Amazzonia: sinodo e profezia

di: Lorenzo Baldisseri

Lorenzo Baldisseri, toscano, nato nel 1940, dopo l’ordinazione sacerdotale e la frequentazione della Pontificia Accademia Ecclesiastica, intraprende una lunga esperienza nella diplomazia vaticana. Nel 2013 viene nominato da papa Francesco segretario generale del sinodo dei vescovi e cardinale l’anno successivo. Gli abbiamo chiesto di commentare l’Instrumentum laboris del prossimo sinodo sull’Amazzonia.

Card. Baldisseri, rispetto al recente Instrumentum laboris cosa condivide e cosa non condivide della recezione dei media? Quali sono le originalità di questo sinodo rispetto ai precedenti sinodi speciali?

In primo luogo vorrei dire che l’Instrumentum laboris per sé non è un documento pontificio, è uno strumento di lavoro preparato dalla segreteria generale secondo un lungo processo di consultazione del popolo di Dio e della collaborazione di istituzioni e persone interessate e numerosi esperti, che sarà posto nelle mani dei partecipanti dell’assemblea sinodale.

L’Instrumentum laboris del sinodo sull’Amazzonia, che si celebrerà nell’ottobre prossimo, offre una vasta gamma di tematiche e questioni, che toccano la vita della Chiesa e, allo stesso tempo, le problematiche ecologiche che ne sono connesse, a partire dall’ottica della vita dei popoli che abitano la regione.

I media stanno facendo un buon servizio nello sviluppare i diversi aspetti contenuti nel documento, anche se finora sembra prevalente la sottolineatura dell’aspetto intraecclesiale su alcuni temi sensibili. È auspicabile che prenda corpo anche l’aspetto ecologico collegato alla realtà culturale, sociale, spirituale e religiosa dei popoli dell’Amazzonia.

Questa duplice dimensione ecclesiale ed ecologica caratterizza questo sinodo speciale e lo fa diverso da quelli precedenti. Viviamo in un momento storico in cui si è maggiormente coscienti della necessità di prendersi cura del creato per evitare conseguenze dannose per tutta l’umanità. L’Amazzonia è il polmone principale con cui il nostro pianeta respira. Interessarsi all’Amazzonia vuole dire in qualche modo avere a cuore le sorti di tutti gli uomini.

Perdono e strutture di peccato

– I popoli indigeni non vanno oltre i 3-4 milioni di persone (su 34 milioni di abitanti). Perché meritano una riflessione complessiva di Chiesa? Vi è una difficile e complessa memoria della Chiesa nei loro confronti. A che punto siamo nella ripresa della memoria ecclesiale?

Già il documento di Aparecida metteva in luce che l’azione pastorale della Chiesa è un servizio centrato sull’annuncio di Gesù Cristo e della buona novella del regno di Dio affinché i popoli indigeni possano godere della vita piena. Storicamente, a volte, in Amazzonia questo annuncio è stato mescolato con altri interessi ad esso estranei e ciò ha provocato nel cuore della popolazione locale delle ferite difficili da rimarginare.

La Chiesa ha riconosciuto gli errori che sono stati commessi nelle dinamiche della trasmissione della fede e ne ha chiesto più volte perdono, come ha fatto recentemente papa Francesco nel discorso al 2° Incontro mondiale dei movimenti popolari in Bolivia nel 2015, citato dall’Instrumentum laboris al numero 38.

Credo che attualmente si è pienamente consapevoli della ricchezza che Gesù Cristo e il suo Vangelo rappresentano per la vita dei popoli indigeni e si è maggiormente attenti a far tesoro dell’esperienza del passato per operare un annuncio che sia sempre più coerente con il Vangelo, arrivando, quando fosse necessario, a denunciare le strutture di peccato e di morte, la violenza in tutte le sue manifestazioni e le ingiustizie che pesano soprattutto nella vita dei più poveri e a favorire un autentico dialogo interculturale, interreligioso ed ecumenico.

– Come collocare l’Amazzonia nell’insieme delle riflessioni pastorali delle Conferenze ecclesiali latino-americane? Continuità e discontinuità?

La realtà specifica dell’Amazzonia è senz’altro stata sempre presente nell’insieme delle riflessioni e delle attività pastorali delle Conferenze episcopali del territorio. Parlando della necessità di un’effettiva inculturazione di questa realtà amazzonica – aspetto rilevante oggi più che nel passato –, l’Instrumentum laboris sottolinea al numero 13 che «gli impulsi e le ispirazioni importanti per questa desiderata inculturazione si trovano nel magistero della Chiesa e nel cammino ecclesiale latinoamericano delle sue conferenze episcopali […] e delle sue comunità, e dei suoi santi e martiri».

