L’ultima ghigliottina dello Stato Pontificio

di: Antonio Dall'Osto (a cura)

Il 24 novembre 1868 è il giorno in cui, per l’ultima volta nello Stato Pontificio, furono giustiziati due condannati a morte. Si chiamavano Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti. Furono portati nella Piazza dei Cerchi, con le mani legate, provvisti dei sacramenti, e ghigliottinati. La rivista dei gesuiti, Civiltà Cattolica dedicò all’avvenimento 51 pagine. Nessuno immaginava, almeno Monti e Tognetti, che il loro buon esempio non sarebbe più stato seguito da altri nello Stato Pontificio. Furono infatti gli ultimi ad essere ghigliottinati.

Stato Pontificio

24 novembre 1868. Esecuzione a Roma di Monti e Tognetti.

Il reato commesso

Erano colpevoli di avere compiuto un attentato, il 22 ottobre 1867, contro una caserma, in Vaticano, facendo saltare una polveriera e uccidendo 25 soldati del reggimento internazionale di fanteria, creato per proteggere lo Stato pontificio. Ciò avvenne proprio nel momento in cui le truppe del generale Hermann Chancellor si trovarono a confrontarsi con il corpo rivoluzionario di Garibaldi.

L’episodio fu considerato un attacco contro il mondo cattolico e contro il rappresentante visibile di Cristo sulla terra, il papa. Bisognava fare giustizia. Il 16 ottobre 1868, un tribunale condannò a morte il 33enne Monti e il suo compagno di cospirazione, il 25enne Tognetti. Nessuno ebbe il coraggio di chiedere la grazia a papa Pio IX (1846-1878) i cui nervi erano a pezzi.

Il cronista ricorda che le autorità ecclesiastiche si erano assiduamente preoccupate della salvezza dell’anima dei due infelici, incaricando a questo scopo due sacerdoti. Alla fine di ottobre, iniziò il padre passionista Giuliano, recandosi nel carcere di Via Giulia a parlare della bontà di Dio e a predicare gli esercizi.

Compito del padre era di preparare i due condannati a presentarsi davanti al tribunale di Dio in «una condizione matura e riposata». Anziché giustiziare i condannati «come animali da macello» – come accadeva negli altri Stati, per un falso senso di umanità –, nello Stato Pontificio la condanna doveva avere il senso di «una piena e giusta riparazione».

I condannati, di fronte al termine della loro vita terrena, furono così aiutati a volgere i loro pensieri al cielo. Tognetti cercò rifugio soprattutto nella Madre di Dio; recitava ogni sera il rosario e invitava i suoi cinque compagni di cella ad unirsi a lui nella preghiera. Similmente Monti: fece una confessione generale di tutta la sua vita, meditava sulle sofferenze di Gesù e introdusse anche un suo compagno di carcere alla dottrina cattolica.

Monti era preoccupato per la sua giovane moglie, probabilmente un po’ facile a debilitarsi, e per il figlioletto Ciro di 20 mesi. Si accomiatò da lui  con una commovente lettera di addio. Alla moglie Lucia lasciò, povero com’era, solo un’immaginetta con alcune parole di consolazione sul retro. Il papa in seguito si prese cura della vedova e dell’orfano.

Monti scrisse anche a Pio IX una testimonianza della sua conversione; il papa avrebbe dovuto aprirla solo dopo la sua morte. Disse di rinnegare la rivoluzione e tutto ciò «che era contrario alla legge di Dio e alla santa Chiesa». E concludeva: «Con sincero desiderio, baciando il suo santo piede, chiedo di nuovo perdono».

La vigilia del 24 novembre, otto ore prima di salire al patibolo, Tognetti seppe che era giunto il momento. Da quel momento, dicono, sembrava «come trasformato dalla forza della fede». Il fatto di dover morire il mattino seguente lo accettò «soavemente come un agnello e in raccoglimento come un vero cristiano».

Ringraziamento al personale giudiziario

Fu preso in consegna dall’«Arciconfraternita di San Giovanni Battista decollato», una pia associazione che si occupava di accompagnare alla morte i condannati e si prendeva cura della loro sepoltura.

L’addio di Tognetti al personale giudiziario fu pieno di parole di ringraziamento e di esortazioni per una vita migliore, che commossero i presenti fino alle lacrime. Fu portato alla cappella «Monti». Peppe – disse –, l’ora della nostra salvezza è vicina; noi raccogliamo i frutti del sangue di Cristo».

Tognetti pregava in continuazione, recitò il rosario e fece due «Via crucis» di seguito, alternandole con il Padre nostro, l’Ave Maria, il Gloria e la Salve Regina. Giunto sulla piazza dell’esecuzione, presso la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, chiese perdono al comandante della caserma che aveva fatto saltare in aria. Lo fece così sinceramente che il colonnello lo abbracciò e gli promise che la truppa si sarebbe occupata della sua povera madre. La lama della ghigliottina si abbatté prima su Monti e poi su Tognetti. «Tutto intorno – dicono le cronache – regnava un silenzioso raccoglimento».

Uno dei carnefici dichiarò: «Non ho mai visto una disposizione così esemplare nei condannati e mai una così grande commozione religiosa nei presenti: è stato un vero trionfo della misericordia di Dio, più che non della giustizia umana».

Due anni dopo quegli avvenimenti ci fu la Breccia di Porta Pia che segnò la fine dello Stato Pontificio. E oggi, a 150 anni di distanza, papa Francesco – che reca impressa la misericordia nel suo stemma – ha dichiarato la pena di morte incompatibile con la fede cattolica. (ripreso da  KNA)

image_pdfimage_print
Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedintumblrmail

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi