Cina: cattolici al bivio

di: Lorenzo Prezzi

Il 7 novembre la sala stampa vaticana ha preso posizione sulle ordinazioni illecite della chiesa clandestina. Settimananews aveva scritto per prima dell’ordinazione di Paolo Dong Guang Hua e poi è stata resa nota almeno una seconda ordinazione. Ora la Santa Sede si esprime, con la consueta prudenza.

«Nelle ultime settimane si sono susseguite diverse notizie circa alcune ordinazioni episcopali conferite senza mandato pontificio a sacerdoti della comunità non ufficiale della Chiesa cattolica in Cina continentale. La Santa Sede non ha autorizzato alcuna ordinazione, né è stata ufficialmente informata di tali accadimenti. Se le suddette ordinazioni episcopali fossero vere, costituirebbero una grave violazione delle norme canoniche. La Santa Sede si augura che tali notizie siano infondate. In caso contrario, dovrà attendere informazioni sicure e documentazione certa prima di valutare adeguatamente i casi. Tuttavia, ribadisce che non è lecito procedere ad alcuna ordinazione episcopale senza il necessario mandato pontificio, neppure appellandosi a particolari convincimenti personali».

Le ambiguità degli “illegali”

I vescovi cinesi sono un centinaio, una trentina di loro appartiene alla chiesa clandestina non riconosciuta dallo stato. Nel clero (circa 2.500) la proporzione dei sotterranei è superiore al 30%. Difficile dire la collocazione delle comunità dei fedeli (12-15 milioni), soprattutto dopo la lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI (2007) che considerava unica la Chiesa cinese.

I limiti dell’Associazione patriottica della Chiesa legittimata dal governo sono noti, come note sono la generosità, la storia martiriale e la fedeltà a Roma della Chiesa sotterranea. Ma quanto sta succedendo mostra i limiti e le ambiguità anche degli “illegali”, prigionieri della loro storia e sempre più esposti a un’indebita connessione fra religione e ideologia anti-comunista. Pensare che l’eventuale accordo governo-Santa Sede costituisca una grande apostasia appartiene non alla coscienza ecclesiale, ma un deposito ideologico che confonde il piano politico con quello spirituale. Credere che oggi i cattolici in Cina abbiano davanti solo la scelta del martirio e dell’illegalità significa svendere la fede all’opposizione politica. Senza negare che la dittatura del partito comunista e le vessazioni dell’amministrazione statale siano un dato di fatto e una sorgente di ingiuste decisioni. La Cina non è esempio di democrazia né di rispetto dei diritti umani.

Nei decenni la condizione illegale – certo non voluta e non scelta – ha alimentato non solo virtù, sclerotizzando forme di pensiero e pratiche pastorali di cui oggi vediamo le conseguenze nell’autonoma decisione di ordinazioni episcopali. A forza di esibire la fedeltà al papa non ci si avvede di un possibile percorso scismatico. Del resto, i limiti della formazione del clero sotterraneo erano già noti. Uomini generosi, ma con una formazione inevitabilmente limitata e approssimata.

Prendere atto dei cambiamenti

La struttura stessa delle comunità risente di una collocazione contadina e periferica in grave difficoltà davanti all’enorme sviluppo urbano ed economico della Cina contemporanea. La vivacità delle comunità familiari protestanti e le domande di spiritualità dei ceti emergenti testimoniano l’insufficienza di una pur nobilissima tradizione.

Su queste pagine è stata fatta una domanda precisa a quanti si sentono interpreti delle ragioni della chiesa non patriottica, a cominciare dal card. J. Zen Ze-kiun, ex arcivescovo di Hong Kong e anima pugnace della democrazia politica nella sua diocesi e della difesa dei “non-patriottici”.

Finora è mancata una chiara presa di posizione che segnali i pericoli ecclesiali connessi alla scelta di nuove e illecite ordinazioni episcopali. Ripetere – come viene fatto quotidianamente – che l’eventuale accordo è un errore, non toglie la responsabilità di coprire gli errori dei “propri”. Il neo vescovo, Paolo Dong Guang Hua, si è espressamente richiamato alle affermazioni del card. Zen sull’autonoma decisione di coscienza.

Difficile pensare che la Santa Sede possa firmare un accordo in queste condizioni. Papa Francesco ha mostrato in più occasioni di rispettare le diverse sensibilità ecclesiali, come nel caso dei sinodi sulla famiglia, per assumersi una responsabilità che suonerebbe rottura.

L’attuale condizione della Chiesa cinese richiede un sostegno spirituale e decisioni pastorali non più rimandabili.

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