Good Morning, America

di: Marcello Neri

All’inizio un piccolo fatto di cronaca che ci permette di entrare nel grande fossato che divide, a livello di comprensione, Europa e Stati Uniti. Qualche giorno fa è stato inaugurato presso l’Europa-Universität di Flensburg l’Interdisciplinary Centre for European Studies. Il comunicato dell’Ufficio stampa dell’università, rilasciato al termine della giornata, era corredato con un titolo emblematico rispetto alla distanza crescente che va separando i due lati dell’Atlantico: «Flensburg, la risposta dell’accademia a Donald Trump».

Donald Trump

Il difetto europeo di comprensione

In poche righe, la grande incomprensione europea, come se Trump fosse in se stesso la malattia americana. Dimenticando, a prescindere dal personaggio, che l’attuale presidente degli Stati Uniti è stato eletto democraticamente. Né più né meno che Barack Obama. E che gran parte degli elettori che hanno scelto Trump al posto di Hillary Clinton sapevano benissimo a quale persona andavano affidando la guida della Nazione per un quadriennio.

È probabile che solo un presidente come Trump possa essere in grado di attraversare e reggere il caos come principio organizzativo della Casa Bianca, insieme a tutta una serie di indagini giuridiche riguardanti la sua famiglia che ha occupato quel luogo come fosse un’azienda di casa, rimanendo tranquillamente in carica (almeno per due anni). Il valzer degli avvicendamenti dei più alti ufficiali e stretti collaboratori di Trump è, fin dagli inizi, il leitmotiv della sua presidenza.

Registrarli è dovere di cronaca; pensare di poterli usare come arma di delegittimazione di Trump è la fantasia di gran parte della stampa europea che, ogni volta, spende fiumi di inchiostro per portare, dalla nostra parte dell’Atlantico, acqua allo sdegno per la persona e la carica che ricopre. Moltiplicando così l’effetto di estraneazione tra Europa e Stati Uniti. Nel frattempo, da Israele all’Ungheria, monta un immaginario politico e civile che vede in Trump il suo paladino, se non il suo profeta. Il liberatore dalle procedure macchinose e dai principi regolativi che fanno quello che resta della democrazia moderna.

Pochi si interrogano a dovere su questo fenomeno extra-statunitense, e ancor meno sono quelli che riflettono seriamente sulla condizione fibrillante dell’istituto democratico del vivere-insieme nel cuore dell’Europa. Rafforzando così, di fatto, l’impreditorismo spinto che caratterizza l’amministrazione Trump nel suo complesso: trarre i massimi vantaggi senza curarsi delle conseguenze, per poi dichiarare semplicemente il fallimento dell’azienda e ricominciare da capo.

schiavitù

Una contraddizione originaria

Ma come starebbero le cose se Trump non fosse la malattia dell’America, ma la sua condizione, lo stato stesso della Nazione – quantomeno nella sua maggioranza? Come starebbero le cose se Trump non fosse la semplice apparizione di un momento, ma la condensazione di una corrente carsica che scorre negli alvei sotterranei della Nazione fin dai giorni della sua fondazione? Come se in lui si concentrasse tutta una storia che non è mai stata veramente elaborata.

Non solo una reazione dell’America bianca, rurale e sanguigna, agli otto anni di Obama[1] – anche se questo è stato un fattore non irrilevante che ha preparato la sorgiva dell’amministrazione Trump. Ma qualcosa di più profondo, qualcosa che s’inscrive nelle contraddizioni da cui è nata la Nazione statunitense. Quello che A. Gordon-Reed, in un articolo pubblicato su Foreign Affairs, chiama il «peccato originale dell’America»[2] – riprendendo un’affermazione di James Madison.

Nel pathos del linguaggio del suo preambolo, la Dichiarazione di Indipendenza, che voleva essere il documento politico che sanciva la fine di ogni legame di subordinazione con la Gran Bretagna e la susseguente istituzione di una nuova nazione, afferma che «tutti gli esseri umani sono creati uguali»; che ciascuno di essi ha «diritti inalienabili alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità». Un’aspirazione più che una realtà, come può capitare in momenti storici come quelli.

Certo, in questo modo la nazione nascente si proponeva come qualcosa che non è mai stata fino a oggi – coltivando il sogno di poterlo essere, o comunque di essere, nella comunità delle nazioni, quella che meglio incarnava questo spirito. Eppure, quelle frasi «furono scritte da un proprietario di schiavi, Thomas Jefferson, e rese pubbliche in tredici colonie che, con gradi diversi, permettevano tutte la schiavitù. La Costituzione, che unì le colonie diventate stati, non era meno pregiudicata».[3]

Forza e limiti della legge

Tra quel giorno e oggi gli Stati Uniti hanno fatto pendolo tra gli estremi inscritti nei loro documenti fondativi. Non senza lentezza e non senza interventi che hanno neutralizzato o invalidato di fatto il riconoscimento giuridico di un’effettiva uguaglianza fra tutti i cittadini statunitensi propugnato dal Movimento per i diritti civili agli inizi degli anni ’60. La decostruzione di questo impianto inizia quasi immediatamente dopo l’apice del riconoscimento politico e giuridico della popolazione afro-americana (in particolare sotto le amministrazioni repubblicane di Nixon e Reagan).

