L’esorcismo del martire J. Hamel

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Il 26 luglio saranno due anni dalla morte per sgozzamento del prete francese Jacques Hamel da parte di due fondamentalisti islamici, A. Kermiche e A.M. Petitijean, «soldati di Daesh». Il 13 aprile 2017 si è avviato il processo canonico per il riconoscimento del martirio. Con un particolare accento, riconosciuto da papa Francesco nell’omelia di suffragio il 14 settembre 2016: la crudeltà dell’uccisione è connessa alla domanda di apostasia. Alle parole dei suoi uccisori («I cristiani sono nemici dei musulmani, un ostacolo all’islamizzazione del mondo»), la vittima ha risposto riconoscendo il vero attore del delitto: «Satana vattene! Vattene Satana!».

Un recente studio dello storico francese G. Cuchet (“Reflexions sur les dernières paroles du père Jacques Hamel”, in Études, luglio-agosto 2018, pp. 71-81) sviluppa il senso esorcistico delle parole del martire. Si tratta infatti di un breve esorcismo rispetto a qualcuno ritenuto posseduto dal maligno. Una sensibilità ecclesiale che derivava a p. Hamel dalla sua formazione e dalla recita quotidiana della preghiera a san Michele, un tempo obbligatoria al termine della messa «bassa», non domenicale. Da molto tempo recitata nella Chiesa, essa fu introdotta nel rituale romano da Leone XIII in funzione antimassonica e, successivamente, anticomunista. Costituiva anche un’introduzione agli esorcismi, fino all’avvento della riforma liturgica conciliare.

Jacques Hamel

L’esorcismo inatteso

Oltre al fatto che il delitto si è compiuto alla fine e non durante la messa, Cuchet sottolinea la diversità rispetto all’uccisione dei monaci di Tibherine (1996): Jacques Hamel ha opposto resistenza ad un attacco improvviso in un contesto dove gli aggressori si qualificavano espressamente come credenti islamici. I sette trappisti hanno invece atteso a lungo e lucidamente la possibilità della morte a cui non si sono sottratti.

Una religiosa, testimone oculare dell’avvenimento di Saint-Etienne (diocesi di Rouen), ricorda come uno degli aggressori ad un certo punto cantasse: «Ho avvertito nel canto come se esprimesse il desiderio del paradiso».

Nel caso di p. Jacques Hamel i protagonisti parlano la stessa lingua di uomini di fede e, in qualche maniera, si riconoscono. Nel suo testamento spirituale, padre Christian de Chergé, uno dei sette trappisti uccisi, anticipa la difesa del cuore spirituale dell’islam rispetto alle possibili manipolazioni dei media e della politica. Nel caso di p. Jacques Hamel è stata la Chiesa, diocesana e nazionale, a stoppare ogni interpretazione in senso anti-islamico dell’accaduto, pur nella difficoltà di dividere la dimensione religiosa da quella politica dell’assassinio.

Rimane la sorpresa di quel breve esorcismo in cui si esprime la denuncia della malattia della fede degli aggressori e la potenza inquietante del maligno, davanti a cui diventa plausibile l’evidente rifiuto dell’apostasia. Un evento del tutto straordinario nel contesto degli attentati fondamentalistici in Occidente che ha provocato una vasta e sentita risonanza anche fra i musulmani in Europa che, per la prima volta, hanno pregato assieme ai cristiani nelle chiese. È stato pubblicato un pregevole testo di reazione di Mohammed Nakim (pseudonimo): Requiem pour le pére Jacques Hamel. Lettres d’un musulman (cf. Lettere islamiche a un martire cristiano). Una sorpresa anche per molti cattolici immemori di cosa significhi un esorcismo e del ruolo del maligno nel contesto della fede.

Satana tramonta

Il riferimento a Satana e al maligno è difficilmente rimuovibile dai testi scritturistici, dalle tradizioni liturgiche anche conciliari e, ancora meno, dalla coscienza ecclesiale patristica e medioevale. Il suo tramonto nella sensibilità diffusa si può datare dal ’700 con la fine della caccia alle streghe e l’imporsi dell’illuminismo. Un lento declino, che conosce una forte accelerazione dopo la seconda guerra mondiale. Il maligno sopravvive nella letteratura, nell’arte visiva e nelle tradizioni popolari.

Con il Vaticano II e le sue successive interpretazioni ha un posto sempre minore. Un conferma di una doppia linea storica: massimalista, che enfatizza, anche dopo la venuta del Cristo, il suo potere e il suo intervento; minimalista, che lo considera un attore minore, operante solo occasionalmente rispetto alla responsabilità autonoma dell’uomo.

La seconda è largamente maggioritaria nel post-concilio fino a elaborazioni biblico-teologiche come quelle di H. Haag, La liquidazione del diavolo? (Brescia, 1970): Gesù non avrebbe combattuto contro una “persona” di nome Satana o con altri nomi, ma avrebbe semplicemente lottato contro il male esistente nel mondo la cui origine è solo da attribuire all’uomo. Non sono mancati i teologi totalmente o parzialmente in aperto dissenso con la posizione di Haag (per es. J. Ratzinger, Dogma e predicazione, Brescia 1973). La rimozione del riferimento a Satana non ha avuto seguito né nella liturgia (il Rito degli esorcismi è del 1998, la traduzione italiana del 2002), né nel magistero dei papi.