Si rileva, dunque, continuità con il cammino percorso dalla Chiesa in America Latina e, allo stesso tempo, una contestualizzazione delle riflessioni pastorali a un territorio specifico. Si mettono in evidenza le positività e le criticità della cultura in cui si è inseriti, nello stile di un annuncio che sia sempre più incarnato e in grado di dare risposte adeguate a ciò che emerge dalla realtà.

Il martirio

– Di quali valori sono portatori i popoli e il territorio amazzonico? Sia i popoli urbanizzati, sia quelli che hanno rappresentanza, sia quelli in isolamento volontario?

I popoli che vivono in territorio amazzonico hanno un enorme patrimonio culturale e spirituale che deriva loro da una sapienza ancestrale che hanno saputo coltivare e difendere. Ci testimoniano l’importanza dell’amore per la terra, del rispetto della natura e delle persone, della solidarietà tra gli uomini, del lavoro comunitario, di pratiche concrete del “buon vivere”, del senso della trascendenza.

Rivolgendosi direttamente a loro, papa Francesco a Puerto Maldonado, nel gennaio del 2018, ha sintetizzato il loro contributo alla vita dell’umanità con queste parole: «Se, da qualcuno, voi siete considerati un ostacolo o un “ingombro”, in verità, voi con la vostra vita siete un grido rivolto alla coscienza di uno stile di vita che non è in grado di misurare i suoi costi».

Per quanto riguarda più specificamente i popoli in isolamento volontario, l’Instrumentum laboris al numero 57 sottolinea che essi «resistono all’attuale modello di sviluppo economico predatore, genocida ed ecocida, scegliendo la cattività per vivere in libertà». Queste parole fanno eco a quelle pronunciate da papa Francesco nell’incontro di Puerto Maldonado, quando affermava che «la loro presenza ci ricorda che non possiamo disporre dei beni comuni al ritmo dell’avidità e del consumo. È necessario che esistano limiti che ci aiutino a difenderci da ogni tentativo di distruzione di massa dell’habitat che ci costituisce».

– Nell’Instrumentum laboris si parla di martirio (sr. Dorothy Stang). Abbiamo conosciuto il martirio per la carità e la giustizia, vale anche per la difesa della terra?

Nel numero 145 dell’Istrumentum laboris si parla di sr. Dorothy Stang come martire e si dice che «mettere in discussione il potere nella difesa del territorio e dei diritti umani è mettere a rischio la propria vita, aprendo un cammino di croce e di martirio». La terra non è da intendersi ovviamente come il suolo materiale. La terra è lo spazio in cui si svolge la vita concreta delle persone. Parlare di difesa della terra, quindi, vuol dire parlare di difesa di uomini e donne, di bambini e anziani.

Sempre a Puerto Maldonado, papa Francesco lo ha detto chiaramente: «La difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita». La vita, infatti, è strettamente connessa al territorio. Per questo, se si vuole difendere la vita occorre difendere la terra, con le sue risorse e i beni naturali. E, difendendo la terra, si difende la vita e la cultura dei popoli e si dà ad essi la possibilità di esercitare i propri diritti e di vivere un’esistenza umana degna di questo nome. Si comprende, allora, come la difesa della terra non è fine a se stessa, ma è volta al bene delle persone. È quindi un’opera di carità e di giustizia.

Teologia india e della liberazione

– Ecologia integrale, paradigma tecnocratico, modello di sviluppo: potrebbe spiegare i termini? È il sinodo della Laudato si’?

Quando si parla di ecologia integrale, si parte dalla «convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso», come afferma la Laudato si’ al numero 16, per cui si sta parlando di un approccio che guarda all’ambiente in cui si vive non solo dal punto di vista strettamente naturale, ma tenendo conto anche della dimensione umana, sociale, culturale e spirituale. Custodire il creato significa custodire ogni essere umano in tutte le sue dimensioni vitali.

Per paradigma tecnocratico si intende una comprensione della realtà per cui lo sviluppo tecnologico viene assolutizzato e viene ritenuto capace di soddisfare il desiderio di vita autentica che è nel cuore di ogni persona. Esso si presenta come una cultura globale e porta alla perdita dell’orizzonte trascendentale e del valore delle relazioni umane autentiche e immediate, le quali per svilupparsi hanno sempre più bisogno della mediazione del mezzo tecnico. Secondo la Laudato si’, al numero 107, questo paradigma di comprensione del valore della vita umana tende sempre più frequentemente ad esercitare il proprio dominio sull’economia e sulla politica, condizionando abnormemente la vita e le relazioni delle persone e lo stesso funzionamento della società.