Una decostruzione che non sarebbe stata possibile senza un radicamento diffuso nella mentalità statunitense, soprattutto in quell’immenso bacino che sta tra la costa est e la costa ovest della Nazione: «Per comprendere questi problemi, non bisogna guardare solo alla schiavitù in sé stessa, ma anche alla sua più perdurante eredità: il permanere della supremazia bianca».[4]

Cosa che sembra essere sfuggita alla percezione della condizione quasi extra-americana che si può respirare in ampi settori culturali e politici delle grandi città sulle due coste della Nazione, con il loro liberalismo ideal-tipico che ha vissuto dell’illusione di poter colonizzare l’intero della popolazione statunitense. Pensando le procedure giuridiche come magicamente capaci di generare automaticamente mentalità comune e atteggiamenti civili condivisi.

Il fenomeno Trump, nel suo complesso, non si comprenderebbe appieno senza tener conto della miopia ideologica del ceto intellettuale che caratterizza questi due lembi costieri degli Stati Uniti, che ha contribuito non poco alla trasformazione dei diritti umani in una sorta di diritti di proprietà privata (e individuale) su materie conflittuali (dall’aborto all’omosessualità).

Stragi nelle scuole in Usa

Giovani, il sogno di un’America diversa da sé

L’altra grande linea di frattura, che sembra attraversare il tessuto della Nazione, è quella generazionale; emersa in tutta la sua virulenza dopo l’ennesimo massacro avvenuto all’interno di un complesso scolastico (Marjory Stoneman Douglas High School di Parkland, Florida, 14 febbraio 2018). Con una serie di manifestazioni, alcune delle quali si sono svolte anche a Washington davanti a Capitol Hill, i giovani si sono radunati per ottenere una più severa regolamentazione dell’accesso alle armi – in particolare a quelle automatiche da assalto che dovrebbero essere in dotazione solo ai militari.

Questo movimento di giovani, che sono in prevalenza le vittime sia delle sparatorie di massa sia di quelle collegate alla criminalità quotidiana, mette in risalto un’altra contraddizione genetica della Nazione: il diritto di possesso d’armi, per la difesa della proprietà privata e del singolo individuo, si ribalta sempre più spesso in una forma di attacco e violenza diffusa; a cui consegue una sorta di militarizzazione implicita delle relazioni sociali all’interno del paese. Il tutto pervaso da una logica retributiva, che pare essere l’unica a cui la Nazione sembra essere capace di fare ricorso in questi casi.

Ponendo una questione spinosa anche alle varie comunità religiose degli Stati Uniti rispetto alla “difesa” delle loro assemblee (liturgiche, di preghiera, di attività socio-caritativa). Se il movimento giovanile rappresenta anche una critica, da parte delle vittime o potenziali tali, della consueta ritualità americana di cordoglio che, ogni volta di nuovo, segue a un eccidio di massa, esso è, al contempo, una spina nel fianco per le comunità religiose e le Chiese. Le fedi religiose non possono più limitarsi a una generica condanna della facilità con cui negli Stati Uniti si può entrare in possesso di armi, né possono semplicemente trincerarsi nello spazio di una pur sempre doverosa preghiera per le vittime.

Quello che i giovani chiedono, in questo momento, alle fedi, alle loro comunità e ai loro rappresentanti è di entrare attivamente in scena, con prassi effettive ed efficaci anche sul piano legislativo e di configurazione della mentalità, per arginare il fenomeno di una violenza archetipa che sembra circolare nell’anima americana – e non solo nella mente dello squilibrato di turno. Per le Chiese e le comunità religiose questa consapevolezza civile, questo desiderio di un’America diversa, che ha trovato una coagulazione non irrilevante dopo Parkland, rappresenta una risorsa al fine di scrivere una nuova pagina della presenza religiosa negli Stati Uniti.

Questo vale anche, e soprattutto, per la Chiesa cattolica che deve apprendere a guardare alle generazioni più giovani non come a un problema da risolvere in termini precostituiti che prescindono da loro, ma come alla possibilità del suo stesso futuro e della capacità di lasciare un segno evangelico nella storia che verrà della Nazione.

