In America è l’“Anno delle donne”… e nella Chiesa quando?

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Debb Haaland e Sharice Davids sono le prime due donne native americane elette al Congresso degli Stati Uniti. Rashida Tlaib e Ilhan Omar sono le prime due donne di religione musulmana a rappresentare i propri Stati alla Camera (Tlaib è palestinese e Omar una rifugiata somala). Alexandria Ocasio-Cortez e Abby Finkenhauer sono i due membri più giovani di tutto il Parlamento, entrambe 29 anni. Ayanna Pressley è la prima persona afroamericana eletta in Massachusetts. Janet Mills è la prima donna eletta governatore del Maine, mentre la repubblicana Marsha Balckbournela prima senatrice dal Tennessee. Il Texas invia le sue prime donne ispaniche al Congresso, le democratiche Veronica Escobar e Sylvia Garcia che hanno entrambe vinto i loro ballottaggi.

Sono questi i traguardi più segnalati dai media e dagli osservatori politici nei commenti alle ultime elezioni d’inizio novembre che hanno sancito, tra l’altro, la raggiunta maggioranza del Partito Democratico alla Camera.

È una serie di donne – che non solo sono state elette, ma hanno anche conquistato dei primati impensabili fino a qualche anno fa, tanto che si parla di “onda rosa” – quella che fa la differenza in questo voto che ha ridato fiducia nelle istituzioni e crea speranza per il futuro nella base della Nazione. Sono 95 le donne che hanno vinto un seggio alla Camera, 12 al Senato, 9 donne elette governatori, sui 16 dove si votava (e in Georgia l’afroamericana Stacey Abrams è stata battuta sul filo di lana dopo un lungo riconteggio).

117 donne hanno vinto nel proprio Collegio, 100 democratiche e 17 repubblicane (e si può anche ricordare che, stando alla volontà popolare, alla Casa Bianca con oltre 2 milioni di voti in più, vanificati però da quelli dei grandi elettori, siederebbe oggi una donna Presidente…).

Donne che fanno la differenza nella società americana…

Una presenza femminile che ha ridato fiato ai democratici (perché è tra le loro file che sono state elette la gran parte), anche grazie alle loro battaglie civili: molte donne hanno sostenuto in campagna elettorale la necessità di un sistema sanitario migliore, e soprattutto, per tutti, un’istruzione pubblica e gratuita fino all’ingresso all’università e lì un netto potenziamento delle borse di studio, l’aumento dei fondi per le biblioteche, il superamento della diversità dei salari, l’adeguamento degli orari per una migliore gestione familiare, la promozione del trasporto pubblico e una coraggiosa tutela ambientale…

Nel 1992 si era esultato per l’elezione di 54 donne e, ora che sono più che raddoppiate, si parla del 2018 come “Anno delle donne”.

Per qualcuno si tratta di un entusiasmo che rischia di accendere troppe speranze in un momento di gravi problemi, ma, almeno, a stare alle prime dichiarazioni, la concretezza delle donne elette non si ferma ai brindisi e il lavoro certo non manca. «Sono sicura che nessuna di noi si è candidata per fare la storia, ma per realizzare un cambiamento. Tuttavia, il significato storico di questa sera non può essere disconosciuto» ha dichiarato Ayanna Pressley che già nel 2010 aveva battuto un altro record: prima donna afroamericana, nativa di Chicago, ad entrare in Consiglio comunale nella sua città di adozione, Boston.

Per la senatrice Elizabeth Warren del Massacchussetts negli ultimi due anni (dall’ingresso del presidente Trump) una nuova generazione di donne si è fatta largo nella vita pubblica: «Donne che non avevano mai corso hanno deciso di candidarsi. Hanno ignorato i loro capi di partito che  dicevano loro di aspettare il proprio turno. Hanno ignorato i consulenti che le consigliavano di nascondere i tatuaggi e sorridere di più e, infine, hanno ignorato i potenti uomini del partito Repubblicano che non le hanno mai prese troppo sul serio comunque. Insomma, si sono rifiutate di lasciare che qualcuno le zittisse e si mettesse loro di traverso, ed è così che inizia il vero cambiamento».

