Il partner laico nel tango clericale

di: Domenico Rosati

La lettera di papa Francesco sulla partecipazione pubblica del laicato alla vita dei popoli, indirizzata al cardinale Ouellet, è destinata all’America Latina ma evoca un tema – il clericalismo – che tocca l’esperienza della comunità cristiana in tutto il mondo. In genere se ne parla per esorcizzarlo. Lo si intende come una sorta di infezione soprattutto da parte dei laici cristiani.

Eppure, nelle polemiche di tempi non remoti (inizio Novecento), si coltivava una sorta di “orgoglio clericale”. Leggere per credere: «Poiché la cricca dei liberali/ ci ha dato il titolo di clericali/ è nostra gloria chiamarci tali/ siam clericali». Versi d’incerto autore, ma rappresentativi di una cultura diffusa in mezzo al popolo, riportati in una ormai introvabile raccolta curata da Mario Faini (Bianca e santa è la nostra bandiera, Coines edizioni 1975).

Allora si inneggiava al «papa indipendente» e alla «Chiesa esente dai vincoli dei liberali». Si trattava, in realtà, di “papisti” nel senso di una fedeltà sovrabbondante. Che, con qualche aggiustamento, si sarebbe prolungata fino ai canti postconcordatari degli anni 50, che promettevano «un esercito all’altar» al cenno del «bianco Padre che da Roma ci sei meta luce e guida».

Fa impressione confrontarsi con un simile lessico dopo che la Chiesa, con il concilio Vaticano II, ha ripudiato ogni temporalismo e negato di farsi supporto di imprese politiche come di farsene supportare.

E papa Francesco sta demolendo l’idea di un’autorità nella Chiesa che occupi il centro della scena o presuma di affrancare i popoli dai rischi delle scelte storiche. Le coordinate del rapporto tra chierici e laici sono ormai tracciate in modo definitivo.

E, per quanto da più parti si richieda spesso che la gerarchia esca dal circuito dei comportamenti autoritari, tenuti in nome di una asserita «competenza delle competenze», si può riconoscere – è la mia opinione – che, sul versante ecclesiale, le premesse necessarie sono state stabilite.

I laici sono liberi ma «debbono»…

Non tutte le ambiguità, beninteso, possono dirsi risolte. Ho presente la fervida omelia di quel prevosto lombardo che, dopo aver proclamato che il Concilio aveva riconosciuto l’autonomia dei laici in temporalibus, faceva seguire un perentorio: «e pertanto i laici debbono»… E giù: «primo, secondo, terzo», fino all’esaurimento dei capitoli dell’obbedienza. Ma il terreno non è altrettanto esplorato da parte dei laici, sempre pronti a rivendicare spazi di autonomia ma troppo spesso impegnati a decifrare il desiderio dei “superiori” per uniformarsi ad esso prima che lo manifestino.

Tra gli scarni riflessi registrati in Italia sulla lettera del papa sono stato colpito da un accenno del presidente dell’Azione cattolica, Truffelli, all’esigenza di «misurarsi con le inadeguatezze del laicato italiano, che non sempre ha saputo assumersi fino in fondo le proprie responsabilità».

E, se è vero – come ha detto lo stesso Francesco – che il clericalismo «è un tango che si balla in due», penso sia utile cominciare ad analizzare come e dove e perché si determinano i comportamenti clericali dei laici. Lo posso fare – ed è insieme un vantaggio e un limite – in base alla mia personale esperienza in un’associazione cattolica avendo – e questo è il limite – come fine non l’inveramento di un consapevole disegno ecclesiale ma la salvezza/sopravvivenza della mia organizzazione.

Clericali di rimessa…

Una dialettica gerarchia-laici si rileva fin dai primordi delle Acli ed è connessa al fatto che queste ebbero originariamente uno statuto democratico (lungimiranza di Pio XII e di mons. Montini), ma furono per ciò stesso esposte a richiami e a “correzioni” gerarchiche sulle scelte pratiche. Le distinzioni tra coscienza e magistero e tra dottrina e pastorale sarebbero venute dopo. L’assistente ecclesiastico mons. Luigi Civardi ricordava che l’autonomia del movimento doveva intendersi come «relativa»; epperò, ci addestrava ad utilizzarne per intero le potenzialità.