Gli Stati Uniti, Trump, la comunità internazionale

Dove hanno fallito tutte le amministrazioni precedenti, non sarà certo quella di Trump a trovare una via di uscita. Se sulle altre ha pesato, ogni oltre misura, il potere coercitivo dell’American Rifle Association, per quanto concerne l’amministrazione Trump si tratta di altro – di qualcosa che è intimamente legato alla sua visione dell’America. Il motto America first non significa affatto l’abbandono di un progetto di egemonia su scala globale, anzi lo specifica rimarcandone il carattere prevalentemente, se non esclusivamente, militare.[5]

Gli Stati Uniti come hard power nel contesto mondiale non sono una novità, si tratta della loro storia internazionale quantomeno a partire dagli inizi del XX secolo. Con la 2ª Guerra Mondiale, e le varie forme di totalitarismo che da essa sono germinate, gli Stati Uniti hanno utilizzato la loro potenza militare ed economica come mezzo per la realizzazione di un’indiscussa egemonia che, a partire dalla fine della Guerra Fredda, è stata pensata come egemonia liberale.

«Si trattava di un’egemonia in quanto gli Stati Uniti miravano a essere, con ampio margine, lo stato più potente del mondo; ed era liberale poiché gli Stati Uniti cercavano di trasformare il sistema internazionale in un ordine basato su regole, regolato attraverso istituzioni multilaterali, e trasformare così gli altri stati in democrazie orientate al mercato che procedevano a liberi scambi tra di loro».[6]

Egemonia illiberale

Trump rappresenta la fine di quest’ordine, questa è la sua strategia politica – anche come reazione alla non riuscita del progetto che voleva fare degli Stati Uniti, giustificandone internazionalmente l’hard power, un’egemonia liberale sul mondo intero. Con Trump l’America non vuole esportare più nulla nel mondo, se non quello che è necessario a garantire la propria sicurezza interna e i propri interessi nazionali. E sicuramente non è interessata a importare nulla dal resto del mondo, né idee né persone. Ma questo non può essere interpretato come mero ritorno all’isolazionismo di un’epoca passata.

Gli Stati Uniti di Trump rimangono fortemente implicati e coinvolti sugli scenari globali contemporanei, solo non lo sono più nella forma di un’egemonia liberale che persegue un ordine internazionale regolato e democratico. Si può comprendere così la dismissione del rilievo politico per la Nazione di ogni istituzione a carattere multilaterale – e la conseguente preferenza per livelli di contrattazione bilaterali, più semplici di gestire (e lasciar cadere) e meno coartanti per gli Stati Uniti sul piano delle regole internazionali (cosa non completamente nuova anche questa, vista l’allergia trasversale alle diverse amministrazioni che si sono susseguite negli ultimi decenni per quanto riguarda il diritto internazionale e la sua applicazione).

Trump ha semplicemente eraso l’aggettivo liberale dall’egemonia internazionale americana: «La sua grande strategia è un’egemonia senza scopo. […]»[7] – imperniata esclusivamente sull’hard power militare senza alcun backup diplomatico.

Un argentino a New York…

Molto, forse troppo, si è scritto e si sta scrivendo negli Stati Uniti su papa Francesco e il suo rapporto con il cattolicesimo americano. In quello che si legge si può trovare di tutto: dalla più appassionata adesione al rancore per il tradimento di quello che dovrebbe essere la Chiesa cattolica. Sovente, su entrambi i lati, con una violenza del linguaggio che fa di quest’ultimo una vera e propria arma di offesa. In merito non che da noi in Europa le cose vadano meglio.

Tutto il dibattito americano su Francesco è cotto quasi esclusivamente nel brodo cattolico, come un affare interno. Raramente si trova qualcosa che lo inquadri nel panorama più ampio delle fibrillazioni che attraversano il corpo della Nazione (generalmente si fa riferimento solo alle cosiddette culture wars degli ultimi decenni, senza indagarne però le ragioni e le responsabilità profonde).

Ma prossimità e distanza da Francesco non possono essere comprese e interpretate fermandosi alla soglia della comunità ecclesiale. Le loro ragioni la eccedono e si radicano in una storia che non è iniziata semplicemente con Roe v. Wade negli anni ’70 del secolo scorso. Nei pro et contra verso Francesco in America scorre qualcosa che va oltre non solo lui ma anche il cattolicesimo statunitense, ed è in questa luce che si dovrebbero leggere sia il sostegno sia la riserva verso il suo ministero e il suo immaginario evangelico della Chiesa cattolica.


[1] Cf. C. Anderson, White Rage. The Unspoken Truth of Our Racial Divide, New York, Bloomsbury 2016, 138-160.
[2] Cf. A. Gordon-Reed, America’s Original Sinn. Slavery and the Legacy of White Supremacy, in Foreign Affairs (2018/1) 2-7.
[3] Ivi, 2.
[4] Ivi, 7.
[5] Cf. B.R. Posen, The Rise of Illiberal Hegemony, in Foreign Affairs (2018/2) 20-27.
[6] Ivi, 20.
[7] Ivi, 26.

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