Negli ultimi due secoli, e in particolare nel ’900, si può registrare la consapevolezza di un qualche protagonismo del maligno nella storia, attraverso correnti culturali, organizzazioni lobbystiche e ideologie totalitarie i cui esiti si sono rivelati talora drammatici. Ne è un esempio l’interpretazione di G. Dossetti delle stragi naziste dell’Appennino bolognese. Non sono crimini di regime, né di classe, né di religione, né di guerra. Sono più simili ai crimini di casta, quando cioè si affermano differenze fra gli umani non solo etniche o biologiche, ma propriamente metafisiche (sub-umani). Convinzioni trascinate e giustificate da un impulso che fa della violenza gratuita un dovere-missione, un servizio al proprio dio, anzi come ispirazione e impulso proveniente da esso. Quando, cioè, da un ateismo negativo si passa ad un ateismo assertivo, quando l’idolatra è trascinato dalla Potenza (cf. G. Dossetti, Introduzione al volume di L. Gherardi, Le querce di Monte Sole, Il Mulino 1986).

Vigilate

Per quanto riguarda il magistero, si possono ricordare i due interventi di Paolo VI: l’omelia per i santi Pietro e Paolo del 29 giugno 1972 (lì pronunciò le parole spesso citate: «da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio») e nella catechesi del 15 novembre dello stesso anno: oltre alla responsabilità umana esiste «un agente oscuro e nemico, il demonio», in cui «il male non è più soltanto una deficienza, ma un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore. Terribile realtà. Misteriosa e paurosa».

In linea generale non sono mai venute meno le indicazioni seguenti:

– vi è una netta dissimmetria fra il potere di Dio e il protagonismo del diavolo;

– dopo l’incarnazione, la morte e la risurrezione di Gesù il potere di Satana sul mondo è stato distrutto;

– Satana è il più eminente fra gli angeli decaduti;

– il maligno è, ad un tempo, il principe di questo mondo, secondo la formula giovannea, e il re degli inferi e il carceriere dei dannati.

Come ricordava Paolo VI: «Esce dal quadro dell’insegnamento biblico ed ecclesiastico chi si rifiuta di riconoscerla (tale realtà) esistente; ovvero chi ne fa un principio a sé stante, non avente essa pure, come creatura, origine da Dio; oppure la spiega come una pseudeo-realtà, una personificazione concettuale e fantastica delle cause ignote dei nostri malanni».

Papa Francesco ne parla con tranquilla dimestichezza, senza alcuna remora. D. Manetti, nel suo volume, Il diavolo c’è (San Paolo 2017) ne elenca numerose citazioni sotto titoli generali come: portatore di amarezza, ladro di speranza, seminatore di chiacchiere e zizzania, creatura astuta, seduttore pericoloso.

Nell’esortazione apostolica, Gaudete et exsultate il papa lo indica così: «Non pensiamo dunque che sia un mito, una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea. Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Lui non ha bisogno di possederci. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità, perché “come un leone ruggente va in giro cercando chi divorare”, 1Pt 5,8)» (n. 161).

Le Potenze e gli Esseri

Dagli anni ’90 è cresciuto nella Chiesa il tema del maligno e dell’esorcismo. Spinta prudente davanti alle pressioni mediali, guidate da un confuso fascino per l’occulto e consapevole di quanto le scienze mediche e psicologiche hanno accertato. «Quando infatti ci si accosta al mondo del’occulto e del demoniaco, subentrano numerose variabili che rendono questa problematica ulteriormente più complessa di quanto già non lo sia. A ciò contribuisce una certa pubblicistica da mercato, come pure il revival di elementi che sconfinano tra la magia, la superstizione e il vero e proprio demoniaco» (M. Sodi).

L’associazione internazionale degli esorcisti raccoglie oltre 400 preti (cf. Esorcismi e possessioni).

In diverse nazioni vi sono confronti regolari fra quanti rivestono questo ministero nella Chiesa. Diocesi, facoltà e studi teologici organizzano seminari e gruppi di studio in merito. Escono volumi come quello di M. Lanza e A. Martone, Demonologia e psicologia, EDB 2018. Si contrastano più facilmente scandali di sedicenti esorcisti.

Riprendono vigore riferimenti come il discernimento, la vigilanza, il silenzio. Non solo per gli esorcismo dei singoli, ma per il male che condiziona la storia comune. Il pensiero teologico e la coscienza ecclesiale non hanno ancora assorbito il significato della grandi catastrofi dell’uomo del ’900, «rispetto soprattutto agli “scatenamenti” delle Potenze spirituali negative che i più ancora non vogliono denominare per un falso pudore ormai ben costruito. Per paura di “demonizzare” quello che non va demonizzato, non si pronuncia più – e non si esorcizza – il nome, il potere, l’ira, le operazioni e le categorie secondo le quali agiscono nella storia degli uomini (soprattutto la morte di massa) quegli Esseri che sono stati vinti e sono tuttora vinti solo dalla croce di Cristo» (G. Dossetti).

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