Gronchi: glosse sinodali amazzoniche

di: Lorenzo Prezzi e Marco Bernardoni

gronchi

 

  • Don Maurizio, i racconti del sinodo sull’Amazzonia sono stati numerosi. Cosa aggiungerebbe?

Il sinodo è stato raccontato qui da noi soprattutto girando intorno alle due questioni: l’eventuale ordinazione di uomini sposati e il ministero delle donne. Ma è stato un limite, una miopia. Il tema centrale che ne ha motivato la convocazione era l’annuncio del Vangelo, ovvero di «individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, specialmente degli indigeni», come indicato dal papa il giorno dell’annuncio.

A questa dimensione ecclesiale si collega il tema dell’ecologia integrale, vale a dire dei popoli e del creato. Sono, in sostanza, i temi della Laudato si’, un testo che, nel dialogo con Dominique Wolton, il papa ha definito un’enciclica sociale con conseguenze ecologiche. Ecco, dunque, che una regione particolare del mondo, l’Amazzonia, a motivo della globalizzazione e dell’interdipendenza del mondo attuale, viene messa a tema come rappresentativa per tutti, quanto agli aspetti economici e sociali; l’impoverimento, il crescente divario tra poveri e ricchi, la marginalizzazione degli esclusi, la distruzione delle risorse naturali, l’evacuazione della cultura indigena ecc. Questi temi corrono il rischio di essere oscurati da questioni intra-ecclesiastiche, che sono spesso diatribe di potere.

Non è certo nell’intenzione del papa trasformare i problemi sociali in una questione funzionale a ottenere guadagni in ordine ad altre vicende ecclesiali, come appunto l’ordinazione di uomini sposati o il diaconato femminile. Senza l’annuncio di Gesù Cristo e l’incontro con lui, non si va da nessuna parte. Di questo elemento decisivo occorre tener conto quando trattiamo di una convocazione ecclesiale.

Viri probati: diaconi e preti
  • Scorrendo le votazioni sulle singole proposizioni, i temi citati sono fra quelli che hanno avuto più dissensi…

Il resoconto dei voti, che il papa ha voluto fosse pubblicato insieme al documento finale, mostra che, a differenza del sinodo sui giovani, dove bastava la parola “sinodalità” per motivare un calo dei voti positivi sulle proposizioni, questo non è successo. L’uso ampio e sistematico della parola non registra una diminuzione di voti sulle proposizioni nelle quali era menzionata. Pare che il grosso dei padri sinodali si sia aggiunto ai padri amazzonici (oltre un centinaio) nel condividere il percorso compiuto. Su 185 padri sinodali convocati, si vede come, in quasi tutte le votazioni, sia mancata una dozzina di voti, anche in quelle sui punti più sensibili. Segno, questo, di un’astensione di fatto irrilevante.

  • È possibile leggere questo fatto in modo positivo, ovvero come il segnale di una acquisizione della sinodalità quale orizzonte condiviso e non più discusso?

Nel documento finale dello scorso sinodo sui giovani la parola sinodalità non sembrava riscuotere grande consenso. Questa volta non è andata così. Il tema è toccato in tante parti del documento finale, con affermazioni anche delicate (vedi ai nn. 88, 95…), sulle quali non si avverte una flessione. Appartiene alla logica dei voti la focalizzazione su alcuni termini in quanto tali, anche a prescindere dal merito dei testi in cui risuonano. È un dato interessante. Lo si può leggere come segnale incoraggiante del progressivo allentarsi di un conflitto.

  • Cosa aggiungere sul diaconato femminile e sull’ordinazione degli uomini sposati?

Dove sta il problema legato all’ordinazione di uomini sposati in Amazzonia? Scegliere i leader naturali delle comunità e conferire ad essi l’ordinazione, in modo generalizzato, potrebbe comportare il rischio di trasformare l’ordinazione in un’aggiunta di potere. Il documento finale, invece, preferisce parlare dell’istituzione di un diaconato permanente «fecondo» per gli uomini sposati. I padri sinodali hanno scelto di prevedere un percorso di formazione di questi capi-villaggio.