Certo un “vero” cambiamento, non a suon di dichiarazioni, ma nel lavoro quotidiano.

Mai come questa volta è stato l’impegno della vera anima femminile del partito democratico, la speaker della Camera, Nancy Pelosi, 78 anni come suo marito Paul, madre di 5 figli e figlia di emigranti italiani (madre molisana e padre abruzzese, già sindaco di Baltimora) ed eletta dal 1987 a San Francisco, a trascinare le donne, ma sono state le tante sconosciute che nei quartieri più disagiati delle città – dove spesso è assente la speranza – o nelle zone più remote delle campagne hanno sensibilizzato le persone portandole al voto.

Segno che cambiare davvero è possibile. Il mondo è fatto da uomini e donne.

… in attesa che possa accadere nella Chiesa

Nel 1963, nell’enciclica Pacem in terris, Giovanni XXIII invitava a considerare l’accesso delle donne alla vita pubblica come una delle novità più rilevanti – un altro «segno dei tempi» – di un mondo in via di profondo rinnovamento. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, la vita delle donne è decisamente cambiata, anzi talmente cambiata da mettere talvolta in crisi le società soprattutto dove le strutture patriarcali continuano a pesare nel quotidiano: facile pensare subito al mondo islamico, dimenticando le (gravi) inadempienze di casa nostra.

Perché proprio la Chiesa, tutt’altro che estranea a questa rivoluzione, almeno stando alla “novità” del cristianesimo, sembra segnare ancora il passo. Ed è solo di qualche anno fa una bella definizione dei gesuiti della rivista America che invocavano un cambio nel registro pastorale: «La Chiesa è qualcosa di più di un Club per soli uomini!».

Alla novità biblica che dichiarava l’unità della nostra umanità nella diversità, il cristianesimo ha aggiunto l’affermazione decisa dell’uguale dignità dei due sessi e della comune vocazione a realizzare insieme quella misteriosa immagine di Dio della quale tutta l’esistenza umana porta il sigillo, ma spesso tutto resta sulla carta.

A ricordarlo, di recente, in un piccolo saggio è stata la studiosa francese Anne-Marie Pelletier, sposata e madre di 3 figli, che, nel 2014, ha ricevuto il Premio Ratzinger per la teologia (prima donna dalla sua istituzione) e che ha insegnato, fino alla pensione, linguistica generale e letteratura comparata all’università di Parigi X, conseguendo nel frattempo una laurea in scienze religiose e oggi insegna scrittura all’Ecole cathédrale di Parigi.

Nel suo Una fede al femminile (Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2018, pp. 104, € 10,00) offre una prospettiva di radicale cambiamento nella prassi ecclesiale: «Le donne sono più vicine a tutto ciò che mette in crisi le certezze inamovibili, fa scricchiolare gli otri delle parole e dei giudizi perentori che incasellano la verità e chiudono il futuro». Si tratta di «eludere i tranelli dell’autoreferenzialità, nella quale il discorso vive unicamente della citazione di se stesso, dimenticando che le problematiche e la critica del mondo circostante sono invece proprio al servizio della vitalità del cristianesimo» e, a conferma, porta l’esortazione Amoris laetitia dove le «Scritture intervengono non come argomento a conferma di una verità, ma come fonte di intelligenza spirituale». Una nuova consapevolezza che si fa comprendere, e apprezzare, soprattutto dalla concretezza femminile.

Non si tratta di novità di poco conto, ma frutto di quello “sguardo dalla periferia” che è ancora assente all’interno della Chiesa dove, a differenza della società, non mancano certo i “padri” (ben seduti al “centro” e il cui sguardo non giunge alla periferia), vista la (quasi) esclusiva presenza maschile e, ciò che è peggio, è loro il punto di vista dominante. In un mondo tutto al maschile dove, lo si voglia o no, per tradizione si parla “sulle” donne o al loro posto, forse «si dovrebbe ascoltare una parola femminile detta, una buona volta, in prima persona», affermava ancora negli anni ’80 il cardinale Cé in un incontro a Torreglia di fronte ad una platea femminile che l’aveva apprezzato con riconoscenza.

