Culture mediche al plurale /2

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medicina

Solo nel secondo dopoguerra il modo di guardare alle civiltà, ai costumi, alle istituzioni dei popoli non-bianchi ha perso – in parte – l’arroganza e la supponenza dei secoli precedenti, con l’affermarsi dei movimenti anticoloniali che hanno portato all’indipendenza dell’India di Gandhi, dell’Indonesia, di Cuba, dell’Algeria e dei Paesi africani.

Le medicine tradizionali

Nel contesto del percorso – non evidentemente concluso – di riscatto di senso e di dignità di ogni civiltà umana, nel 1978, ad Alma Ata, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nella dichiarazione sull’assistenza primaria, lanciava il progetto La salute per tutti nel 2000, affermando per la prima volta, al punto numero 7, l’importanza delle medicine tradizionali e la necessità di valorizzarne la funzione, al fine di riuscire a garantire le cure primarie a tutte le popolazioni del mondo, riconoscendone quindi gli elementi di efficacia.

Siamo ancora lontani dall’aver raggiunto certi obiettivi di emancipazione, specie in Africa e in Sud America, per la grande quantità di problemi, ostacoli e difficoltà di ordine politico, finanziario, formativo e scolastico da affrontare.

Ciò significa che le medicine tradizionali continuano ad essere il riferimento prevalente per le popolazioni più povere. Ma un’importante novità è costituita dal loro riconoscimento e quindi dall’incipiente integrazione nel sistema dei servizi sanitari “scientifici”. La questione è naturalmente ancora molto aperta. I grandi movimenti migratori in atto dal Sud verso il Nord del pianeta la rendono di grande e urgente attualità.

Immigrazione e medicina

Più del 10% della popolazione residente nella Pianura Padana è oggi fatto da persone immigrate da Africa, Medio Oriente, Sud-Est asiatico: donne, uomini, giovani che abitano il territorio, lavorano, frequentano luoghi pubblici e scuole, praticano culti religiosi.

Quando qualcuno sta male, tende a dare alla propria sofferenza il significato della cultura di riferimento e ciò esprime, prioritariamente, attraverso una lingua e una corporeità che solo chi può porsi accanto con un’adeguata conoscenza dello stesso orizzonte culturale è in grado di comprendere, codificare, de-codificare.

Ci sono perciò ancora molti problemi di intesa con gli operatori dei nostri servizi sanitari – saldamente istruiti alla biomedicina scientifica – soprattutto se il paziente che sta male non è neppure accompagnato presso il servizio da familiari e amici che parlino bene la lingua italiana: sì, talvolta c’è – o dovrebbe esserci – un mediatore o un interprete, ma spesso – pur con tutta la buona volontà – queste figure non sono all’altezza e quindi gli operatori sanitari non possono fidarsi.

Basta interpellare sulla questione i servizi di Pronto Soccorso, le Maternità, i Servizi di salute mentale, i servizi sanitari delle carceri, per avere un immediato riscontro delle difficoltà e dei problemi di ordine pratico ed etico che si pongono ogni giorno agli operatori sanitari e agli operatori sociali, anche i più avvertiti: è sempre molto probabile che scattino, quasi automaticamente, quei giudizi e pre-giudizi tipici della nostra radicata e secolare tradizione colonialista, ancora in grado di ostacolare un ascolto rispettoso e un’efficace relazione di cura.

La cura e le relazioni

La faccenda è di assai difficile gestione di per sé, ed è resa assai complessa dalle novità dei saperi richiesti e dall’esigenza della disponibilità a nuovi apprendimenti rispetto alle culture non-europee. Mi riferisco al fatto che sempre, o quasi sempre, anche nelle rappresentazioni e nelle azioni ispirate ai doveri di accoglienza e al rispetto dei diritti della persona, si tende – da sanitari – a vedere e a trattare i migranti e gli immigrati come individui singoli, isolati, precari, come se non avessero relazioni, affetti, appartenenze comunitarie.

Sappiamo – nel mentre – che ciascuno di questi esseri umani ha affrontato viaggi e vicende cariche di pericoli e peripezie, pur di stabilirsi in mezzo a noi portando con sé e alle spalle, intere, numerose, famiglie, clan, che li hanno sostenuti e accompagnati, anche finanziariamente, che hanno loro conferito mandati di riscatto e di successo, indirizzi e recapiti da raggiungere e con cui permangono legami fortissimi.

Lo sforzo dei sanitari – e non solo – è dunque quello di riuscire a realizzare come le singole persone che si trovano tra di noi, non siano mai sole: conservino relazioni, famiglie e comunità di appartenenza, a cui si deve pure rendere conto, scoprendo in tal modo che queste possiedono risorse, saperi, ricchezze, culture che ancora abbondantemente ignoriamo.

Potremmo allora conoscere e riconoscere l’importanza che la dimensione religiosa, con quella magica-religiosa, ha per i pazienti immigrati. Ciò potrebbe giovare anche a noi occidentali, per il perseguimento di un vero “benessere” personale, relazionale, comunitario.

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Un commento

  1. Adelmo Li cauzi 13 novembre 2021

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