Il diaconato permanente permetterebbe una verifica della formazione e dei percorsi nell’arco di qualche anno. L’aspetto critico della soluzione adottata è il rischio di clericalizzare indebitamente il diaconato permanente. Non mancano problemi, anche immaginando un diaconato femminile. Si può ripensare la natura del diaconato per aprirlo alle donne? Nel sinodo e nel documento finale sono stati toccati temi delicati, che – lo si è colto bene – hanno bisogno di un vero e proprio scavo teologico.

Ad esempio, c’è stato un convegno nel 2016, promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede, su “Il ruolo delle donne nella Chiesa”. Linda Ghisoni (canonista) – in un articolo a cui rimando i lettori – disse già in quella sede cose molto interessanti sulla potestas. Esiste un potere (potestas) non legato all’ordine sacro? Quello del giudice canonico, ad esempio, lo è. Anche l’incarico ai docenti di teologia nella Chiesa prevede un potere non legato all’ordine sacro ma alla concessione di una missio canonica. Come può essere fondata e a che cosa può essere legata canonicamente e teologicamente una forma di autorità assegnata ad alcuni in funzione della crescita del popolo di Dio? Sono questioni che richiedono un approfondimento.

Teologie, modelli e processi
  • Si sono avvertiti in aula segnali di un’opposizione alla dottrina sociale di Francesco (difesa dei popoli indigeni, difesa del creato, accoglienza dei migranti…)?

No, non mi pare sia successo. Le grandi questioni che agitavano il mondo latino-americano proprio durante i giorni del sinodo non trovano eco nel testo finale. La scelta di fondo, dunque, potrebbe essere stata quella di non toccare questioni immediatamente politiche, come qualche governo invece si sarebbe aspettato. Forse c’è una sapienza dei sinodali latino-americani in ragione della lunga esperienza di questi decenni postconciliari. Le posizioni più esposte, anche recenti, non sempre hanno migliorato le cose.

  • Quali le sfide principali per la teologia?

Quasi tutte le questioni emerse invocano un approfondimento teologico. Il rito amazzonico, ad esempio, che cos’è esattamente? A quale rito possiamo assimilarlo, a quelli orientali, a quelli asiatici, a tradizioni rituali come quella ambrosiana?

Altra grande questione è il rapporto tra inculturazione e interculturalità, espressione quest’ultima molto cara a papa Benedetto. Nel documento si usano i termini come complementari e con una interpretazione del tutto positiva. Ma sappiamo che la realtà non funziona così. Quanto una cultura viene modificata dal Vangelo? Anche in Europa il cristianesimo ha conosciuto la sfida del confronto con giganti della riflessione come Platone e Aristotele; e, nonostante il bene che è stato tratto dal loro pensiero, non sono però mancati i problemi.

L’idea che le culture indigene siano il meglio della praeparatio evangelica non è sempre realista. Il modello teologico che usiamo per pensare l’inculturazione è l’incarnazione. Ci si colloca dentro e si assume una cultura.

L’interculturalità corrisponde, invece, di più al modello pasquale: un morire per risorgere a vita nuova, un ripensamento profondo che non annulla ma riformula una tradizione. Qualcosa si perde perché qualcosa rinasca rinnovato. Il missionario che porta il vangelo in Amazzonia se non è disposto a perdere qualcosa per far nascere la novità, finisce per imporre un modello culturale ed ecclesiale. Ma una semplice assunzione del dato culturale minaccia anch’essa di essere infeconda.

Dunque, teologicamente dobbiamo approfondire un percorso che si è avviato da questioni pratiche come l’emarginazione dei popoli indigeni, la povertà, lo sfruttamento delle risorse, la natura minacciata, il diritto di partecipare all’eucaristia ecc. La richiesta del sinodo si allarga anche per noi occidentali. È una richiesta esigente di approfondimento e riflessione.

La foresta e la curia
  • La sfida per le Chiese dell’Amazzonia è molto alta. Avranno le forze per farlo da sole?