«Bisogna aprire un cantiere», aveva dichiarato papa Francesco ai giornalisti nel corso del volo di ritorno da Rio de Janeiro il 28 luglio 2013: un tema affrontato dal papa con coraggio (e anche con l’attuazione di alcune novità proprio in questi giorni messe all’indice dai soliti tradizionalisti, ma chi può dimenticare la levata di scudi per la lavanda dei piedi, pure femminili, al giovedì santo?): pensiamo alla sua denuncia di luoghi comuni: una femminilità esclusivamente ripiegata sulla maternità o le ambiguità di un servizio che si sostiene essere la specialità delle donne e che, molto spesso, degenera in mero asservimento, anche delle religiose…

Così, facendo eco all’espressione «ecologia integrale» che costituisce il cuore dell’enciclica Laudato si’, Pelletier ipotizza che forse è venuto il momento di affermare e scoprire un’«ecclesiologia integrale», che deriva direttamente dal comune sacerdozio battesimale e rappresenta il nucleo della costituzione conciliare Lumen gentium.

Il Vangelo per lei – che ha diretto l’Institut Européen des Sciences des Religions presso l’Ecole Pratique des Hautes Etudes (Ephe) e che, nel 2017, è stata chiamata da papa Francesco a comporre le meditazioni per la Via Crucis al Colosseo – si offre come un vero e proprio laboratorio perché è lì che si apprende quello sguardo di Gesù che dà visibilità a tutte quelle donne così poco visibili, specialmente quando vengono guardate, e fraintese, con lenti maschili.

Certo, questo richiede di mettersi in discussione come Chiesa, nel proprio spazio e nella stessa storia, per denunciare con forza quei preconcetti clericali che portano ad un ripiegamento dello sguardo, ad una ristrettezza di vedute, privando di fatto il corpo ecclesiale della sua autentica ampiezza d’orizzonti, dell’abbondanza di intelligenza e di energie spirituali che lo Spirito effonde nel suo interno, senza alcuna distinzione, su tutti quelli che sono rinati nell’acqua del battesimo. In fin dei conti, si tratta, oggi come ieri, ma senza dubbio con maggiore urgenza di ieri, di dare compimento all’affermazione paolina «Non c’è più né maschio né femmina» (Gal 3,28).

Per giungere ad una Chiesa finalmente lontana dall’«asfissia generata dalle parole di quelli che pretendono di sapere tutto delle persone, di raccontare e spiegare ciò che le riguarda in alternativa e al loro posto».

Una percezione diffusa di una lentezza inspiegabile e anacronistica

Non si può negare che l’invito della Christifideles laici (1988) rivolto alle donne per trovare spazio nei consigli pastorali o nei sinodi diocesani sia rimasto lettera morta: al contrario, persino l’accompagnamento spirituale oggi è spesso delegato a figure femminili, in particolare religiose, che diventano referenti spirituali all’interno di carceri oppure di ospedali, luoghi di frontiera, dove albergano problematiche radicali della vita, nel fallimento o nella sofferenza.

Anche nelle Università e nelle Facoltà teologiche non solo cresce il numero di studentesse, ma pure quello di donne qualificate a livelli accademici: e sappiamo bene che non è indifferente che i maschi incamminati sulla strada del sacerdozio vengano formati “anche” da donne che ne ricevono mandato e autorità.