Credo di aver appreso da lui, come ragazzo di bottega del settimanale Azione Sociale, la pratica di una sorta di “clericalismo difensivo”, nel quale poi ho avuto modo di esercitarmi.

Quando, dalla Segreteria di stato vaticana, arrivava una copia del giornale con un titolo segnato in rosso, Civardi mi chiamava e mi faceva leggere un suo articolo sullo stesso tema di quello contestato. Diceva: «Domani esce sull’Osservatore Romano». Io restavo sbalordito, perché i concetti e anche le parole erano identici a quelli su cui l’Autorità aveva esercitato la… correzione. Il fatto è che Civardi usava blindare ogni affermazione ardita (erano i tempi della riforma agraria e delle forti polemiche sociali) con una pertinente citazione di un testo pontificio. Così gli scogli venivano aggirati almeno fino alla… settimana successiva.

Polemiche sulle scelte politiche

Sempre in quel periodo, fine anni 50, si esercitò una forte pressione sulle Acli affinché non si compromettessero con il sostegno all’“apertura a sinistra” della Dc di Fanfani verso i socialisti. Un inusitato attacco del Quotidiano, giornale dell’Azione cattolica di Luigi Gedda, aprì le ostilità, per la penna di Gianni Baget Bozzo, accusando le Acli di slittamento ideologico verso il marxismo.

Ma poi si fece sentire la Segreteria di stato vaticana (Montini non c’era più e papa Giovanni aveva nominato Tardini), che chiedeva alle Acli di astenersi dalle opzioni politiche. Era un guaio, perché il presidente nazionale, Dino Penazzato, era deputato della Dc al pari di molti altri dirigenti.

Di fronte all’ultimatum, manifestarono due atteggiamenti non componibili: quelli che domandavano alla Santa Sede di precisare se si trattava di un ordine o solo di un consiglio e quelli che, avendo da tempo auspicato l’incompatibilità tra carica parlamentare e ruolo dirigente nel movimento, si resero disponibili ad assecondare, sempre in nome dell’autonomia, l’ipotesi di un avvicendamento al vertice. Si giunse così, dopo un lungo travaglio, all’elezione di Livio Labor: con lui l’autonomia delle Acli avrebbe in seguito toccato i più alti livelli, ma quell’origine “clericale” gli sarà a lungo rimproverata.

Il “dramma” degli anni ’70

È impossibile ricostruire qui le vicende complesse di un’organizzazione che ha sempre rappresentato per la Chiesa e per la politica un problema di identità e di ruolo, anche se in molti casi le questioni definitorie mascheravano i dissensi di merito su scelte qualificanti come l’unità sindacale o, dopo il Concilio, l’unità politica dei cattolici.

Mi limiterò, sempre lungo il tracciato del “clericalismo difensivo”, a citare situazioni ed episodi del periodo in cui ho avuto le maggiori responsabilità dell’organizzazione.

Quando nel 1970 la CEI ci domandò di scegliere se considerarci «opera di Chiesa» o movimento autonomo (e non erano questioni teoriche perché intanto si alimentavano scissioni e si tagliavano risorse), fui tra quelli che alla pura testimonianza («andiamo a San Pietro e recitiamo il Credo») preferirono la difesa argomentata, nel merito e nel metodo. Allo schema CEI, che era palesemente sommario e astratto, opponemmo non le nostre preferenze ma la storia complessiva e la realtà vivente di un movimento allora forte e rappresentativo.

Ne seguì un dialogo intenso e, in alcuni momenti, persino promettente, comunque esemplare come scelta di metodo, perché rifiutava l’intervento d’autorità. Anche la conclusione del Consiglio Permanente, pur problematica, lasciava aperta una prospettiva di continuità che però fu chiusa – come è noto – da un intervento diretto del papa certo rivolto a noi ma anche ai vescovi perché poco severi.