È vero che i popoli indigeni sono ben disposti a una pluralità di riti. La storia di colonizzazione non li ha totalmente chiusi al Vangelo. Ma i miti, i riti, le rappresentazioni simboliche di quelle culture… sono una praeparatio evangelica adeguata e immediatamente spendibile? Forse, nella sostanza, sì; ma poi da lì come procediamo?

Non è scontato che la Chiesa in Amazzonia abbia la forza critica sufficiente per affrontare da sola questo cammino. Ad esempio, si tende a dare una rappresentazione dei popoli amazzonici molto unitaria, compatta, come di una comunità unita, viva e presente…, ma questa immagine è davvero realistica? Perché, ad esempio, non sollecitiamo la presenza di missionari in Amazzonia prima di ordinare uomini sposati? Ci sono molti preti latinoamericani fuori dal continente che potrebbero fare i missionari. Perché non succede?

  • Per questo il papa ha chiamato in causa anche la curia?

Il papa, infatti, nel suo discorso finale ha gettato tre ponti tra Amazzonia e curia romana. Sarà costituita una sezione amazzonica nel dicastero per lo sviluppo integrale; la questione del rito amazzonico sarà di competenza della Congregazione per il culto; la nuova commissione per il diaconato femminile sarà affidata alla Congregazione per la dottrina della fede. Ha gettato questo triplice ponte come segno di cura e di sostegno concreto al processo che inizierà adesso in Amazzonia. Quelle Chiese non saranno lasciate sole e il centro romano continuerà a interessarsi dell’Amazzonia.

  • Il riconoscimento a quella porzione del popolo di Dio di un’identità sia storico-civile, sia ecclesiale, sia di riferimento per la coscienza dell’intera Chiesa, mi pare un gesto significativo e di grande coraggio.

In effetti la Chiesa è l’unico soggetto che, come istituzione insieme universale e locale, può riconoscere e tutelare le identità dei popoli più deboli. Cosa che non è alla portata o nell’interesse degli stati nazionali. Da questo punto di vista va apprezzato anche il lavoro diplomatico. Le nunziature esprimono una vera protezione delle Chiese locali, soprattutto quando le conferenze episcopali sono messe sotto pressione dagli stati o da poteri economici transnazionali. Questo evidenzia che esiste una reciproca interazione benefica tra tutte le Chiese locali e il servizio petrino, che si esprime proprio nella dinamica del sinodo. Solo una realtà come la Chiesa – nella sua dialettica tra universale e locale – può mettere in esercizio un sistema di pesi e contrappesi che consentono anche a realtà locali più fragili (nella riflessione e nei mezzi) di portare in evidenza e a frutto questioni fondamentali.

Virtuoso triangolo
  • Una nota sulle difficoltà sul piano ecumenico.

Il dialogo ecumenico in Amazzonia è piuttosto complicato. Il rapporto con le comunità neo-pentecostali non è sempre agevole. Il documento finale lo testimonia: il dialogo viene in sostanza da una parte sola. Il finanziamento delle sette è in capo a governi precisi, per evitare l’integrazione cattolica dell’America Latina.

  • Sulle strutture ecclesiali previste dal documento finale: sono adeguate?

In Amazzonia si tratta spesso di vicariati apostolici con pochi preti e territori amplissimi. In questo caso la linea che ha prevalso mi pare sia stata quella della moderazione. L’idea di un’unica conferenza episcopale amazzonica ha lasciato il posto a un collegamento tra i vicariati apostolici in capo al CELAM e alla REPAM (Rete pastorale pan-amazzonica). Al numero 115 si parla di un nuovo «organismo episcopale» permanente che promuova la sinodalità e faccia emergere il volto amazzonico della Chiesa, articolato con il CELAM e con la REPAM. Non si tratta di una nuova conferenza episcopale, ma neppure di un semplice ufficio del CELAM. Nella triangolazione fra vescovi (con i loro riferimenti nazionali), CELAM e REPAM si vuole favorire la ricezione delle proposte scaturite in sinodo. Come detto, il percorso avrà comunque il sostegno di Roma.

Don Maurizio Gronchi, presbitero della diocesi di Pisa, è professore presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma, consultore della Congregazione per la dottrina della fede e della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi.

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