Eppure, tutto questo «ancora non basta ad attenuare nelle donne cattoliche quel sentimento diffuso di un’esperienza dolorosa dell’incapacità della loro Chiesa di accedere ad un’autentica stima di ciò che esse sono e di ciò che vivono e di apprezzarle al di là degli stereotipi». Un esempio ormai classico, e l’anniversario dell’Humanae vitae ne ha riproposto i due fronti contrapposti: «la difficoltà di una morale coniugale percepita come un abuso di autorità, dal momento che vengono pensate e decise in un’ottica maschile questioni che implicano l’incontro dei due sessi nella dimensione più intima».

Nel Terzo Millennio si sa che «ognuno percepisce il mondo con sottolineature differenti. La nostra carne non vibra certo allo stesso modo al maschile o al femminile. E colui che chiamiamo Dio, con una parola irrimediabilmente inadeguata, non si può realmente accostare se non coniugando l’esperienza e la voce degli uni e delle altre» scrive, facendo eco a tante voci, anche maschili, come lo psicologo Francesco Stoppa nel suo bel testo edito da Vita e Pensiero lo scorso anno (La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano, Vita e Pensiero, Milano 2017, pp. 200, € 16,00), dove afferma: «Noi siamo, esistiamo, e diamo posto agli altri perché veniamo a mancare a noi stessi. Fortunatamente non ci bastiamo». È la consapevolezza della nostra relatività e della più generale precarietà di tutto ciò che esiste a darci la certezza del nostro esistere e, pensando alla creazione della donna come ci viene raccontata nel libro della Genesi «c’è quasi da sospettare che ci fosse bisogno di alleggerire il Creato, arieggiare un ambiente che rischiava di diventare asfittico».

Certo – prosegue Anne-Marie –, è quasi inevitabile, dopo secoli di esclusivo predominio, che «resistenze a questa conversione continuino a manifestarsi nella Chiesa, forse esacerbate da un’emancipazione sociale delle donne che semina inquietudine» (e non mancano sporadiche voci maschili che invocherebbero addirittura un ancora più anacronistico ritorno al passato).

La posta in gioco è il futuro della Chiesa

Non si tratta, come qualcuno sembra temere, di riproporre la questione del sacerdozio alle donne, perché, se è vero che non si può eludere l’esistenza di una dissimmetria tra la sfera maschile, potenzialmente aperta all’esercizio del sacerdozio ministeriale, e quella femminile che ne è esclusa per principio, la soluzione auspicata va nella direzione di quel sacerdozio battesimale che rappresenta il cuore dell’identità cristiana, un sacerdozio esistenziale che si esercita nel radicalismo del quotidiano a testimonianza che nella Chiesa non vi è altro ministero che il servizio (così si lascia aperta la questione della diaconìa).

«La posta in gioco è nientemeno che un’autentica conversione evangelica che permetta alla relazione uomo-donna di trovare un equilibrio non soltanto a beneficio delle donne, quanto della vita della Chiesa intera».

Si potrebbe aggiungere che si tratta di affrontare la questione corporeo-affettivo-sessuale ancora irrisolta anche all’interno della Chiesa contemporanea (per qualcuno sarebbe risolta semplicemente con un allontanamento della donna: dimenticando che il problema è in tutt’altra sede).

Ma qui si tratta anche di altro: una donna è maggiormente in sintonia con l’inatteso, la novità, perché in grado di accogliere in sé una nuova vita e la “maternità” spirituale delle consacrate ne è un esempio che tutti abbiamo conosciuto; una donna è più sensibile verso chi si trova in difficoltà e comprende meglio la memoria ferita e umiliata («La guerra non ha il volto di una donna» scriveva Svetlana Aleksievic, premio Nobel 2015).

In altre parole, non si tratta di spodestare nessuno, ma di assumere il sacerdozio battesimale come segno di una novità che non può ulteriormente aspettare, perché si crede al maschile e anche al femminile, perché si crede da consacrati e da laici, da celibi e da coniugati, perché nella Chiesa di Dio «non c’è più giudeo, né greco», perché esiste la varietà dei carismi che costituisce la sua ricchezza. Perché semplicemente (quasi superfluo dirlo) ne va della credibilità della Chiesa stessa.

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