomo di Dio

L’uomo delle beatitudini. Il Vangelo delle beatitudini era un paradigma di vita di Paolo VI, che riteneva essere «il codice della vita cristiana; il principio per dimostrarci autentici, veramente fedeli, effettivi seguaci di Cristo» (Insegnamenti di Paolo VI, IV [1966], 1005). Alle beatitudini annunziate da Gesù Paolo VI attribuiva una natura essenzialmente profetica. Così si espresse nel lontano 1972: «Il messaggio evangelico delle beatitudini non è forse la rivelazione d’un nesso fra un presente infelice, povero, mortificato, oppresso, e un domani di beatitudine, di rivincita e di pienezza? Beati, in un futuro domani (fin d’ora pregustato), quelli che oggi sono poveri, sono piangenti, sono oppressi… proclama Gesù; la soluzione fa perno sulla speranza, e in Cristo “la speranza non delude” (Rm 5,5)» (Insegnamenti di Paolo VI, X [1972], 397).

L’uomo della gioia velata. Impressiona quanto dichiarato da Giovanni Paolo II su Paolo VI: «Recava nel suo cuore la luce del Tabor, e con quella luce camminò sino alla fine, portando con gaudio evangelico la sua croce». Sembra, sulle prime, sopra le righe, ma, solo pensandoci un poco, appare tutta la verità di questa affermazione: Paolo VI viveva la gioia, la coniugava con l’alfabeto del dolore, dell’interrogazione pensosa, dello stupore che evita il chiasso e lo sguardo distratto. Quasi a dire che anche la gioia doveva incontrarsi con «la probità del suo genio tormentato» per usare un’espressione a lui riferita da Alphonse Dupront.

Perciò, sorprese la pubblicazione della bella esortazione apostolica Gaudete in Domino, del 9 maggio dell’anno 1975. è stato un meditato e potente “inno alla gioia”, che ha visto come esigenza del cuore umano  e poi come una rivelazione e, infine, una proposta di grazia, cui il cristiano è chiamato ad aprirsi per testimoniare la salvezza ricevuta.

La gioia c’è quando nel cristiano funziona tutto: l’esperienza di Cristo è viva, l’appartenenza alla Chiesa è piena, la vita sacramentale è assidua, l’osservanza etica è rigorosa, lo sforzo ascetico è costante, l’impegno di testimonianza è serio, l’impegno di preghiera è fervido. Quando tutto questo c’è, allora e solo allora accade la gioia.

Con l’eucaristia la gioia intrattiene un legame singolare: la gioia è il frutto più maturo dell’esperienza di preghiera cui l’eucaristia conduce. «Per essenza – afferma papa Montini – la gioia cristiana è partecipazione alla gioia insondabile, insieme divina e umana, che è il cuore di Gesù Cristo glorificato» e questa partecipazione alla gioia del Signore «non si può dissociare dalla celebrazione del mistero eucaristico» (Gaudete in Domino, II e IV).

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