Se vogliamo davvero la fratellanza

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A un mese dalla visita del papa in Iraq, il card. Sako, patriarca di Babilonia dei Cadei, ha lanciato quattro proposte operative.

Oggi, 5 aprile, ricorre un mese dalla visita del papa Francesco in Iraq: «Chiedo a Dio che consoli i cuori e guarisca le ferite», come disse alcuni giorni prima della sua visita. Durante la sua visita ripeté con forza la frase: «Taccia la voce delle armi, e regni la pace».

Questa visita è un’ottima opportunità che gli iracheni devono sfruttare per ritornare, con tutte le loro confessioni e religioni, a se stessi e al loro patriottismo, assumendosi la responsabilità di voltare pagina sul passato, aprendo una nuova pagina per la riconciliazione, e rafforzare la fratellanza tra di loro, rispettare la diversità, stabilire la pace, ricostruire il paese, facendo rivivere le sue istituzioni fatiscenti, facendo ritornare gli sfollati alle loro regioni e alle loro case, in modo che i cittadini godano la pace e la vita dignitosa come tutti gli esseri umani.

La fratellanza umana è sorgente di forza e di completamento

Papa Francesco ha sottolineato in tutte le soste della sua visita la fratellanza e la diversità; è questo il tema principale della lettera enciclica Fratelli tutti, così come del Documento sulla fratellanza umana firmato con il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad al-Tayyib a Abu Dhabi, appoggiato dall’autorità suprema sua eccellenza Ali al-Sistani con la sua frase incisiva: «Voi siete parte di noi e noi parte di voi».

La fratellanza umana è l’obiettivo di tutte le società e religioni, e dovrebbe essere un punto chiave per rifiutare l’estremismo e l’odio, cambiare la nostra visione e il nostro pensiero, costruire la fiducia tra di noi in modo da poter procedere insieme come fratelli e sorelle con tolleranza, amore e rispetto per la diversità e costruire un mondo più pacifico, più giusto, più dignitoso. L’aiuto vicendevole infatti apre la porta del futuro.

La fratellanza nazionale è la base della convivenza

Gli iracheni, per principio e per costituzione, sono cittadini pienamente uguali di diritti e doveri, e la cittadinanza non può limitarsi alla religione, al credo, alla regione, alla razza o al numero. La cittadinanza è un diritto universale per tutti. Dobbiamo scoprire nuovi orizzonti per i nostri fratelli concittadini, in modo che tutti sentano che l’Iraq è la loro casa.

Forse è il momento di separare la religione dallo stato e costruire uno stato civile, come ha fatto l’occidente cristiano da molto tempo, e come sta facendo lo stato del Sudan in questi giorni! Uno stato civile o laico non è ostile alla religione, ma rispetta piuttosto tutte le religioni; non include tuttavia la religione nella politica. Penso che questa sia la garanzia della coesistenza, «la religione riguarda Dio e la nazione riguarda tutti». Uno stato civile che garantisca la libertà di religione e di culto per tutti gli iracheni in modo uguale e protegga i diritti umani contenuti in tutti i trattati internazionali.

La fratellanza spirituale è la via verso Dio e verso l’uomo

Papa Francesco, nella sua visita in Iraq, ha voluto fare, con i responsabili religiosi iracheni, un passo verso la fratellanza spirituale tra i fedeli, quando ha incontrato sua eccellenza Ali al-Sistani e ha visitato la città di Ur, la terra di Abramo, incontrando i rappresentanti delle religioni abramitiche in Iraq.

Queste tre religioni si basano sul carattere divino dei loro Libri Sacri e si riferiscono ad Abramo. Gli esseri umani sono figli di Dio, fratelli e sorelle, l’uno con l’altro. La fede è una garanzia della loro diversità, della loro libertà e dei loro diritti. Riguardo a questo, il Corano dice: «Non sei tu che dirigi chi ti piace, bensì è Dio che guida chi vuole, ed Egli meglio conosce chi si lascia guidare» (Sura del racconto, 56).

Non c’è alcun problema in ogni individuo a seguire la sua religione e le sue tradizioni, a condizione che rispetti la religione dell’altro fratello, non lo tratti da miscredente, o lo tradisca, o lo escluda o lo elimini. Questa diversità deriva dal volere di Dio.

Papa Francesco ha detto a Ur: «È ferma convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace, della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune».

Inoltre, «il nome di Dio non può essere usato per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione» (discorso alle autorità nel palazzo presidenziale); e sulle rovine delle quattro chiese e delle case distrutte a Houshal-bi’ah, al centro di Mosul, il papa alzò la voce: «Se Dio è il Dio della vita – e lo è –, a noi non è lecito uccidere i fratelli nel suo nome. Se Dio è il Dio della pace – e lo è –, a noi non è lecito fare la guerra nel suo nome. Se Dio è il Dio dell’amore – e lo è –, a noi non è lecito odiare i fratelli… Si fermi la violenza in nome di Dio». Un cardinale italiano mi ha scritto: «Che gioia la visita! Davvero un piccolo pezzo di paradiso dopo tanto inferno».

Purtroppo, alcuni hanno capito che il papa ha invitato a sciogliere le religioni in un’unica religione. Non è affatto vero. La fratellanza non significa sciogliere l’identità religiosa in un’unica religione, ma è un invito a ciascuno a preservare la propria religione e la propria convinzione, però aprendosi e rispettando la religione del proprio fratello.

La fratellanza e la diversità sono la forza della nostra sopravvivenza e del nostro progresso, dobbiamo viverle in pratiche quotidiane concrete, soprattutto da quando il mondo ha iniziato dal 2011 a celebrare la Giornata mondiale della fratellanza umana nella prima settimana di febbraio e, dal 2021, il 4 febbraio, la Giornata internazionale della fratellanza umana, e il Primo Ministro iracheno Mustafa Al-Kadhimi ha dichiarato il sei marzo di ogni anno un giorno per la tolleranza.

Non dobbiamo disperare di fronte ad alcuni ostacoli, a correnti estremiste e a idee sbagliate, o arrenderci davanti alla divisione, ma dobbiamo perseverare nel rafforzare la fratellanza e il rispetto della diversità e lavorare in modo che tutti possano godere del bene e della giustizia e vivere con gioia e felicità come Dio vuole.

Quattro proposte pratiche

– Costruire programmi educativi e didattici in modo da rafforzare la fratellanza tra gli iracheni e rafforzare la loro unità nazionale.

– Organizzare eventi di sensibilizzazione per gli iracheni sulla loro diversità attraverso seminari, conferenze e programmi televisivi tra civiltà, culture e religioni al fine di mostrare i punti in comune, approfondirli e rispettare le particolarità diverse. Ciò che ci unisce è molto più di ciò che ci divide.

– Creare un centro nazionale che comprenda aule e una biblioteca specializzata nei temi del dialogo interreligioso, e contribuisca a smantellare il fenomeno del fanatismo e a prevenire i giovani dall’aderirvi.

– Attivare il codice penale iracheno n. 111 del 1969 e i suoi articoli, che obbligano a proteggere i luoghi santi, prevenire l’offesa alle religioni e ai loro simboli e punire l’aggressore.

Siamo certi che l’umanità avanzerà grazie alle tante persone di buona volontà che si donano senza restrizioni, anche in un tempo di difficoltà e di incertezza, per diffondere la cultura della fratellanza e del rispetto del bene comune. Atteniamoci ai segni della speranza.

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