Furono anni difficili, durante i quali ebbi modo di sperimentare anche all’interno della dinamica associativa quale fosse l’incidenza di una visione interamente clericale; per tale intendendo quella che assorbiva sempre e per intero le aspettative ecclesiastiche, anche quando venivano trasmesse da intermediari inattendibili.

Ebbi però modo, in più occasioni, di apprezzare l’intelligenza e la sensibilità dei pastori di fronte alle applicazioni pratiche del “metodo Civardi”. A me veniva facile, in particolare, confrontarmi con il vescovo Santo Quadri che, essendo stato assistente delle Acli, non poteva rinnegare affermazioni e analisi che aveva a suo tempo condivise.

Il dovere di parlare

Nel primo biennio della mia presidenza scelsi di andare a parlare direttamente con il maggior numero possibile di vescovi. Volevo si rendessero conto del difetto di analisi su cui avevano fondato i loro giudizi. Così constatai gli effetti di certi ingrandimenti strumentali. «Ormai gli aclisti votano comunista», ebbe a dirmi il patriarca Luciani in un nebbioso incontro sulla laguna, rivelandomi tra l’altro che un duro articolo critico nei nostri confronti gli era stato suggerito dal sostituto mons. Benelli. Naturalmente smentii la sua affermazione e lo invitai – riconosciuto il “falso supposto” – a cambiare atteggiamento e ad orientare al meglio i confratelli. Non ebbe – come è noto – il tempo di fare alcunché.

L’attenzione della maggior parte dei vescovi era evidente quando, con una formula standard, iniziavo i miei discorsi: «Io non sono il presidente di un’associazione, ma il presidente di un problema; che esisterebbe ugualmente anche se le Acli non ci fossero». C’era persino chi si apriva fino ad ammettere che «forse abbiamo sbagliato».

Devo anche aggiungere che, sugli sviluppi di tutte le questioni controverse, scrivevo direttamente al papa Paolo VI. Senza chiedere né ottenere risposte, ma solo «attenzione, comprensione, non discriminazione».

Non so se e quanto un simile “clericalismo attivo” possa superare un ipotetico esame di laicità. Certamente vale a sottolineare che – secondo il mio punto di vista – dichiararsi laico non significa interrompere le comunicazioni ma cercare di rappresentare in autenticità le ragioni della propria esperienza. Anche quando queste sono in contrasto, sulle scelte pratiche, con le attese della gerarchia.

Serpeggiare per cercare

È quanto mi accadde nel colloquio che ebbi con mons. Benelli dopo la mia elezione. Mi chiese, in sostanza, di espellere alcuni dirigenti e io gli risposi che non ne avevo il potere perché erano stati eletti dal congresso e che, in ogni caso, piuttosto che rimuoverli, mi sarei dimesso io da presidente. Un controesame mi fu riservato poco dopo quando fui ricevuto a Milano dall’arcivescovo cardinale Colombo. Mi chiese: «Allora mi dica, sulle cose politiche chi decide in ultima analisi: la coscienza o il magistero»? Mi accadde di rispondere: «Decide il magistero – e gli si illuminarono gli occhi – che, però, mi dice che non posso mai andare contro coscienza».

Episodi, frammenti, tessere di un mosaico da ricomporre quando e come sarà possibile. Quel che ho scritto può bastare, per ora, a documentare che anche il partner laico del tango clericale ha da mettersi a verifica; e sarebbe utile che molte voci si facessero ascoltare su questo versante. Sapendo che comunque, anche nella più felice delle ipotesi, il cammino non è mai rettilineo, anzi è pieno di asprezze.

E qui – se mi è permesso un richiamo decisamente clericale – vorrei evocare quella volta che (non ero ancora presidente) in un’udienza generale (1968) papa Paolo VI si fermò per dirmi che le Acli erano nel suo cuore e che avremmo dovuto «seguire la luce che è nei nostri cuori per trovare la giusta via»; e quando si avvide che io non mi accontentavo di quella frase e volevo conoscere quale fosse per lui la giusta via, mi congedò dicendo: «Certo, dovrete serpeggiare un pochino, ma sono sicuro che la troverete». Ecco: se ho trovato la strada giusta non lo so; ma quanto al “serpeggiare” credo di aver, almeno, meritato il podio.

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