Cile: abuso (di potere) nella Facoltà di teologia

di: Jorge Costadoat

Mi domando che cosa sta succedendo nelle facoltà cattoliche di teologia in diverse parti del mondo. Hanno degli statuti che consentono alla gerarchia ecclesiastica di intervenire al loro interno a scapito dell’autonomia universitaria? Se non sono facoltà universitarie, possono essere facoltà propriamente teologiche?

Senza libertà di ricerca e senza libertà accademica non ci può essere teologia cristiana. Basta indagare il dogma cristologico del Concilio di Calcedonia e le conclusioni del Vaticano I per dare una risposta precisa alla relazione tra fede e ragione, e quindi ai rapporti tra fede e scienza, fede e cultura, fede e giustizia, e alla possibilità che esista una università cattolica.

Il fatto è che nella mia facoltà, la Facoltà di teologia della Pontificia Università del Cile, abbiamo seri problemi. Non c’è libertà accademica perché essa è priva di autonomia. Il problema principale non sono soltanto gli ultimi vescovi, i cardinali Ezzati e Errázuriz. Costoro non avrebbero potuto intervenire nella nostra facoltà in modo maldestro, come hanno fatto, se gli statuti fossero stati diversi.

Manca la libertà perché non c’è autonomia

Qual è il problema di fondo? Se si tratta di una confessione religiosa, dirà qualcuno, i docenti dovrebbero sacrificare le loro idee personali a servizio dell’insegnamento ufficiale. Non deve essere così. La fede cristiana impone a se stessa l’obbligo di dimostrare la propria ragionevolezza.

La mancanza di libertà in teologia che noi accademici soffriamo attenta al cristianesimo stesso (cf. Vaticano I contro il fideismo). Per raggiungere la verità è necessaria la libertà. La paura che oggi hanno gli accademici di affrontare nei temi difficili, li fa deviare verso temi che non pongono problemi. Si svolgono lavori disciplinari e interdisciplinari seri, ma non nelle aree in cui i docenti possono essere accusati presso la Congregazione per la dottrina della fede (ex Ufficio dell’Inquisizione). Una facoltà di teologia non può essere trattata come un seminario.

In questo modo ai teologi si impedisce di offrire il loro contributo nel compito che la Chiesa ha di discernere i “segni dei tempi”, cioè, di “leggere” la parola di Dio negli avvenimenti attuali. Di conseguenza l’insegnamento della Chiesa, dipendente dalla teologia, diventa poco alla volta anacronistico se non nocivo.

Nella misura in cui gli studenti non vengono addestrati a indagare l’azione di Dio nella storia con l’eredità della tradizione della Chiesa – cosa che equivale ad affrontare come adulti gli attuali appelli di Dio – da una parte, sono infantilizzati e, dall’altra, un domani, allargheranno il fossato dell’isolamento che oggi caratterizza l’istituzione ecclesiastica nei confronti della realtà e del laicato.

Esagero?

Recentemente Joaquín Silva, decano, e il Consiglio della Facoltà hanno risposto alla lettera di papa Francesco al “Popolo di Dio pellegrino in Cile” (31 maggio 2018). La risposta è lunga. Cito solo un paragrafo: «In molte occasioni i teologi e anche le teologhe hanno sofferto di abusi di potere nella nostra Chiesa. Non è qui il caso di presentare la lunga lista di teologi e teologhe che spesso in Cile, in America Latina e nel mondo, sono stati condizionati o esclusi dall’esercizio della teologia per ragioni più ideologiche che teologiche, per aver messo in discussione qualche insegnamento del magistero, per aver chiesto se le cose potevano essere pensate in altro modo, per aver indagato nuove possibilità di comprendere la Rivelazione di Dio in Cristo».

Le autorità della Facoltà così guardano all’arrivo di Francesco al pontificato: «Abbiamo visto con speranza che nei sei anni di pontificato i processi contro i teologi sono diminuiti, fino quasi a scomparire». Ma, come è successo in altre materie, le intenzioni del papa non vengono realizzate velocemente. Prosegue il decano: «Nel nostro Paese continuano ad esserci dei colleghi ai quali è negata la promozione accademica o il permesso di insegnare per ragioni che non hanno niente a che vedere con la qualità del loro lavoro accademico-teologico. Nella società cilena e nella nostra stessa Università Cattolica si è diffusa progressivamente la convinzione – peraltro sbagliata – che la teologia ha uno status diverso rispetto alle altre discipline, che la sua libertà accademica è in pratica limitata dal rapporto che la teologia deve mantenere con il magistero della Chiesa, che non può partecipare liberamente e criticamente al dialogo sociale, che essa potrebbe sottrarsi al controllo della ragione».

Non è necessario essere accademici per immaginare quanto sia penoso per un laico con famiglia a carico perdere il lavoro per una qualsiasi accusa, sia di un seminarista sia di colleghi che informano in continuazione il vescovo su ciò che succede nella Facoltà.

Segue la lettera di risposta al Papa: «Per controllare e limitare il libero esercizio della teologia, si è soliti ricorrere a ragioni prive di trasparenza o a procedure di organismi della curia romana il cui comune denominatore sono la riservatezza e la segretezza, per imporre così sanzioni o ostacoli all’esercizio accademico senza dover renderne conto agli interessati e alle loro comunità accademiche. La teologia richiede un atteggiamento critico e profetico; purtroppo, non poche volte questo atteggiamento è stato confuso con un tradimento della Chiesa e del messaggio di salvezza che ci è stato affidato. Al contrario, noi che ci siamo sentiti chiamati dal Signore a servire la Chiesa come teologi e teologhe abbiamo bisogno della fiducia e del sostegno dei nostri fratelli che sono stati chiamati a servire come pastori l’unica Chiesa di Cristo, Signore della Vita».

Ciò che la lettera non dice, tuttavia, è che la mancanza di libertà e la paura dei vescovi cancellieri dell’università sono il risultato della mancanza di autonomia della Facoltà teologica. Gli Statuti della Facoltà permettono al Gran Cancelliere, il vescovo di Santiago, di fare praticamente in essa qualsiasi cosa senza dover dare spiegazioni a nessuno. Questa situazione non può durare. Occorrono nuovi Statuti. C’è una sola correzione importante da fare: il decano dovrebbe rendere conto dalla sua gestione al rettore dell’Università. Gli Statuti dovrebbero proibire qualsiasi forma di influsso diretto del vescovo nella Facoltà.

La Facoltà di teologia è un disonore per l’Università Cattolica. È triste per noi accademici essere un’enclave sottomessa all’autorità all’interno di una grande università. Spero che il prossimo arcivescovo di Santiago ci liberi da questa umiliazione.

Cosa avviene nelle altre facoltà di teologia del mondo? Non può essere che ci possano dare una mano solidale?

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