In termini approssimativi, un modello di sviluppo indica criteri, presupposti e orientamenti secondo i quali si ritiene che una società possa progredire verso un futuro migliore. Esso, in qualche modo, parte da una comprensione del “vivere bene” e da qui stabilisce quali siano i beni (materiali o spirituali) da preferire e quali siano i mezzi migliori per raggiungere il soddisfacimento di quei beni.

La Laudato si’ tratta ampiamente di queste tematiche. Il sinodo sull’Amazzonia terrà conto delle indicazioni che emergono dall’enciclica per proporre nuovi cammini nel contesto di un territorio determinato. Potremmo quasi dire che si passa dalle indicazioni teoriche alla concretezza della pratica.

– Quale rapporto fra teologia della liberazione e teologia india?

In realtà, vi sono molte teologie indie, come del resto vi sono molteplici teologie della liberazione, sviluppatesi quest’ultime a partire degli anni ’60 del secolo scorso. La cosiddetta “teologia india amazzonica” è ben presente, ma è in fase di ulteriore riflessione; dovrà approfondire e presentare il mistero di Cristo nel contesto culturale e spirituale proprio dei popoli indigeni, tenendo conto di miti, tradizioni, simboli, saperi e riti che fanno parte della loro vita. Questo affinché l’annuncio cristiano, pur restando integro e completo, possa meglio incarnarsi in una realtà che ha già un proprio patrimonio culturale e spirituale. Occorre allora maggiore studio.

La teologia della liberazione è una riflessione teologica differente, nasce e si sviluppa in un contesto culturale diverso, già profondamente segnato dall’annuncio di Cristo, del quale sottolineava alcune dimensioni specifiche ritenute come essenziali allo stesso annuncio. Sarà il tempo a poter dire se vi saranno dei punti di contatto, e quali, e ad evidenziare le inevitabili differenze.

Inculturare ministeri e carismi

– Si sollecita la Chiesa a molti cambiamenti anche nei ministeri (presidenza eucaristica) e nei ruoli. Quali sono i criteri che li motivano?

L’Instrumentum laboris al numero 105 sottolinea che il paradigma di un’azione ecclesiale fondata sulla centralità del kerygma e che si esprime in una Chiesa accogliente e missionaria incarnandosi nella cultura locale, ha il compito anche di ispirare i ministeri, la catechesi, la liturgia e la pastorale. E proprio al numero 43 richiama l’importanza che i ministeri siano «adeguati a questo momento storico».

C’è bisogno di una capacità di individuare dei ministeri che meglio rispondono alle esigenze umane e spirituali della popolazione nel contesto attuale. L’Instrumentum laboris al numero 104 suggerisce che vi possa essere un «riconoscimento formale da parte della Chiesa particolare come ministero speciale per l’agente pastorale che promuove la cura della Casa comune».

Quanto ai criteri, vi sono nel documento alcune indicazioni che saranno sviluppate in seno all’assemblea sinodale dell’ottobre prossimo.

– Le religiose e i religiosi sono sollecitati a un totale inserimento. Anche a scapito del proprio carisma?

In Amazzonia è necessario passare da una “pastorale della visita” a una “pastorale della presenza”, altrimenti si avrà difficoltà a che il seme della Parola e della vita in Cristo possa effettivamente attecchire. I religiosi e le religiose sono quindi invitati ad essere il più possibile “sul posto”. Quindi, l’annuncio del Vangelo richiede loro di essere disponibili a condividere la vita locale con il cuore, la testa e le mani, dedicando tempo ad imparare la lingua e la cultura locale. In ordine alla credibilità e all’efficacia dell’annuncio è poi di estrema importanza che essi partecipino con tutti gli altri operatori pastorali alla realizzazione di un’azione missionaria congiunta, intelligente, capace di unire le forze.

Tutto questo non dovrebbe andare a scapito del carisma dei diversi Istituti, se si tiene conto che un carisma è una modalità specifica di testimoniare l’unico amore di Cristo che si manifesta nella molteplicità dei doni a cui dà origine. Ciascuno, quindi, potrà dare il proprio contributo all’opera comune per mezzo della ricchezza del proprio carisma.

 – Il ministro degli interni brasiliano e voci insistenti dell’amministrazione manifestano preoccupazioni per alcuni indirizzi del sinodo. Cosa rappresentano queste e altre voci politiche rispetto ai lavori sinodali?

Al riguardo, per competenza, è la Segreteria di stato, sezione per i rapporti con gli stati, che cura e valuta le eventuali ripercussioni del sinodo nei confronti di stati e di governi, attraverso i canali formali, le nunziature apostoliche e le ambasciate rispettive.

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